lunedì 29 febbraio 2016

AUTODIDATTA - Episodio #7 - OUTSIDE

Mentecatti, mentecatte, bambini di tutte le età: buon pomeriggio e benvenuti all'appuntamento numero 7 (sette) con AUTODIDATTA, la rubrica di scrittura creativa della quale Umberto Eco, prima di morire, ha detto: "Che cazz'è?"
Com'è stato questo febbraio 2016? Avete visto che finalmente è arrivato il tanto agognato (da voi) inverno?
A me è iniziato di merda, poi è andato migliorando in quanto a esperienze personali e a tasso d'ansia delle mie giornate: insomma, un mese come tutti gli altri.
Spero voi possiate dire lo stesso, o anche di meglio magari.
Come già ho preventivamente annunciato, questo sarà l'episodio conclusivo di questo breve esercizio mio personale; il fantasma di Raymond Carver alla fine di questa pagina potrà tornarsene nell'aldilà liberamente, pronto ad aspettare che un altro aspirante scrittore lo evochi per cercare di strappare un minimo del suo talento e della sua dimestichezza con le parole. La solita routine insomma.
L'appuntamento di questo mese nasce come al solito da un altro esercizio di scrittura creativa che il buon Raimondo ha lasciato a noi poveri mortali, ovvero "scrivere un racconto in cui l'azione riguardi o prenda le mosse da una telefonata".
Semplice, no? Circa, come al solito. Ma sono abbastanza soddisfatto del risultato.
E in generale lo sono di tutta l'esperienza con AUTODIDATTA, che mi ha dato la possibilità di esercitare la mia creativa con temi del tutto casuali e a volte inaspettati o addirittura lontani dai miei classici percorsi creativi. Un bello e lunghissimo "compito a casa" di scrittura creativa che mi sento di consigliare.
Bene, io vi lascio con MY SHIT'S FUCKED UP, del vecchio Warren Zevon, sperando che il racconto vi piaccia almeno un po' quanto la canzone.
Noi ci risentiamo più avanti... per una notizia che forse qualcuno sa già, che altri si aspettano, che ad alcuni invece non importerà proprio per nulla.

Buona lettura,
Simone

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     Il contatto dell'acqua gelida con il volto di Gary lo lasciò per un secondo senza fiato. Gli occhi chiusi, la bocca semi-aperta, nel silenzio assoluto poteva quasi sentire le gocce d'acqua evaporare sulla sua pelle.
Con uno scatto si tirò su dal lavandino di ceramica bianca e appoggiandosi al bordo fissò lo sguardo nello specchio. Dall'altra parte stava un uomo sulla cinquantina magro e con gli occhi castani, le occhiaie e il naso aquilino; se pochi, ispidi, peli gli adornavano mascella e guance, la superficie del cranio era invece del tutto glabra. Il riflesso gli ributtò addosso anche l'immagine del maglione a scacchi e della camicia ocra che portava addosso: un quadretto tutt'altro che peculiare, in qualunque senso e modo.
Rimase per qualche istante a fissarsi, inspirando ed espirando con forza, per assicurarsi che la sua immagine copiasse davvero ogni movimento del suo petto. Era una cosa che faceva tutte le mattine appena sveglio; si rendeva conto che non fosse ascrivibile alla sfera dei comportamenti “normali”, ma non c'era niente di normale nella sua attuale situazione. Insomma, la sua vita sarebbe comunque stata folle e insensata anche senza quel singolo rituale mattutino. Si passò sul viso l'asciugamano blu pastello e inforcò gli occhiali, avvitando la manopola dell'acqua fredda fino a chiuderne il flusso. Quindi piegò l'asciugamano in quattro e lo appoggiò al bordo del lavandino, uscendo e chiudendo delicatamente la porta.
La stanza in cui “loro” avevano deciso dovesse passare il resto dei propri giorni era confortevole, e le pareti chiare e il pavimento in parquet avrebbero messo a proprio agio chiunque. Il letto matrimoniale e la cabina armadio che si trovava tra la porta del bagno e l'unico finestrone la riempivano quasi del tutto, lasciando spazio solo a uno striminzito comodino con un telefono fisso sopra, un tavolino circolare e la porta d'entrata, chiusa. Come sempre, le tapparelle erano serrate e a illuminare la stanza ci pensavano dei larghi fari circolari sul soffitto. La gruccia attaccata alla porta d'entrata era vuota: il cappotto di Gary stava nell'armadio, privo di utilità in quella sua esistenza confinata. Finto. Ecco di cosa sapeva quell'ambiente, guardandolo con gli occhi della verità come faceva Gary. Di finto; aveva l'aspetto di un rifugio, un'oasi di pace e tranquillità, ma non era altro che una delle celle in cui “loro” avevano rinchiuso i pochi umani rimasti.
Gary raggiunse il lato del letto in cui si trovava il comodino e vi si sedette, composto.
Prese la cornetta di plastica nera del telefono fisso e sul tastierino compose il numero “102”, che stava scritto su un'etichetta bianca appiccicata all'apparecchio.
Il sordo segnale di chiamata gli regalò la solita sensazione d'ansia.
E se Joe non avesse risposto, quella volta? Se l'avessero portato via, come avevano fatto con alcuni degli altri prigionieri? Se per qualche motivo avessero deciso che il loro monotono rapporto telefonico non avesse più senso di esistere? Gary cercò con tutte le forze di scacciare quelle domande dalla sua mente. Non poteva nemmeno pensare a un'eventualità di quel tipo, a essere abbandonato definitivamente nella propria solitudine. Perché era proprio ciò che erano lui e i pochi altri sopravvissuti: soli.
Loro” erano arrivati in un giorno qualunque di una settimana qualunque di un anno prossimo al 2030, da chissà quale pianeta dell'universo, e avevano deciso che la Terra era di loro proprietà. Avevano ucciso il 90% della popolazione umana e cancellato nel giro di tre giorni ogni società, cultura e religione esistente; i pochi che, chissà per quale motivo, avevano deciso di risparmiare li avevano stipati in camere come quella, per studiarli. Studiarli, esatto, o meglio per studiare l'andamento delle loro facoltà mentali in condizioni di quasi completa solitudine: ciascuna camera era chiusa, videosorvegliata e priva di qualunque tipo di accesso al mondo esterno che non fosse il finestrone (che, comunque, dava sul deprimente relitto fumante di quella che un tempo era Los Angeles). L'unico tipo di contatto a loro disposizione con un altro luogo era il telefono, collegato solo al numero riportato sull'apparecchio: il cibo compariva all'interno della camera, sul tavolino circolare, a ogni suo risveglio e, come potete immaginare, il numero di pisolini schiacciati nel corso di quelle giornate senza tempo era sensibilmente alto.
Quante volte aveva già suonato a vuoto la cornetta?
Gary aveva perso il conto e scoprì di essere ormai piombato nel terrore. Poi, improvviso, un fruscio. E la voce di Joe, finalmente.
- Sì, pronto?
- Joe! Joe sei tu?
Un suono soffocato, forse un colpo di tosse, Gary non riuscì a distinguere con precisione.
- Certo. Chi dovrei essere?
- Io... pensavo ti avessero portato via. Pensavo ti fosse successo qualcosa.
- No, Gary, non mi è successo niente. Sono ancora qui, nella mia camera, come sempre.
- Già. Anche io. Hai guardato fuori dalla finestra?
Nessuna risposta, solo fruscio di sottofondo. Un'altra voce? Dei passi? No, non era possibile.
- Scusami, cosa?
- Dicevo, hai guardato fuori dalla finestra questa mattina?
- E per trovarci cosa? Ma perché me lo chiedi?
- Così.
- Hai... tu hai guardato fuori dalla finestra?
- Io? No! È come hai detto tu: perché dovrei farlo?
- Già. È proprio come ho detto io.
La telefonata durò ancora qualche minuto.
Gary raccontò a Joe di quella volta in cui lui e sua figlia erano andati allo zoo e Joe gli disse che gli zoo non gli piacevano, che ogni volta che vedeva un'animale in gabbia gli veniva la nausea perché non era giusto. Frasi di circostanza cariche di rassegnazione, qualche battuta amara e lunghi, lunghissimi silenzi. Come tutte le altre volte, il loro momento di condivisione giornaliero era gonfio di respiri pesanti e apprensione; Gary avrebbe avuto un milione di domande da fare a Joe su chi era e cosa faceva priva dell'invasione, ed era certo che anche Joe ne avesse altrettante visto il costante senso di timida curiosità che proveniva dalle sue parole, ma erano entrambi restii a sciuparle. D'altronde, con ogni probabilità avrebbero continuato a parlarsi senza potersi vedere fino alla fine dei tempi, sicuramente fino a quando “loro” non avrebbero sentenziato diversamente.
- Beh, allora ciao - disse Joe interrompendo l'ennesimo e lungo silenzio.
- Sì, ciao. A domani?
- Abbiamo altra scelta?
Gary non rispose. Non ne aveva bisogno. Semplicemente lasciò che il respiro di Joe venisse interrotto dal suono della plastica della cornetta del suo telefono che si poggiava su quella del suo apparecchio, sul suo comodino, nella sua camera, dovunque fosse.

      Ma Joe non era in nessuna camera e il suo telefono non era su nessun comodino.
Si trovava invece dietro una grossa scrivania di legno semicircolare assieme a un quadernone dalla copertina blu riempito di moduli stampati, da qualche penna e soprammobile e dallo schermo ultrapiatto di un computer il cui case di plastica grigia se ne stava al di sotto: la reception, il suo personale e centimetrico regno.
Joe”, che in realtà si chiamava Larry, staccò la mano dalla cornetta e abbandonò la schiena sulla poltroncina girevole che ormai aveva preso la forma delle sue grasse chiappe; lo schienale cigolò con violenza come aveva fatto fin dal primo giorno in cui gliel'avevano consegnata. Avrebbe potuto trarre in inganno chiunque nel far credere che si sarebbe frantumato in mille pezzi, tutti, ma non lui, che dietro quella scrivania c'era ormai da tre anni.
Gli stessi che lo separavano, ormai, dalla data in cui avrebbe dovuto laurearsi.
Ma le cose, lontano da casa, possono andare storte in un momento: quando papà aveva deciso di tagliargli i fondi per davvero Larry aveva dovuto cercarsi un lavoro. E così eccolo lì, alla reception del “Seven Days Suites” a passare il tempo a registrare check-in e check-out tra un film, una serie tv, un libro e i saluti distratti degli ospiti di passaggio. Ricordava ancora l'ultima telefonata di papà; era solito dirgli, da ragazzo, che “ogni uomo ha uno e un solo compito nella propria esistenza, un obiettivo da raggiungere, una cosa da fare”, e gliel'aveva ripetuto anche quella volta, salvo poi sottolineare come Larry fosse, forse, l'eccezione a conferma della regola: lui non aveva alcun compito, alcun obiettivo, niente di buono da fare o da dare al mondo.
Tirando un lungo sospiro e passandosi una mano sul volto Larry raddrizzò la schiena e incontrò lo sguardo implacabile della signora Foreman, una nera di 80 anni incredibilmente secca, che letteralmente navigava in uno dei suoi soliti, grossi vestiti a fiori. Come quasi tutte le mattine se ne stava seduta nella piccola hall dell'albergo, il bastone di legno posato a terra in una posizione che forse anche lei avrebbe voluto assumere ma che l'artrite le impediva di sperimentare per più di qualche attimo.
- Non mi guardi così – disse. Non servì a molto: la signora Foreman continuò a guardarlo così.
- Sì, lo so che è sbagliato raccontargli tutte queste cazzate, ma cosa dovrei fare?
L'anziana afroamericana non si mosse di un millimetro. Anche solo per vederla respirare, tra le pieghe del vestito, serviva aguzzare la vista.
Larry la guardò ancora per qualche secondo poi afferrò una delle penne sparse sulla scrivania e aprì il quaderno, scansando le pagine fino ad arrivare a quella finale. Una fitta serie di righette nere e blu lo salutò spiccando dal fondo bianco; erano divise in diverse sezioni da linee più spesse che tagliavano orizzontalmente la pagina in rettangoli asimmetrici: verso il margine più alto si leggevano le parole “Stanza 65 - allucinazioni” scritte in un riquadro in stampatello maiuscolo.
Larry aggiunse una lineetta alle quattro già presenti nell'ultimo rettangolo.
Con questo facevano cinque.
L'ultima allucinazione di Gary, Mr. Brown, Goran, Melvin o semplicemente di Robert Finn, tanto per usare il nome con cui la sorella gli aveva preso una stanza lì al “Seven Days” circa sei mesi prima (che continuava a pagargli), durava da cinque giorni. Non la più lunga, certo, ma era già capitato cambiasse con più frequenza.
In tutta sincerità Larry non sapeva se questo fosse un bene o un male.
In tutta sincerità, Larry non sapeva proprio nulla.
Non riusciva nemmeno a immaginare cosa volesse dire svegliarsi quasi ogni mattina con una concezione del mondo, del passato e del presente, di se stessi e degli altri, completamente diversa e spesso tutto tranne che confortante o confortevole. Larry capiva l'assoluta tragedia dietro quello stato, ma spesso si chiedeva come si sarebbe trovato al suo interno.
Ecco perché, ogni volta che arrivava una telefonata dalla 65, lui rispondeva e cercava con tutte le proprie forze di non turbare o incrinare per nessun motivo la storia che “Gary” raccontava a se stesso, per quanto assurda e strampalata fosse nel caso specifico. Lo assecondava. Insomma, la sorella gli aveva detto che la sua mente era in quello stato da sempre e che nessuno era mai riuscito ad aiutarlo davvero o a impedirgli di ripiombare nella propria oscura fantasia per un tempo sufficientemente lungo. Nonostante il contesto fittizio e ogni volta diverso, di fatto era davvero “confinato”, “costretto”: in quello stato fino alla fine dei suoi giorni.
La signora Foreman poteva anche guardarlo storto fino alla fine dei suoi, di giorni, ma Larry sentiva di dover continuare con quella sceneggiata. Suo padre si sbagliava: in qualunque modo si potesse definire, il suo rapporto con “Gary”, era la sua “cosa da fare”.
Doveva portare avanti quel teatrino, finché fosse durato.
Perché ecco l'unica cosa che Larry sapeva: prima o poi tutto sarebbe finito, in un modo o nell'altro. E se immaginare come “Gary” avrebbe reagito allo scoprire di essere stato parcheggiato in un buco di Brooklyn che dava sull'oblio assoluto era difficile, la cosa certa era che lui sarebbe tornato a essere soltanto il tizio alla reception che tutti salutano ma di cui nessuno ricorda mai la faccia.
A essere di nuovo l'eccezione che conferma la regola.

giovedì 28 gennaio 2016

AUTODIDATTA - Episodio #6 - WHITE SPACE

Buon pomeriggio, simpatici animali troppo evoluti!
E benvenuti al 6° (e penultimo, ma cercate di trattenere le lacrime) appuntamento con AUTODIDATTA, la rubrica mensile di narrativa breve che funziona da mio personalissimo alibi per evitare una quantità di cose che voi nemmeno riuscite a immaginare.
Come ve la passate? Spero bene, davvero.
Avete visto che, nonostante il vostro giusto scetticismo, il 2° appuntamento di gennaio 2016 è arrivato?
Ora l'equilibrio dell'Universo è stato finalmente ristabilito e tutta la realtà tornerà a funzionare come un bell'orologio svizzero: alcuni luminari della fisica sostengono che soltanto ora esistano le condizioni reali perché possa nevicare sul Centro-Nord Italia. Gioite!
In questo nuovo episodio della vostra rubrica meno preferita in assoluto, il Fato ha deciso di mettermi davanti al seguente esercizio di scrittura creativa (che, ricordo, prendo dalla lista contenuta ne "Il mestiere di scrivere" di Raymond Carver): "scrivere un racconto in cui almeno un personaggio dica e sostenga almeno una bugia."
Personalmente, mi è parso interessante. Molto.
E, sempre IMHO, sono anche riuscito a centrare per bene il punto della questione... come?
Leggete, insomma!
Per accompagnare la lettura, eccovi LIFE ON MARS. Non ho bisogno di dirvi/ricordarvi di chi sia.

Buona lettura,
Simone

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- Nome.
- Come?
- Nome, ho detto.
- Davide Sanino.
- Conferma di essere il proprietario del videonoleggio “Cinetropolis”?
- Sì.
- E conferma anche di essere perfettamente in regola con l'attuale normativa vigente riguardo alla distribuzione di materiale cinematografico?
- Sì, certo.
- Bene. Firmi qui, per favore.
L'uomo, un tizio chiatto e stempiato vestito con un trench grigio, una camicia azzurro spento e un paio di pantaloni neri, porse a Davide da oltre il bancone “a L” del negozio una cartelletta marrone con sopra un modulo prestampato, indicandogli dove firmare. Il suo collega, praticamente identico tranne che per qualche abbondante centimetro di altezza in più, continuò a fissarlo, in silenzio come era rimasto da quando i due avevano messo piede nel negozio. I volti scuri e quasi privi d'espressione si accordavano alla perfezione con il tetro stemma della Polizia Artistica che campeggiava sui distintivi che tenevano appesi al taschino anteriore dei trench: un libro aperto trafitto da una freccia, avorio su campo rosso sangue.
Davide sospirò. Afferrò la cartelletta e firmò, prima di dargliela indietro.
L'uomo la prese e controllò i fogli al suo interno, quindi la richiuse e se la infilò sotto un'ascella.
- Grazie. Ora daremo una rapida occhiata al negozio. La informiamo, inoltre, che...
- Sì, lo so.
- … da questo momento in avanti saremo autorizzati a effettuare perquisizioni con cadenza mensile senza darle alcun preavviso. Non si deve preoccupare se non ha nulla da nascondere, no?
Davide lo guardò e gli sorrise, uno squarcio obliquo solo accennato, palesemente finto.
- Mi ha tolto le parole di bocca.
Per lunghi minuti gli agenti si aggirarono per le due salette costituenti il videonoleggio, osservandone ogni centimetro in ogni direzione: nonostante quella contenente il bancone fosse parecchio più grande dell'altra, erano entrambe a pianta quadrata, con lo stesso pavimento di grandi piastrelle azzurre, l'intonaco bianco e una manciata di faretti rotondi affissi al soffitto.
Davide sapeva che erano in cerca di qualcosa di sospetto mentre scrutavano le mensole degli scaffali passando in rassegna gli innumerevoli dvd diversi con cui lui le aveva riempite: commedie, cartoni animati, registrazioni di spettacoli comici vecchi e recenti, qualsiasi cosa, insomma, che avesse potuto ancora esporre dopo aver denunciato alle autorità tutte le copie dei film ritenuti “illegali”. Dopo un po' l'agente più alto e smilzo gli chiese senza domandarglielo di poter vedere il retro del negozio. Mentre gli parlava, aveva una mano fissa sulla cintura dei pantaloni e l'altra affondata nella tasca, senza alcun dubbio pronta a scattare verso il calcio di una delle due armi di soppressione urbana che portava infilata nelle fondine sotto le ascelle, se lui si fosse rifiutato di obbedire alla richiesta. Prima della promulgazione dell'Happiness Act e la costituzione del corpo di Polizia Creativa, in città c'erano una decina di videonoleggi. Ora ne erano rimasti meno della metà; chissà quanti colleghi di Davide erano stati tramortiti dal colpo di un'arma simile.
Senza parlare Davide prese le chiavi da dentro la cassa e con un cenno del capo lo invitò a seguirlo.
Il retro del “Cinetropolis” non era nient'altro che una stanzetta rettangolare più alta che lunga, in cui trovavano posto soltanto due vecchi scaffali di legno completamente stipati di cianfrusaglie (scatole di cartone, copie dei dvd esposti con le loro custodie di plastica, vari gadget-regalo, fogli di carta con ordini e ricevute). Il pavimento, piastrellato alla stessa maniera del resto del negozio, offriva posto ad altro materiale ancora, specialmente pile di vecchie riviste di settore ormai fuori pubblicazione, ingiallite e appiccicose, che rendevano l'addentrarsi all'interno della stanza più che semplicemente complesso. La porta era soltanto una tenda di stoffa blu scuro: Davide la scostò e lasciò che l'agente desse un'occhiata all'interno. Letteralmente un'occhiata; il giovane uomo si sporse oltre l'uscio e si ritrasse in appena un paio di attimi.
Tornarono indietro. L'agente stempiato stava passeggiando distrattamente nei pressi della porta del negozio, e l'altro lo raggiunse sussurrandogli qualcosa all'orecchio.
- Bene, noi qui abbiamo finito. Arrivederci. - disse il tizio basso tendendogli una grossa mano.
Davide gli sorrise di nuovo e rispose al gesto.
- Beh, speriamo di no!
La stretta dell'agente si affievolì in un attimo e prese a fissarlo, immobile e in silenzio.
- Era... era una battuta... - disse Davide deglutendo a fatica.
Dopo un paio di attimi, un sorriso tutt'altro che naturale comparve sul faccione dell'agente, che tornò a stringere con vigore la presa sulla mano di Davide mentre il collega più smilzo aprì la porta e proruppe in una serie di risatine posticce. - Certo, certo! Una battuta...
Si voltò, quindi, e raggiunse l'altro fuori dal negozio.
Davide li osservò oltre la vetrata della porta mentre si allontanavano a passo lento, come se non avessero più altro da fare per il resto della giornata. Da qualche altra parte, in città, delle campane si misero a suonare: era mezzogiorno, e si ritrovò a pensare alla straordinaria casualità del fatto che l'ispezione fosse terminata proprio in tempo per la pausa pranzo. Prima di allontanarsi, girò il cartello con scritto “Aperto” dalla parte opposta.
Erano passati dieci anni dalla promulgazione dell'Act. Dieci anni da quando il Governo italiano aveva deciso pubblicamente che (dato il grave periodo di crisi economico-sociale, mai così aspro fin dal lontano 2012) l'Arte avrebbe avuto da quel momento il compito unico e assoluto di divertire e rendere più leggera l'esistenza dei cittadini. Dieci anni dall'istituzione della Polizia Creativa, che dopo aver raccolto e (probabilmente) distrutto qualunque tipo di “espressione artistica” che uscisse dal canone sopra indicato, si era messa a vigilare costantemente su ciò che la gente leggeva, ascoltava e guardava. Dieci anni e, finalmente, erano arrivati anche a lui.
Dentro di sé, Davide era sempre sempre stato convinto che presto o tardi questo giorno sarebbe arrivato, ma il sospetto che qualcuno dei suoi “clienti speciali” si fosse fatto scappare qualcosa era sempre più forte. E, allo stesso tempo, ben poco importante: comunque avesse fatto la Polizia Creativa a venire a conoscenza di qualche strana voce su di lui e sul “Cinetropolis”, da quel momento in avanti lui e gli altri avrebbero dovuto fare ancora più attenzione.
Davide si riscosse dai suoi pensieri e realizzò in quel preciso istante che mancavano solo più un paio d'ore alla riapertura del negozio.
Raggiunse la seconda stanza del videonoleggio, quella più piccola, e rapido cercò con lo sguardo la copertina dell'ennesimo sequel di “American Pie”, uscito nel 2020 e (a memoria di Davide, e nonostante non avesse ancora capito come fosse stato possibile) campione di incassi in quell'anno. Tolse il dvd dallo scaffale e allungando il braccio verso il muro alle sue spalle premette il minuscolo bottone nascosto; in tutta risposta, due piastrelle al centro del pavimento si abbassarono di qualche centimetro e scivolarono sotto le altre, rivelando una stretta scala a pioli che scompariva nel buio. Davide rimise il dvd sullo scaffale e sorrise, tirando un lungo sospiro di sollievo.
C'erano andati vicini, ma non abbastanza.
Con la solita fatica dovuta alla temporanea mancanza di illuminazione diretta sulla scala a pioli, Davide scese nell'oscurità fino a toccare di nuovo terra, quindi afferrò la maniglia di acciaio al di sotto del pannello di finte piastrelle e richiuse l'entrata sopra di sé. Fece qualche passo in avanti nel buio più completo, quindi, a tentoni e a memoria, cercò alla sua sinistra un interruttore. Dopo qualche istante una serie di neon traballanti esplose, illuminando quello che era uno strettissimo corridoio di mattoni grezzi e pietra, che terminava in corrispondenza di una vecchia porta di legno bloccata da una grossa spranga di ferro.
L'aveva scoperto un paio di mesi dopo l'apertura del “Cinetropolis”, quel collegamento.
Non aveva alcuna idea in merito alle ragioni dietro la sua esistenza, come non ne aveva sull'originale destinazione dei locali che adesso componevano il negozio o del vecchio palazzo in cui si trovava, ma non gliene era mai importato molto: quel posto non l'aveva mai considerato potenzialmente utile, soltanto curioso.
Con l'arrivo dell'Happiness Act, però, era cambiato tutto.
Nei mesi immediatamente successivi alla promulgazione dell'Act, Davide si era reso conto che alcuni dei suoi clienti con i gusti migliori si erano riservati dal dichiarare alcune copie dei loro film “di genere” preferiti, nascondendoli in casa ben consci che non avrebbero mai più avuto la possibilità di visionarli. A quel punto, memore del ritrovamento sotterraneo al negozio, Davide aveva quindi progettato la costruzione di una sala cinematografica “clandestina”, in cui proiettare (grazie a un vecchio macchinario comprato a poco prezzo da un amico intenzionato a disfarsene) i film salvati dal brutale rastrellamento all'interno della stanza su cui dava la porta al termine del tunnel. L'iniziativa aveva incontrato l'approvazione di tutti i clienti contattati in merito, che avevano anche deciso di aiutarlo a costruire la sala e acconsentito, per ragioni di sicurezza, a stipare al suo interno gli stessi film. Un paio di volte al mese si trovavano là sotto per guardarne almeno tre: una sorta di drive-in al chiuso in cui mostrare le pellicole che il mondo “civilizzato” aveva cercato di cancellare per sempre.
Davide raggiunse la porta, i passi che rimbombavano leggermente tra le strette pareti dell'umido corridoio, sollevò la barra e la spinse con forza facendola ruotare sui cardini.
La sala era quadrata, le pareti insonorizzate con materiale di riciclo, i sedili nient'altro che sedie pieghevoli vecchie e in alcuni casi quasi sfondate, il pavimento di pietra percorso per la maggior parte dai fili e dai cavi che andavano ad alimentare il proiettore appeso al soffitto: su tre delle quattro pareti erano stato fissate decine e decine di mensole, su cui campeggiavano i film raccolti dai clienti, mentre sulla parete restante si apriva un grosso schermo bianco e opaco, che uno dei suoi clienti aveva recuperato senza mai spiegare a nessuno come.
La porta si richiuse pesante alle sue spalle subito dopo che ebbe acceso le luci della stanza.
Davide si sedette, senza pensare nemmeno di toccare il proiettore. Il lungo manico di scopa di legno che di solito usavano per premere il tasto “On/Off” dello strumento lo lasciò a terra, vicino alla porta.
Prese posto su una delle sedie centrali della seconda fila, ben davanti allo schermo bianco, e tirò un lungo sospiro. Immediatamente, l'ansia che aveva accumulato a seguito del controllo degli agenti della Polizia Artistica svanì del tutto.
Nel corso degli anni Davide aveva imparato che andare laggiù da solo, senza far partire alcun film, gli regalava una sensazione di pace senza eguali, come se per qualche attimo il nulla lucente dello schermo inghiottisse lui, la sua vita, le sue cose, le sue preoccupazioni e tutto il resto del mondo. A inebriarlo era la pletora infinita di possibilità che portava con sé quello schermo bianco: la possibilità di sperimentare tutto l'ampio spettro del sentire umano, l'intera gamma di emozioni processabili dal nostro cervello. Era come se la sua storia si confondesse irrimediabilmente con quelle di ogni singolo personaggio di ogni singolo film presente in quella stanza, aiutandolo a comprenderla, e a guardarla con un po' più di distacco.
In quel posto gli era permesso di fuggire da quel presente così tetro, anche solo per 90 minuti. Chissà ancora per quanto.
Davide si scoprì in lacrime, ma non tanto per quello che sapeva sarebbe successo (con molta probabilità) nei mesi successivi a lui personalmente. Per l'idea stessa che quella sala e quel tunnel segreto venissero scoperti e chiusi: sentiva che non gli sarebbe importato di finire in una qualche cella profonda e buia e fredda, o in qualche posto ancora peggiore, se avesse avuto la certezza che l'horror, il thriller, il giallo, il dramma, il fantastico e l'avventura avessero ancora spazio nelle vite di qualcuno.
Che triste vita che doveva avere chi aveva scelto, nel proprio tempo libero, soltanto di ridere.

lunedì 4 gennaio 2016

AUTODIDATTA - Episodio #5 - SQUARES AND CIRCLES

Un tutt'altro che caldo (non ne avete bisogno, viste le temperature di questo "inverno") saluto a tutti voi, piccole bestiacce!
E ben tornati a un nuovo appuntamento con AUTODIDATTA, la rubrica mensile preferita da chi sniffa Attack e dagli Orsi Polari dotati di una connessione internet.
Come ve la passate? Tutto bene? Avete mangiato, bevuto e scartato pacchetti regalo come se non ci fosse un domani?
Spero per voi di sì: se state leggendo queste parole, ma soprattutto se leggerete davvero quelle sotto, ve lo siete sicuramente meritati.
L'esercizio che Raymond Carver (che questa volta mi è comparso in sogno nei panni di un unicorno verde acqua) mi/ci ha lasciato in "Il mestiere di scrivere" è questo: "scrivere un racconto ambientato in un periodo di festa, che potrebbe non tradursi in un'occasione così felice per uno dei personaggi (eventualità fortemente consigliata)."
E quale festa avrò mai scelto, visto che, beh, siamo in periodo di Feste?
Sarò stato banale o inutilmente ricercato come mio solito?
Lascio a voi giudicare: spero comunque che il raccontino vi piaccia almeno un po'.
Per buttarlo giù, ve lo accompagno con ADAM'S SONG, dei Blink 182 (per cui, lo confesso, ho una passione smisurata come qualunque altro ragazzino classe '91 cui ascoltare i Sum 41 non sarebbe mai stato perdonato).

Buona lettura. E, già che ci siamo, buon inizio 2016.
Simone

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     Caro Diario,
eccomi di nuovo a casa, anche oggi come ogni cavolo di giorno.
Ieri sera ho fatto bene a ripassare Feuerbach, sai? Il prof ha tirato a sorte un'altra volta il mio numero ma sembra che ogni tanto anche io abbia un po' di fortuna.
Mi ha dato 8.
Era così sorpreso che ha vomitato fuori una filippica su come io sia capace di dimostrarmi uno studente in gamba, quando voglio. Come se mi fregasse qualcosa di quello che pensa.
No, a mamma e papà non l'ho ancora detto. Forse non glielo dirò affatto, continuo a cercare di parlare con loro il meno possibile.
Nel viaggio di ritorno da scuola e per tutto il pranzo ho addirittura fatto fatica a guardarli in faccia: non riesco a smettere di pensare che qualunque possa essere la loro reazione, se decidessi di dirglielo, non sarebbe altro che una forzatura.
Come ho detto l'ultima volta, io stesso sono una forzatura, in qualche senso.

     Ma non voglio stancarti con l'ennesimo piagnisteo su quanto cazzo faccia schifo la mia vita, Diario.
Voglio soltanto dirti che oggi è il 14 marzo.
Sì, lo so che questo lo sai benissimo anche da solo... quello che non penso tu sappia (perché non lo vedo scritto da nessuna parte, in questa pagina) è che oggi cade la ricorrenza del “giorno del Pi Greco”: le sue prime tre cifre, 3.14, riprendono la grafia inglese della data di oggi, 3/14, appunto. L'ho scoperto questa mattina, nelle due ore che abbiamo passato in aula computer davanti alle slide di biologia, perché Google aveva un doodle particolare per l'occasione.
Chissà come sarebbe apparso, il doodle, se avessero deciso di celebrare il “White Day” giapponese. (Credo tu non sappia che cos'è nemmeno questo, ma centra ben poco con quello che voglio dirti, quindi te lo spiegherò un'altra volta.)
Beh, ho fatto un po' di ricerche con Wikipedia, sul “giorno del Pi Greco”.
E' stato festeggiato per la prima volta nell'88 all'Exploratium Museum di San Francisco sotto idea del fisico Larry Shaw, il “Principe del Pi Greco” (qualunque cosa possa mai significare), con un corteo circolare intorno a una delle strutture del museo e la vendita di torte alla frutta decorate con le cifre decimali del numero. Sembra che ancora oggi esistano gruppi di persone che lo celebrano, spesso nelle comunità virtuali tipo Second Life o chi è sui social network.
Sì, Diario, subito l'ho trovato totalmente assurdo anche io.
Sappiamo entrambi quale sia il mio rapporto con le scienze, ma andiamo... dedicare una giornata a una costante matematica (quindi qualcosa di totalmente astratto, indipendente dalla dimensione fisica e naturale), per di più a una che sia LETTERALMENTE inesprimibile? Che senso ha?
Continuo a prendere da Wikipedia: il Pi Greco è un numero irrazionale, non è il risultato di alcuna frazione tra due numeri interi.
È un numero trascendente, infinito e non numerabile.
La sua stessa esistenza ha reso definitivamente irrisolvibili alcuni problemi base della geometria classica... come quello della “quadratura del cerchio”.
Hai capito? La “quadratura del cerchio”... è anche un modo di dire, cazzo, ed è impossibile!
La fondamentale incongruenza di matematici e fisici nel festeggiare un'incognita irrisolvibile mi ha distratto per tutta la mattinata.
So che sembra una scusa, ma è così.
Insomma, è il loro “lavoro” spiegare il mondo che ci circonda, o mi sono perso qualche lezione?

      Ci ho riflettuto un bel po' sopra, quindi, e credo di esserci arrivato.
Forse ci sono cose per le quali anche cercare di capirle, di conoscerle, non può aiutarti a cambiarle.
Questioni destinate a restare aperte, problemi irrisolvibili si potrebbe dire, per cui tutte le analisi, i test e le prove di una vita non servono a nulla: quel che resta da fare è arrendersi alla realtà dei fatti.
Già , arrendersi.
Forse è quello che dovrei fare anche io. Sedermi davanti a mamma e papà e dire loro la verità.
Prendere Matteo da parte, in un intervallo qualunque di un giorno qualunque e dirgli: ci conosciamo da sette anni, siamo vicini di banco da tre e io credo di essermi innamorato di te.
Guarda, Diario, messo giù così non sembra nemmeno una cosa così difficile da fare.
Quasi come costruire quadrato e cerchio di pari area usando solo riga e compasso.
Beh, penso sia ora di mettermi a fare i compiti: sono le tre e la Prima Guerra Mondiale non mi entrerà sicuramente in testa da sola.
Ci sentiamo più tardi.
Stammi bene.

      P.S.: Sono le 15 del 3/14. 3.1415. Buffo, no?

lunedì 30 novembre 2015

AUTODIDATTA - Episodio #4 - FOUR

Un saluto a tutti gli amici e amiche (specialmente amiche) giunti qui per caso o per senso di masochismo!
E' un Simone ormai quasi del tutto inglobato dal bacellone mutante del virus del raffreddo che vi parla, per darvi il benvenuto al 4° appuntamento con AUTODIDATTA, la rubrica in cui vi presento i frutti degradati del mio tentativo di risolvere alcuni degli eserciti di scrittura creativa lasciati da Raymond Carver nel suo "Il mestiere di scrivere".
Questo mese l'esercizio in questione richiedeva di "scrivere un racconto in cui qualcuno abbia perso, dimenticato o dimenticato qualcosa": un tema vago il giusto, ma che non ho affatto faticato a centrare, almeno nelle intenzioni.
In FOUR i personaggi sono pochissimi, ma i modi in cui cose, persone e sensazioni sono stati persi, dimenticati o abbandonati sono diversi; sta a voi, ovviamente, il compito di scoprire quali.
Sono tre cartelle, questa volta, e so che è molto di più di quanto siate abituati a leggere qui sopra... ma se avete a cuore la mia sanità mentale, gustatevele per bene: penso di aver fatto un buon lavoro, e in ogni caso è un racconto a cui tengo molto.
In accompagnamento alla lettura, I WILL FOLLOW YOU INTO THE DARK, dei Death Cab For Cutie... e direi che, così, uno dei modi in cui ho declinato la "perdita" sia diventato già abbastanza palese...

Buona lettura,
Simone

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     "Ti stai annoiando, non è vero?"
Nessuna risposta. Marco continua a guardare fisso davanti a sé, le braccia conserte sulla superficie del tavolino di plastica nera e il mento poggiato su di esse.
Non potrebbe renderlo più chiaro nemmeno urlandolo. Sua madre faceva lo stesso, da piccola.
Ci ritento.
"Puoi dirmelo, non mi offendo mica. Anche io mi sto un po' annoiando qui con te."
Muove gli occhietti scuri verso i miei e, finalmente, sorride. E anche io sorrido.
Per fortuna il senso dell'umorismo l'ha preso dallo zio.
Mi sistemo sulla sedia, in tinta con il tavolino, e mi chiedo come facciano le altre persone sedute nel grosso dehor rettangolare che colonizza in parte la strada lastricata a non impazzire per la scomodità. I posti a sedere, in tutto una decina e divisi idealmente in tre zone da due grossi ombrelloni beige chiusi, sono completamente occupati da gruppi di giovani amici ben vestiti e da un paio di coppie di mezza età; sembrano tutti sereni e rilassati e bevono caffé e marocchino, i più arditi un analcolico alla frutta. Nessuno di loro tocca le ciotoline di ceramica piene fino all'orlo di patatine: sono quasi le due del pomeriggio e abbiamo tutti già terminato il pranzo.
Io ho optato per una rigenerante birra gelata, mentre mio nipote non ha voluto niente.
È ancora troppo arrabbiato per il fatto che mia sorella abbia avuto un contrattempo al lavoro, e lui sia stato costretto a ritardare la sua quotidiana ora di relax videoludico per rimanere in città con me. Ho quattro volte la sua età anagrafica ma potete giurarci che capisco il suo punto di vista.
Dalle casse installate all'imboccatura del dehor la radio manda l'ennesima canzone italiana del momento, in attesa che la clientela cambi in modo da poter vomitare qualche schifezza lounge inascoltabile senza l'ausilio di tre Negroni.
Ingoio rapido un nuovo sorso di birra, poi allontano la bottiglia di qualche centimetro da me: "C'era una cosa che facevo sempre, da giovane, quando mi annoiavo" gli dico, "ed era rimettere in ordine il portafoglio. Non lo faccio da un po', ti va di aiutarmi?"
"Mettere in ordine il portafoglio?"
"Sì."
"Che c'è da mettere in ordine in un portafoglio?"
"Più di quanto tu creda."
"Ma è un portafoglio. Cci sono i soldi dentro."
"Non soltanto. Fidati, da quello che tiene una persona nel portafoglio si può capire tanto di lei."
Per la prima volta si alza dal piano del tavolino e si abbandona contro lo schienale della sedia, lo sguardo perso e l'espressione confusa. Io tolgo dalla tasca dei jeans il mio vecchio portafoglio di finta pelle marrone e lo appoggio sul tavolino.
"Allora?"
Marco si sistema sulla sedia, mette la schiena dritta e si avvicina al tavolo esibendo un altro sorrisetto. E anche io sorrido.
Apro il portafoglio e insieme svuotiamo il contenuto di tutte e dieci le tasche, abbandonando poi la carcassa molliccia in disparte e dividendo il tutto in piccoli gruppetti differenziati per tipo.
C'è la pila dei soldi, composta da qualche banconota, un paio di spiccioli e un marco tedesco (retaggio di un vecchio viaggio del Liceo a Berlino), la pila dei documenti con la carta di credito, la tessera sanitaria, la patente e la carta d'identità, il grosso mucchio di biglietti dei concerti, che senza sosta riempio da circa tredici anni ininterrotti (e le stampe sbiadite e i contorni frastagliati si assicurano che non me lo dimentichi mai), e la pila più grossa, quella che contiene la gran quantità di ricevute, pezzi di carta con frasi o titoli di libri o di film da ricordare, liste della spesa e biglietti da visita di gente incontrata in qualche momento della mia vita e ormai del tutto dimenticata. Le cianfrusaglie varie, insomma.
Con calma ci soffermiamo su ogni singolo elemento di ogni singolo gruppetto, andando a creare altre due pile più generali: quella delle cose "da tenere" e quella delle cose "da buttare".
Dopo più o meno mezzora sul tavolino di plastica rimangono le due pile e l'ultimo rappresentante del gruppo "cianfrusaglie varie", una vecchia carta da gioco di "Uno", un quattro giallo sporco e smangiato. Marco lo prende in mano e lo squadra tenendolo davanti agli occhi come si farebbe con un geroglifico.
"Che cos'è?"
"A te che cosa sembra?"
"Non lo so. Una carta con il numero "4" scritto sopra."
"Non ci credo: non hai mai giocato a "Uno"? La mamma non ti ha mai insegnato?"
"Uno?"
"Sì, Uno."
"No."
"Non posso crederci! Era uno dei giochi di carte che andava per la maggiore, quando avevamo la tua età. È divertente! Sono sicuro che a casa dei nonni ci sia ancora un mazzo tutto intero, la prossima volta che ci vediamo te lo porto."
Mentre afferro la bottiglia e ingollo l'ultima sorsata di birra Marco continua a guardare la carta, pensieroso. "Se il mazzo dei nonni è intero, questa non viene da lì vero?"
Rimetto la bottiglia oltre le due pile di cianfrusaglie e annuisco.
"Non ti si può nascondere niente, eh?"
Sorride, soddisfatto. E anche io sorrido.
"Questa carta" riprendo indicando il pezzo di cartoncino giallastro, "l'ho trovata tanti anni fa, dimenticata da qualcuno o forse persa. In effetti ha una storia abbastanza curiosa."
Marco mi guarda per un po', dubbioso, poco convinto.
Quindi fa spallucce e appoggia il "4" in cima alla pila di cianfrusaglie da buttare. Impiego interi secondi a capire che no, non posso gettarlo via. Interi secondi. Odio più me stesso per la lentezza, che lui per il gesto in sé.
"Che stai facendo?" chiedo ad alta voce riprendendomi la carta con uno scatto e rivolgendogli uno sguardo rabbioso.
Mi restituisce un'espressione tra lo spaventato e il sorpreso, silenziosa.
Distolgo lo sguardo appena mi rendo conto di essere stato troppo brusco. "Scusami."
Non mi risponde, si guarda in giro come se non esistessi.
Rimango in silenzio anche io, almeno per un po'.
So bene quel che devo fare, non ci sono tante possibilità, eppure trovo difficile iniziare: non credo di averne mai parlato con qualcuno che avesse meno di vent'anni.
"Era la notte di Capodanno, il 31 dicembre. Tua mamma doveva ancora conoscere papà, i nonni erano ancora tutti e due in salute e io ero uno dei tanti studenti alla prima esperienza con la vita d'appartamento in una città decisamente più grande di quella in cui aveva sempre vissuto. Uno dei periodi più belli della mia vita! L'indipendenza, le responsabilità, l'essere adulto ma potersi ancora comportare come un ragazzino... quando arriverà il tuo momento ricordati di godertelo per bene."
"Avevo un piccolo gruppo di amici molto stretto a quel tempo. E tra di loro c'era Luca. Se gli altri li conoscevo da anni, con lui mi ero unito durante il Liceo, ma eravamo come fratelli; sentivo di completarlo, e di farmi completare da lui come mai mi era accaduto prima. Due facce opposte della stessa medaglia, e per questo incredibilmente vicine. Eravamo tutti lì, quella sera, a casa di alcuni suoi compagni di Università e tutto stava andando per il meglio."
Mentre racconto vedo Marco che torna lentamente a guardarmi, sempre più interessato, sempre più partecipe, cattura più dall'atto stesso dell'inanellare una vicenda che dalle mie vere parole.
"Finita la cena abbiamo deciso di uscire di casa per andare verso il centro della città, come tutti gli altri abitanti; faceva un freddo terribile e il fatto che fossimo in una strada male illuminata di un quartiere ben poco rassicurante rendeva la notte ancora più glaciale. Parlando e ridendo ci siamo diretti più velocemente possibile verso la stazione della metropolitana e..."
"Aspetta, aspetta! Che cos'è una metropolitana?", mi sorprende la vocetta di Marco.
"E'... un treno con un vagone solo che sta sottoterra,e collega parti lontane di città molto grandi."
Marco sbarra gli occhi e li fissa nel vuoto, l'immaginazione in volo totalmente libero.
"Va bene" mi dice dopo un paio di istanti, "continua pure!"
"Quella sera l'atrio della metropolitana era semplicemente stracolmo. Donne, uomini, bambini, ragazzi, ragazze, anziani: sembrava che tutta la popolazione si fosse incontrata in quel posto preciso, e che partissero e arrivassero continuamente: un'enorme massa con centinaia di teste, di gambe, di braccia! Ovviamente solo quando ho visto i miei amici con i loro biglietti della metropolitana mi sono ricordato di non avercelo. Lo sai anche tu come sono, no? Smemorato. Di solito, quando mi succedono cose di questo genere, pago quello che c'è da pagare e basta... ma quella notte, va' a sapere perché, non avevo intenzione di sborsare nemmeno un euro.
Concludo la frase e avvicino di qualche millimetro il volto a quello di Marco, guardandolo fisso negli occhi.
Silenzio, per alcuni istanti. Le mie palpebre si chinano un paio di volte, le sue mai, o almeno credo.
"E l'aveva capito bene Luca, che prima di raggiungere gli altri lasciandomi indietro mi disse di passare subito dietro di lui, prima che qualcuno potesse accorgersi della cosa. Con tutta la gente che c'era, subito mi sembrò un'ottima idea."
"Ma come, non c'era nessuno a controllare i biglietti?"
"Oh no, non sul momento. Nelle metropolitane si arriva ai binari attraverso varchi chiusi da due pannelli di plastica, che si allontanano l'uno dall'altra e si aprono infilando un biglietto valido in un lettore elettronico. Senza biglietto è fisicamente impossibile oltrepassarli."
Mi rendo conte che io, alla sua età, una frase in cui ci fossero le parole "lettore elettronico" non avrei avuto possibilità di capirla nemmeno sforzandomici, ma ormai l'ho detta.
Marco sembra non fare una piega.
"Ah, capito. E quindi sei passato prima che si richiudessero?"
Ci metto un po' a riprendere le fila del discorso per la sorpresa.
"Sì, siamo passati e ci siamo diretti subito verso gli altri e verso i binari. Ma all'improvviso un grosso omone vestito di nero ci si parò davanti bloccandoci sul posto: un carabiniere. Mai visti in metropolitana, probabilmente era stato messo lì per controllare che nessuno si facesse del male. Non ha detto niente, ha solo fatto un cenno verso le biglietterie alle nostre spalle."
"Senza troppa scelta siamo tornati indietro e siamo usciti comprando un nuovo biglietto; mentre camminavamo a testa bassa Luca è quasi inciampato scivolando su questo stupido pezzo di cartoncino colorato" dico puntando il dito verso il "4" giallo canarino. "L'ho tenuto io e l'ho infilato nel portafoglio, credo proprio nella tasca dove l'abbiamo trovato prima."
Smetto di parlare e non aggiungo altro, fino a quando Marco non si convince che il racconto sia davvero finito.
Rimaniamo in silenzio per un po', con le persone che ci volteggiano attorno dandosi lentamente il cambio nell'occupare gli altri tavolini del dehors. Ben più rapidi e indaffarati, i camerieri in livrea nera maneggiano i loro stanchi vassoi di acciaio. A un certo punto il ragazzino si alza dalla sedia, prende in mano la pila di "cose da buttare" e tenendola ben stretta attraversa la strada lastricata in direzione di tre grossi cassonetti dell'immondizia: con un po' di fatica, abbandona il proprio carico al di sopra di una pila di scatole di cartone. Poi, battendosi le mani come dopo un lavoro faticoso ma soddisfacente, torna sulla sedia al mio fianco.
Lo guardo, nello stesso silenzio con cui l'ho seguito negli ultimi istanti, mentre prende il mio vecchio portafoglio e lo riempie di nuovo con il contenuto della pila di "cose da tenere", attento a rimettere ogni singolo oggetto nello stesso posto da cui l'abbiamo tirato fuori pochi attimi prima.
Il "4" di cartoncino finisce subito dietro la carta di credito, in una tasca tutta sua.
Dubito abbia capito che l'episodio della metropolitana sè l'ultima cosa che ho condiviso con Luca, fagocitato da quella stessa città un paio di settimane più tardi senza alcuna ragione e in modo non ancora del tutto chiaro. Vorrei dirglielo, e se avesse qualche anno in più forse lo farei. Ma la facilità con cui si è sbarazzato delle "cose da tenere" in favore delle "cose da buttare" mi ha lasciato senza parole,
Guardare il mondo in bianco e nero, senza dover dare spiegazioni, è qualcosa che gli viene naturale, e che io ho perso da un po'. Non gli dico niente, quindi, continuo soltanto a guardarlo.
E sorrido, forse in modo un po' forzato. E sorride anche lui.