lunedì 30 dicembre 2013

UN CORDIALE FANCULO

Un cordiale saluto, cyber-sailors!
E benvenuti a quello che è l’ultimo post del 2013. Già, non so se viene siete accorti, impegnati come siete a trovare regali per persone alle quali normalmente versereste polvere di vetro nel caffè… ma Natale e l’ultimo dell’anno sono incredibilmente vicini.
Sono già passati dodici mesi: ci aspetta il 2014. Non possiamo farci molto, in proposito.
Una piccola nota tecnica: avevo una voglia matta di scrivere questo post, letteralmente da mesi, ma ora che sono qui non so bene di che cazzo dovrei parlare.
Probabilmente chi di voi ha la dubbia fortuna di conoscermi davvero sa che mi trovo molto più a mio agio a esprimere me stesso attraverso storie di fantasia, che dialoghi diretti.
Già, poveri i miei genitori e la mia fidanzata. È dura essere me.

Porca miseria è stato strano questo 2013. Anche per voi?
Magari tra cinque anni cambierò idea ma ora come ora mi pare che sia stata l’annata in assoluto più incredibile della mia vita.
Sono successe un sacco di cose, molto buone, e molto meno; quando le ho vissute in prima persona, ho imparato qualcosa in ognuna di queste occasioni.
Qualche esempio:
Ho assistito alla prima laurea di una persona che conosco dai tempi delle scuole medie, e nonostante non abbia capito praticamente nulla di quello che ha detto, sono stato incredibilmente orgoglioso.
Ho rincontrato un amico che non sentivo da quasi due anni, e ho scoperto che era come se non avessimo mai smesso di sentirci.
Ho incrociato lo sguardo con un uomo che ha perso quasi tutto, e che ha rivelato (forse anche a se stesso) di essere più flessibile e resistente di quasi chiunque altro.
Sono stato costretto a salutare delle persone per l’ultima volta: con alcune avevo giusto parlato in un paio di occasioni, mentre davo la presenza di altre, nell'insensato affresco rurale del mio paesino, così sicura che pensavo fossero statue immutabili ed eterne. Purtroppo invano.
Ho avuto la riprova del fatto che il nostro mondo, e tutto ciò che lo compone, sono totalmente relativi a come noi li guardiamo e intendiamo: ogni cosa ha senso e forza soltanto in relazione e a quanta gliene diamo noi. Proprio per questo è assurdamente più facile non sforzarsi di essere felice, che decidersi finalmente a esserlo.
Mi hanno spiegato che è inutile darsi troppa pena per il futuro, e che non esiste un ostacolo, una differenza, troppo gigantesca o debilitante: le cose vanno e vengono, godiamocele.
Ho scoperto di non aver voglia di monetizzare e capitalizzare ogni singolo aspetto della mia vita, e di averne ancora meno di circondarmi di persone che (senza rendersene conto, può essere) lo fanno tranquillamente. Dovrà pur esserci ancora qualcosa di sacro, in questa nostra società, oppure no?
Mi sono scoperto capace di prendere decisioni importanti, per me soprattutto, senza la paura di lasciare una strada vecchia per una nuova.
Ho fatto per la prima volta l’albero di Natale come unico membro sotto i quarant'anni di età presente in casa Giraudi: è stato bello ma strano, e l’albero in questione sembra un po’ troppo piccolo per una casa con una persona in meno dentro.
Ho, anche se mi vergogno un po’ a dirlo, firmato i miei primi autografi. E non su un pezzo di carta qualsiasi, ma sul mio primissimo libro: è una delle cose che m’imbarazza di più al mondo.
Ho visto persone che per me sono importanti interessarsi a come sto cercando di far diventare la mia vita, sostenermi, capirmi. E altre che, pur non facendo quasi nulla di tutto questo, rispettano la mia scelta sinceramente.
Ho capito, una volta e per tutte, che la maggior parte del processo creativo si fa lontano dal posto in cui scrivi. Lontano chilometri. E possibilmente in buona compagnia.
Almeno, questa è la roba che ricordo scientemente di aver affrontato: conoscendomi sono certo di aver tralasciato la maggior parte degli avvenimenti più importanti.
Chiunque si sia sentito indirettamente citato, nel leggere questo breve excursus, lo ringrazio, perché senza di lui/lei avrei vissuto qualcosa in meno.
Davvero, grazie, qualunque cosa ci sia stata tra di noi.

Ma chi voglio ringraziare di più, in assoluto, siete voi, cyber-sailors.
Voi, che avete letto qualcosa, qualunque cosa, di quello che ho scritto in questo blog: non eravate tenuti a farlo, vi siete fidati, e avete consumato una parte del vostro tempo in questo modo.
Il nostro tempo è prezioso, più di quanto riusciamo ad accorgercene realmente, ma soprattutto è limitato. Non importa in cosa crediate, avete comunque una data di scadenza stampata in fronte: che un qualcosa di mio vi abbia accompagnati nel cammino verso quella data, mi rende davvero il giovane aspirante scrittore disoccupato più felice del pianeta.
E non m’importa se quel che avete letto vi sia piaciuto, o no. È il fatto stesso che mi siate stati a “sentire” che è fondamentale.

Questo semplicissimo blog è in assoluto il traguardo più importante che abbia raggiunto recentemente; è una cosa totalmente mia, che ho sempre voluto fare, e che gestisco in totale libertà.
Meglio di questo non posso avere o chiedere, all'universo.
Se avrete voglia di seguirmi anche nel corso del 2014, mi troverete ovviamente sempre qui, a buttar fuori conati. Con tutto quel che ho in mente, dovrebbe valerne la pena.
Questa è “Freebird”, dei LYNYARD SKYNYARD.
Spero davvero che vi aiuti a iniziare l’anno con la voglia di portare la vostra vita in una posizione che sia più edificante e felice, a prescindere da quanto sia realmente conveniente: se lo è già, buon per voi, ma si può sempre migliorare.

Ci risentiamo a gennaio.
Simone


martedì 17 dicembre 2013

UNO SCAMBIO EQUO

Un caloroso saluto, cyber-sailors!
Come state? In fissa con i regali di Natale e terrorizzati dal dover trascorrere qualche ora con quelli che dovrebbero essere i vostri parenti più stretti? Già, anche io.
Ma non pensiamoci, mancano ancora nove giorni, a quello fatidico, e per ingannare l'attesa vi propongo un racconto breve un po' più particolare del solito; per rimanere in tema con la magia delle festività (oppure no?), UNO SCAMBIO EQUO ha atmosfere più sognanti, oniriche e irrealistiche rispetto ad alcuni degli altri racconti. Tant'è che si tratta dello sviluppo di un sogno che ho fatto recentemente, e grazie al quale ho capito senza alcun dubbio di dover cambiare dieta!
Sinceramente, spero vi piaccia, come argomento e concetto è davvero personalissimo. (Oppure no?)

Accompagna la lettura del nuovo racconto breve un pezzo semplicemente straordinario.
Dei Modena City Ramblers, è MORTE DI UN POETA.
Ci risentiamo nelle prossime settimane, per un piccolo post-pre fine anno.

Buona lettura a tutti.
Simone

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     Improvvisamente, apro gli occhi, e mi ritrovo completamente immerso in una luce bianca, forte e densa. Dopo qualche istante, al suo interno si delineano però i contorni regolarmente squadrati di una serie di pannelli grigio-bianchi, in mezzo cui spicca una lampada al neon di forma circolare.
      Un soffitto. Sto guardando un comunissimo soffitto.
     Il mio respiro è pesante, come dopo una lunga corsa, ed è l’unico rumore che riesco a percepire. Dopo pochi attimi, fissare il soffitto inizia a darmi la netta sensazione che questo mi stia venendo incontro. Faccio forza sulle braccia, e mi metto a sedere su quello che scopro essere un letto a una piazza; le lenzuola e la spessa coperta, così come il gonfio e soffice cuscino dal quale ho appena alzato la testa, sono dello stesso colore del soffitto.
     Lentamente, mi guardo attorno. Il letto occupa la parete sinistra di un piccolo stanzino dall’aria gentile e confortevole, in cui ogni cosa (il basso e spoglio comodino alla mia destra, la grande cabina armadio ancora oltre, l’intonaco delle pareti e la moquette del pavimento), risulta avere tinte talmente tenui da essere ottundenti e nauseanti. L’odore che sembra impregnare la polvere stessa, poi, non aiuta per nulla a mettermi a mio agio: un aroma asettico e artificiale, a dir poco disturbante.
     Ricaccio indietro la nausea, e stringo gli occhi per cercare di afferrare dai recessi della memoria qualche informazione su di me, sul luogo in cui mi trovo e su come ci sono finito. Invano. Sembra come rimestare in un oceano di sabbia: quel che cerco mi sfugge continuamente, affondando sempre più nell’oblio. In breve, capisco di essere completamente svuotato. Non ho nessun ricordo che preceda il mio risveglio nella stanza.
     Con un gesto secco, sposto la coperta candida e scendo dal letto, mettendomi in piedi.
     Le gambe, inizialmente fragili, si fanno poi sempre più sicure, e mi dirigono verso l’ampia cabina armadio. Il mobile è un gigante di legno verniciato di bianco, dall’aspetto elegante, e dotato di una gran quantità di ante e cassetti per ogni occasione. Con la speranza di ricavare qualche preziosa informazione dal loro contenuto, mi avvento su una delle porte scorrevoli; niente, per quanta forza provi a imprimere, il legno non si convince a scorrere lateralmente. L’anta non si apre. Così come, scopro poi, nessuna delle ante e dei cassetti dell’armadio.
     Percorro rapidamente i metri che mi separano dalla grande finestra innestata nella parete opposta al letto, accecata dalle scure serrande calate sopra i vetri. Le tapparelle sono formate da listelle di plastica appiccicate l’una sull’altra, quasi saldate, che impediscono di vedere attraverso di esse, e a un primo sguardo non sembra esserci un possibile modo per sollevarle. Non c’è nemmeno una maniglia, nella struttura del finestrone.
     L’ansia, profonda e avvolgente come un abbraccio, non ci mette molto a prendere il controllo.
    Cerco di ritrarmi sia dal finestrone sia dalla cabina armadio, inconsciamente ripercorrendo all’indietro i passi che mi hanno condotto al di fuori del letto: ora come ora, ritirarsi nelle profondità del sonno e smettere di porsi domande pare la decisione più saggia. Ma la pressione di tutto quel che non so decide di spingere sul pedale dell’istinto alla fuga: la voglia di fuggire da quella camera per cercare risposte diventa immediatamente pressante. Mi lancio sulla porta della stanza, e dopo aver afferrato il pomello di ottone, lo faccio scattare con un movimento del polso, tirandolo poi verso di me.
     Con molta cautela, infilo la testa tra gli scarsi centimetri di spazio libero tra il muro e lo spigolo della porta. Davanti a me, un lungo corridoio dalle pareti e dal soffitto identici a quelli della stanza, si prolunga infinito sia alla mia destra che alla mia sinistra, apparentemente deserto.
     Faccio un passo oltre la soglia, richiudendomi la porta alle spalle. Sulla sua superficie, un foglio di carta racchiuso da un fragile contenitore di plastica, recita: “Ospite 616616 – Adam Morrison”.  Un inaspettato taglio di luce illumina finalmente un frammento della mia memoria perduta; Adam Morrison è il mio nome.
     Per minuti, vago sperduto lungo le apparentemente infinite ali della struttura. Mi accorgo ben presto di non aver mai visto un edificio del genere; sembra che sia tutto impostato in un unico, sterminato piano, ma tenere il conto delle scalinate che si aprono a intervalli regolari sulla parete alla mia sinistra, diventa più difficile a ogni metro. Come unico punto di riferimento, ho la numerazione delle camere che mi scorrono ai lati del campo visivo: per chissà quale motivo, decido di procedere secondo il loro senso decrescente. Passo dopo passo, la sensazione di ovattata e nauseante irrealtà rimane immutata dentro di me, e anzi ogni tanto s’intensifica grazie ai rumori che risuonano all’interno della struttura (che evidentemente non è così deserta come sembra). Soffocate urla di disperazione, passi pesanti, il suono di macchinari accesi e spenti: con ogni probabilità, al di là di ognuna di queste porte, si cela qualcuno che, se non è in giro a cercare risposte, è perché è messo ben peggio di me.
     Quasi senza accorgermene, raggiungo la fine del corridoio: davanti a me, l’ennesima parete tinta pastello, alla mia sinistra una scalinata che apre la strada, evidentemente, per un piano inferiore. Prima che possa decidere che cosa fare, se ritornare sui miei passi, oppure imboccare la scala, percepisco due voci basse e soffocate provenire da dietro di me. Rimango immobile, fino a quando non sento la porta di una delle innumerevoli camere aprirsi e girare sui cardini, e le due voci farsi più distinte: rauche, graffianti, semplicemente irritanti, appartengono a due grossi infermieri vestiti con stretti camici verdastri, completamente calvi, e dalla carnagione liscia e abbronzata. Quando mi vedono, si fermano, sbigottiti forse anche più di me.
     Non ci penso due volte a fiondarmi verso la scalinata, e a divorare a due a due i gradini tenendo la mano destra saldamente ancorata al corrimano.
     I due si mettono immediatamente al mio inseguimento, i passi pesanti che rimbombano lungo il corridoio deserto non lasciano spazio a dubbi. Mentre caracollano giù per la rampa, che si dimostra incredibilmente più lunga di quanto avessi immaginato, capto qualche stralcio dei loro discorsi, senza riuscire a comprenderli: parlano un idioma del tutto sconosciuto, che mi da l’idea di non essere mai stato articolato da nessun essere umano in tutta la Storia. Salto gli ultimi tre gradini della rampa, imboccando immediatamente il nuovo corridoio senza nemmeno guardarmi attorno, ma indietreggiando dalla scalinata con lo sguardo fisso sulla distanza tra me e i due infermieri, che so ridursi sempre più.
     Improvvisamente urto con la schiena contro qualcuno, o qualcosa. Mi volto di scatto, spaventato, e mi trovo davanti una figura dai tratti femminili, con la stessa pelle abbronzata e perfetta dei due infermieri, e lo stesso cranio completamente rasato. Gli occhi, grandi e acquosi, sono due perfetti pozzi circolari neri come la pece, le unghie sono lunghe e dall’aspetto crudele, le orecchie appuntite e le labbra carnose e invitanti. Un lungo camice bianco le copre le forme sinuose, giusto indovinabili sotto il lungo tailleur scuro.
     È bella, ma allo stesso tempo ultraterrena e certamente pericolosa: uguale a qualsiasi altra donna, e allo stesso tempo molto diversa. Non riesco a reprimere un urlo, e mi allontano da quella figura guardandomi attorno, nella spasmodica ricerca di qualcosa, finalmente, che possa riconoscere come comune e sensato.
      Il mio sguardo si posa su un largo maniglione antipanico rosso sangue, attaccato a un’uscita di sicurezza e lontano pochi metri. Senza pensarci due volte, mi getto su quel sanguigno simbolo di libertà di plastica, abbassandolo con tutto il mio peso e spalancando una delle ante dell’uscita di sicurezza: sto per fare un passo verso l’esterno, ma appena mi rendo conto di quel che c’è, all’esterno, mi fermo immediatamente.
   Davanti ai miei occhi, si apre una sterminata distesa buia, vuota, nera, fredda, un deserto di nulla improvviso. Il niente. Qualunque cosa sia quell’edificio, esiste sospeso in mezzo al niente.
     È l’ultima goccia, per la mia mente troppo provata: suoni, odori e colori spariscono come se non fossero mai esistiti, davanti all’incomprensibile immensità di quel che mi sta succedendo.
   Percepisco il tocco deciso di due braccia abbronzate che mi cingono il ventre e mi alzano di peso, portandomi via dall’uscita di emergenza. Il rumore della porta antipanico che si richiude pesantemente, si confonde con quello del mio stesso corpo che sbatte contro una delle pareti, e con il pungente pizzicore che esplode improvvisamente dal mio braccio destro. Con lo sguardo appannato, prima di perdere i sensi noto la mostruosa dottoressa che getta a terra una siringa di plastica.
     <<Riportatelo in camera. E sperate che questa volta ci rimanga più dell’ultima>>


     Il risveglio, questa volta, è più dolce, graduale, ma riconosco subito il soffitto della stanza 616616.
    La testa mi gira, ho la bocca impastata e gli occhi gonfi. Quando provo a muovere braccia e gambe, capisco di essere stato legato al letto attraverso strette cinghie; posso solo ruotare la testa, e quando lo faccio, vedo la mostruosa dottoressa, che tiene stretta al petto una cartelletta giallastra, e uno dei due giganteschi infermieri, a pochi centimetri dalla grande cabina armadio. Noto, per la prima volta, che i due condividono gli acquosi occhi neri.
     Facendo appello, per quanto mi è possibile, a tutte le forze che ho in corpo, cerco di allentare la presa del cuoio su polsi e caviglie. Mi dimeno, mi agito spasmodicamente, ma non sembra esserci nulla da fare. << Signor Morris così si fa soltanto del male. Si rilassi, non ha nulla da temere. >>, mi dice la dottoressa.
     La sua voce, roca e raschiante, non mi tranquillizza per niente, anzi mi rende ancora più nervoso, ma capisco in fretta di non avere molta altra scelta.
     La dottoressa mi si avvicina di un passo, tenendo sempre ben salda la cartelletta, e rivolgendomi un sorriso accomodante. <<Signor Morris, lei non sa che posto è questo, vero? Non sa come ci è arrivato, e non ha alcun ricordo precedente al suo risveglio di qualche ora prima, ho ragione?>>. Non le rispondo, non credo ce ne sia davvero bisogno. Così, lei continua. <<Non si lasci prendere dall’ansia, è normale che i nostri nuovi pazienti manifestino un certo grado di amnesia>>.
     Aprendo la cartelletta, poi, riprende. <<Ora le mostrerò una serie di fotografie. Ho bisogno che lei mi dica se le riconosce oppure no, nella più totale sincerità. Ha capito? Bene>>.
   Tirato fuori da un sacchetto di plastica un mazzo di piccole fotografie, si siede al lato del letto, accavallando le magre gambe e mostrandomi la prima tenendola tra il pollice e l’indice.
     Strabuzzando gli occhi e alzando leggermente la testa, fisso lo sguardo sullo scatto. Ci impiego qualche secondo a comprenderne il soggetto, una scultura in gesso raffigurante un grosso cervello, dal quale si dipana una fitta serie di arti umani; gambe, braccia, mani, piedi, ognuno di essi sembra che voglia lasciare il proprio molliccio e frastagliato contenitore per raggiungere il mondo reale.
     Senza staccare gli occhi dalla fotografia, completamente estasiato dalla sua disturbante armonia, dalla sua confusa e caotica bellezza, rispondo che non l’ho mai vista. E mi trovo costretto a dare la stessa risposta a ogni altra fotografia che mi mostra la dottoressa, tutte sculture incredibilmente pregevoli, ma che non riesco a riconoscere. Passiamo così minuti interi, fino a quando sbotto, spazientito: <<Non capisco dove voglia arrivare, non so perché dovrei ricordarmele! Mi dia qualche risposta!>>.
     La dottoressa si ferma improvvisamente, guardandomi con i suoi due stagni di pece, impassibile.
     <<Dovrebbe ricordarsele perché le ha fatte lei. Sono tutte opera sua, signor Morrison>>
    Quella frase mi lascia confuso, interdetto, basito. Probabilmente, la mostruosa dottoressa se ne rende perfettamente conto, e senza aggiungere altro apre la cartelletta ed estrae una pagina, posandola poi delicatamente sulla coperta sopra le mie gambe, alla giusta distanza perché possa leggere quanto riporta. È una specie di scheda, con il mio nome, una mia foto in bianco e nero e quello che scopro essere il resoconto estremamente riassunto della mia vita.
   Secondo quanto scritto, nasco il 30 marzo del 1968 a Seattle, Washington, da una famiglia più che benestante, che mi assicura una buona educazione, studi classici e la realizzazione di quasi ogni mio desiderio. A sedici anni scopro di avere una particolare predilezione per le materie artistiche, e a diciannove di possedere un talento straordinario per la scultura: un anno dopo, abbandono la mia famiglia e mi sposto a vivere da solo a New York City, New York. All’inizio degli anni ’90 riesco finalmente a organizzare la prima delle mie mostre, che ha subito un successo incredibile: vengo con facilità accolto tra le figure di riferimento dell’arte moderna indipendente. Nonostante rifiuti continuamente di redigere una mia biografia, che sia a libro o a film, l’arrivo del XXI secolo consacra definitivamente la mia carriera come una delle più fulgide della storia dell’arte; alla fine del 2010, però, un infarto improvviso mi permette di scoprire i miei gravi e precoci problemi di cuore, che nel luglio del 2013 segnano la fine della mia carriera di scrittore. E della mia vita.
     Finisco di leggere, e alzo lo sguardo sulla dottoressa, che mi osserva impassibile. Non sono più sorpreso, scosso, turbato: riga dopo riga, i miei ricordi passati sono finalmente tornati, e combaciano perfettamente con il riassunto, che la dottoressa prende e ripone di nuovo all’interno della cartelletta.
     Una domanda, però, rimane ancora impressa dentro di me: <<Ok, sono morto. Quindi, dove diavolo mi trovo?>>. Lei sorride brevemente, solo per un decimo di secondo, prima di rispondere.
     <<Buffa scelta di parole. Questo è l’Inferno… una parte, dell’Inferno. Per la precisione, è la struttura a lunga degenza in cui teniamo tutti voi “artisti”>>
     Dopo qualche secondo di sbigottimento, il posto lasciato vuoto dallo smarrimento e dai dubbi, viene colmato da un’iniezione di pura e semplice rabbia.
     L’Inferno? Dovevo rimanere lì dentro per tutta l’eternità? E che cosa avevo fatto di male, poi, per meritarmelo?
     <<È questo che deve capire. Non ha fatto nulla di ciò che, comunemente, le garantirebbe un posto da noi>>.
      <<Eppure, eccomi qui>>.
     <<Come tutti gli altri “veri artisti” della Storia. Non le facciamo noi, le regole>>
     <<E chi, allora?>>
     <<Credo possa immaginarlo>>
     Per la prima volta da quando mi sono svegliato, nella stanza cala il silenzio per un po’. Poi la dottoressa fa un profondo respiro, e riprende a parlare. <<Lo sa come funziona, il suo lavoro, signor Morrison? Come funziona veramente?>>
     <<Beh, mi viene un’idea, la sviluppo, e realizzo la scultura. O almeno, lo facevo>>
    <<No, no… questo lo sanno fare tutti. Quel che in pochi sapete fare, è infondere un frammento di voi stessi all’interno di ciò che create. E non in senso figurato: l’anima umana è una fonte di energia, vera e propria>>
     Confuso, alzo la testa quanto più mi è possibile. <<Che cosa mi sta dicendo? Che è stato il riuscire a dare un senso profondo alle mie opere, che mi ha permesso di finire qui una volta morto?>>.
     La dottoressa si alza dal letto, dandomi parzialmente le spalle. <<L’anima umana, però, non è eterna, come fonte di energia. Non basta per vivere appieno ogni aspetto della vostra vita, deve essere dosata>>. Sto per obbiettare qualcosa, spalanco la bocca per iniziare a parlare, ma la dottoressa m’interrompe subito. <<Scavi nei suoi ricordi, riguardi pure il riassunto della sua vita, se deve, ma si chieda: ha mai avuto intorno qualcuno cui tenesse davvero, più di quanto amasse le sue opere?>>.
     Rimango per un secondo boccheggiante, spiazzato più che dalla domanda, dalla risposta inequivocabile che mi balena subito nel cervello. Tirando un lungo sospiro di sollievo, lascio che la testa mi ricada all’indietro, sul soffice cuscino candido. La dottoressa fa un cenno al gigantesco infermiere, che esce dalla stanza, tenendole poi aperta la porta.
     <<Se solo qualcuno l’avesse detto. Una vita di stenti, qualche anno di successo, una morte precoce e improvvisa, e poi l’eternità qui dentro. Non proprio un’offerta generosa, da parte Sua>>, dico, bloccando la dottoressa sull’uscio. Questa si volta a guardarmi, poi apre la cartelletta, estrae una delle fotografie delle mie sculture, e la fa scivolare sul comodino in mia direzione.
     <<Lei crede?>>, mi dice, prima di richiudersi la porta alle spalle.
     Volto la testa con difficoltà, solo per scoprire che sono di nuovo padrone dei miei movimenti: le cinghie ai polsi e alle caviglie sono incredibilmente scomparse, senza che me ne accorgessi. La fotografia è la prima che mi ha mostrato, che ora ricordo aver intitolato “ KAR-TR”.
     Forse, la dottoressa ha ragione.
     Dopotutto, potrebbe essere stato davvero uno scambio equo.
     

venerdì 6 dicembre 2013

LA PUBBLICITA' E' L'ICORE DEL COMMERCIO (III)

Un cordiale saluto, cyber-sailors!
E benvenuti a un nuovo appuntamento de “La Pubblicità è l’Icore del Commercio”, la rubrica a cadenza totalmente “arandom”, nella quale parlo di me e di quello che mi piace fare/sto facendo in questo periodo della mia vita: la rubrica seconda, per importanza, soltanto a quella culinaria di “TV Sorrisi e Canzoni”.
Che oggi diventa (apparentemente) ancora meno importante… almeno per voi, forse.
Oggi non si parlerà, infatti, di un progetto che sto seguendo, di qualcosa di mio che esce da qualche parte, o di un’idea che mi è venuta e con la quale iniziare un progetto. Si parlerà di un mio particolare interesse che non ha nulla a che fare con il mio “lavoro” (per ora, almeno… chi può dire cosa succederà in futuro?), ovvero la passione per i wargames.

Per quelli che non sanno che cosa siano, questi wargames, vado a definirli: sono un tipo di gioco di società, in cui sono ricreate battaglie di diverso tipo e genere, il tutto gestito attraverso pagine e pagine di regolamento, dadi e tabelle. E, ovviamente, miniature che ritraggono ogni singolo guerriero. Il bello di questi giochi però, a parer mio, è l’ambientazione che viene creata per ognuno di essi: che sia storica, fantastica o fantascientifica, è spesso estremamente dettagliata e al contempo libera di interpretazione. E, per chi mi conosce, basta già questo a interessarmi.
Da circa tre anni, però, si è aggiunto il fattore compagnia; tre dei miei amici più stretti, tutti più grandi di me e in un paio di casi con una famiglia propria, si sono interessati a loro volta a quest’universo e si è deciso di comune accordo di iniziare a giocare a uno di essi… nello specifico, al wargame chiamato Mordheim.
Questo particolare gioco ad ambientazione fantasy, si propone di ricreare piccoli scontri tra bande di mercenari, interessati a scavare tra i misteri e i pericoli dell’oscura città conosciuta, appunto, come Mordheim. Un gioco di piccole dimensioni, e adatto a una serata passata in totale tranquillità, magari assieme a qualche bottiglia di birra.
Per Mordheim, io e il mio gruppo di amici abbiamo creato campagne, nuovi modi di giocare, storie, personaggi leggendari… ci siamo dati da fare per divertirci sempre di più, insomma, esattamente come fa, qualunque altra persona condivida con noi questa passione.
E continuiamo a darci da fare in questo senso almeno una sera la settimana.
Recentemente, poi, io e uno dei ragazzi (mio omonimo… ma se ci conoscete, sapete che trovare un “Simone” tra di noi è davvero facile!) abbiamo deciso di ampliarci, ovvero di iniziare a giocare a un altro wargame, sempre prodotto dalla casa che gestisce Mordheim (ovvero la Games Workshop): Warhammer Fantasy Battle.
Questo wargame, ambientato nello stesso mondo fantastico di Mordheim, si propone a differenza di questo di ricreare battaglie di grandi dimensioni tra eserciti appartenenti a diverse razze: si parla quindi di un respiro più ampio rispetto a quello presente in Mordheim, di un regolamento più complesso, e chiaramente, della necessità di avere più ore di gioco.
Abbiamo appena iniziato, abbiamo giusto fatto qualche partita, ma ci piace molto. Almeno tanto quanto il suo cugino di dimensioni più piccole.

Ma, vi chiederete, “L.P.I.C.” è una rubrica che serve a fare (appunto) pubblicità… quindi, cosa?
Il punto è che, proprio i questi giorni, è nato http://uorgheims.blogspot.it/, il blog del mio gruppo di amici e di gioco, del tutto incentrato su questa nostra passione comune; all’interno, pian piano, ci metteremo tutto quello che ha a che fare con essa: spiegazioni su come abbiamo dipinto le nostre miniature, su come abbiamo creato i nostri eserciti, su come abbiamo giocato le nostre battaglie, e su come abbiamo portato avanti le nostre campagne… il tutto, ovviamente, con la classica impostazione del “for fun”, ovvero “siamo consci di non essere professionisti, e lo facciamo quando abbiamo tempo, al di là del nostro lavoro…quindi non rompeteci le palle”!!!

Probabilmente molti di voi penseranno che un giovane aspirante scrittore praticamente disoccupato dovrebbe usare il proprio tempo in modo diverso.
Forse avete ragione, ma in ogni caso, non me ne importa nulla di chi la pensa così: personalmente, considero tutto quello che mi diverte, mi interessa, e mi fa stare bene, più o meno sullo stesso piano.
Quindi sì: scrittura, lavoro e tutta la lunga sequela di giochi con cui sono solito dilettarmi, sono ugualmente importanti, per me.

Allora, il post finisce qui. Ora andatevene di corsa e iniziate a seguire UORGHEIMS: presto ci saranno novità. Ovviamente, se condividete la nostra stessa passione, iscrivetivicivici e contattateci in qualche modo... siamo sempre ansiosi di allargare il nostro giro di conoscenze!

Per finire, al solito… “Road Trippin’”.

A presto!
Simone



lunedì 2 dicembre 2013

ALTRI CONATI

Un cordiale saluto, cyber-sailors!
Come ve la passate? Infreddoliti? Gonfi di spirito natalizio? Entrambi in parti uguali?
Io, stranamente, sento molto di più l’avvicinarsi delle festività che l’ormai onnipresente gelo invernale, quindi ho deciso di farvi un piccolo regalo… che ha poi finito per tradursi in una nuovissima mini-rubrica mensile, che avrete già letto intitolarsi “ALTRI CONATI”.
Su ALTRI CONATI vi indicherò, mese per mese, un libro, un fumetto e un film che ho avuto la fortuna di leggere/guardare, nella speranza che vi fidiate di me e lo facciate anche voi (magari con gli stessi risultati!). Chiarisco subito: non si tratta di recensioni, Dio me ne guardi, ma soltanto di un parere e quattro chiacchiere sulle tre forme d’arte che mi sono più vicine.

Pronti o no, io inizio!

A VOLTE RITORNO – di John Niven


Ok, questo libro parla di Gesù. O meglio, di Gesù che viene rimandato sulla Terra dal suo vecchio per cercare di sistemare le cose, e impedire che gran parte dell’umanità finisca all’Inferno. Gesù si deve così rapportare alla società odierna, fatta di invidie, paure e più che altro di denaro (che lo si abbia o meno, rimane comunque una costante).
Che dite? Già visto, già fatto? Sì, avete ragione, ma a dare alla vicenda quel “qualcosa in più” è lo stile di scrittura di Niven: molto moderno, sboccato, chiaro, semplice e immediato.
Sarò ingenuo, ma questo libro mi ha semplicemente affascinato. Tanto da spingermi a fare una cosa che, razionalmente, non farei mai: lasciarlo su una panchina, in una città diversa dalla mia, con un breve messaggio per il prossimo lettore.


HAPPY! – di Grant Morrison, Darick Roberts


Per quanto riguarda il fumetto, questa volta ci colleghiamo proprio a quello spirito natalizio di cui sono inaspettatamente rigonfio in questi giorni. Circa.
HAPPY! è un noir ambientato proprio durante il periodo di Natale, con protagonista un ex-poliziotto diventato sicario per la mafia: cercando di restare vivo, dovrà liberare una bambina, prigioniera di un folle schizoide e pedofilo. Ah, in tutta questa storia, sarà aiutato… da un piccolo unicorno volante azzurro, Happy, appunto (l’amichetto immaginario della bambina in questione).
Se amate i noir duri e spietati, come me, e avete voglia di farvi quattro grasse risate, il volume in questione potrebbe fare al caso vostro.


BRONSON – di Nicolas Winding Refn


Domanda per voi: sapete chi era “Charles Bronson”?
Nel caso la risposta sia no, vi vengo in aiuto io; un criminale inglese messo dentro per sette anni per una magrissima rapina in un ufficio postale (almeno la prima volta,la seconda si deve al furto di un solo e unico anello in una gioielleria), che aveva finito per passare trentaquattro anni in carcere, trenta dei quali in isolamento, perché esageratamente violento e distruttivo.
Il protagonista è proprio lui, Michael Peterson/Charles Bronson, interpretato nientemeno che da Tom Hardy (vi prego, ditemi che non lo ricordate solo perché è il Bane di “The Dark Knight Rises”!)… ma il film è tutto tranne quello che, probabilmente, vi state aspettando, ovvero un film d’azione.
È semplicemente un’analisi introspettiva di un uomo che, assetato di notorietà, finisce per accettare la violenza fisica come unico modo di rapportarsi al mondo esterno: la narrazione è spezzata e fortemente onirica, e aiuta a caratterizzare parecchio il tutto.
Sembra un film semplice e “a prova di Solito Idiota”, ma è molto, molto più di questo. Fidatevi.


Ed eccoci arrivati al termine di questa nuova rubrica: fatemi sapere, nel modo che più preferite (e siate creativi!), se come piccolo appuntamento possa interessarvi… altrimenti penserò ad altro!
Vi lascio, anche in questo caso, con la canzone che ritroverete a ogni nuovo post di ALTRI CONATI: "Stare dove sono", ancora una volta del gruppo italiano dei Ministri.

A presto!





mercoledì 20 novembre 2013

BUON SANGUE

Buonasera, cyber-sailors!
Come va? Io, in questo periodo, sono più soddisfatto del solito, essendo uscito (da meno di una settimana!) il primo libro a cui ho collaborato come autore.
Chi di voi ha seguito la rubrica del "L.P.I.C." fin dall'inizio, sa che circa un anno fa ho accettato la proposta dell'Associazione Commercianti di Peveragno, la mia cittadina natale, di realizzare un libro illustrato che tratti proprio di Peveragno e delle sue più antiche tradizioni: purtroppo è una cosa a livello locale, quindi la distribuzione è quella che è... però, personalmente, sono stato molto felice di vedere finalmente realizzato il mio primo progetto cartaceo!!!

Ma passiamo alle cose serie: ecco qui sotto, tutto per voi, BUON SANGUE, il mio nuovissimo raccontino breve. Si cambiano un po' di cose, quest'oggi: si cambia l'ambientazione, per la prima volta (ci spostiamo da quella horror a quella fantasy), e si cambia il punto di vista (non più in prima persona, ma esterno e in terza).
Ai lettori più attenti, forse, capiterà anche di notare che qualche cosa nella grafica del blog è cambiata.
Sì, è la settimana della novità.

Come? Mi chiedete qualcosa in più sul racconto, cyber-sailors?
Beh, vi posso dire che inizia come una fiaba "comune", per poi finire in tutt'altro modo: quello che mi preme di far capire, è che non è detto che in una leggenda ci sia per forza un fondo di verità.
Attenti, quindi, alla differenza tra "storia" e "Storia"!

Ad accompagnarvi alla lettura, come al solito, una canzone: questa volta tocca a "La casa brucia", di uno dei miei gruppi preferiti IN ASSOLUTO... i Ministri. Penso proprio li rincontrerete, qui su queste pagine.

A voi, buona lettura.
Simone
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     Lo scricchiolio del sentiero roccioso, stretto nella morsa di un ghiaccio vecchio di millenni, era l’unico suono (assieme all'ululare del vento gelido) percepibile nel cuore della Catena Ghiacciata.
    Nonostante il sole avesse passato lo zenit non da molto, i suoi deboli raggi non riuscivano a scaldare le ossa dei tre uomini che si aggiravano da quasi altrettanti giorni sopra quegli impervi picchi. Fergus si strinse il lungo mantello con pelliccia attorno all'armatura di cuoio e alla cotta di maglia, calandosi con forza il cappuccio sopra i lunghi e lisci capelli dorati, maledicendo sottovoce la lentezza dei suoi due compagni di viaggio. Nonostante avesse insistito con sua madre perché non gli affiancasse nessuno in quella missione disperata, lei non aveva voluto sentire ragioni.
     Si voltò leggermente, fissando i grandi occhi azzurri su quei due ragazzi di media statura, vestiti con le pesanti armature e l’accetta che li identificavano come al servizio della sua famiglia, i Firebrand, signori assoluti della Valle del Cielo.
     Gli parvero goffi e incapaci, come lui era convinto non sarebbe mai stato in tutta la sua vita. Un mezzo sorriso apparve sul suo volto; in fondo erano buoni guerrieri, senza i quali avanzare lungo gli impervi passaggi della Catena Ghiacciata sarebbe stato ben più difficile.
      Chiedeva solo che avanzassero più in fretta, specialmente ora che avevano quasi raggiunto la meta.
      Espirando profondamente, Fergus ritornò a seguire con lo sguardo il ripido sentiero davanti a loro.
L’ansia cresceva passo dopo passo, bilanciata però dal profondo orgoglio grazie al quale aveva deciso di intraprendere il viaggio, e portare a termine il compito leggendario iniziato dal nonno Fenral.
     Fergus avrebbe potuto decantare ogni singolo aneddoto riguardante Fenral e le gloriose avventure che l’avevano portato a riunire le tribù indigene della Valle, e a liberarle dall'insopportabile giogo che le opprimeva. Poco più di un secolo prima, suo nonno e un pugno di uomini fedeli, erano entrati nella regione con il coraggioso compito di eliminare la mostruosa creatura conosciuta come Khoron, crudele divinità delle tribù indigene, che schiavizzava attraverso un culto sanguinario e repressivo: astuto e coraggioso, il nonno era penetrato da solo nelle rovine della vecchia capitale per scontrarsi con Khoron, costringendolo alla fuga e finendo poi per essere acclamato come signore indiscusso della Valle del Cielo dagli stessi indigeni.
     Fergus sfiorò leggermente l’elsa di Aculeo di Smeraldo, la leggendaria spada che si diceva essere stata ricavata da uno dei denti di Khoron, che pendeva al suo fianco adagiata nel proprio fodero di cuoio e argento, e gli sembrò di stringere la possente mano di Fenral stesso: quanto avrebbe voluto conoscerlo!
      Era certo che, trascorrendo una sola ora assieme a lui, avrebbe imparato più cose sulla vita e sul mondo, che in tutti gli anni passati ad ascoltare le tediose lezioni dei maestri, giù al castello.
     Ma Fenral, ormai, era morto spezzato dalla vecchiaia, l’unico nemico contro il quale non aveva potuto nulla. Il solo modo per rendergli omaggio era quindi usare la sua arma preferita per trafiggere il nero stomaco di Khoron, nelle profondità della tana in cui si rifugiava ormai da un secolo.
    In questo modo, avrebbe dimostrato a tutti i suoi sudditi, in attesa del loro nuovo signore dopo la prematura scomparsa di suo padre, di essere pronto a traghettare la Valle verso un futuro più che roseo.

       Il gruppo proseguì lungo il sentiero ghiacciato per un’altra mezz’ora.
      Stavano vagando praticamente alla cieca: ben pochi degli esploratori agli ordini del padre di Fergus, si erano spinti così all’interno della Catena Ghiacciata, e la posizione del nascondiglio di Khoron rimaneva ancora parecchio dubbia. Il fatto, però, che da diverse ore non incontrassero animali selvatici, poteva significare che le fauci della bestia fossero più vicine del previsto.
       Improvvisamente, un ampio spiazzo pianeggiante e coperto soltanto da uno strato di neve e ghiaccio più recenti, si aprì davanti ai loro occhi. Poco oltre, si ergeva un’immensa parete rocciosa, nella quale si apriva un grande foro profondo e troppo definito per essere naturale. I raggi del sole pomeridiano ne illuminavano l’interno soltanto per qualche metro, lasciando totalmente all'immaginazione la marea di pericoli e meraviglie che probabilmente si celavano al suo interno.
       I tre guerrieri rimasero ammutoliti per lunghi attimi, quindi Fergus estrasse la spada del nonno dal fodero. Il silenzio divenne più greve, quando la lama cominciò a emettere un bagliore verdastro definito, seppur appena percettibile.
    Fergus sorrise sornione. Secondo la leggenda, tramandata dalle parole dei guerrieri di suo nonno, testimoni del suo onorevole duello, Aculeo di Smeraldo reagiva in quel modo solo quando era vicino alla mostruosa creatura.
       Appoggiandosi l’arma sulla spalla, Fergus avanzò verso l’immensa apertura nella roccia.
     << Mio signore! >>. La voce di uno dei due soldati spezzò la sua concentrazione proprio un attimo prima che varcasse la soglia. << Accampiamoci. Di certo la caverna, e l’essere che ospita, non andranno da nessuna parte! >>.
     Senza voltarsi, Fergus rispose, trattenendo a stento rabbia e frustrazione. << Quella creatura è già sfuggita al giudizio più di un secolo fa, e non intendo ritardare ancora la resa dei conti! >>. Quindi, voltandosi di tre quarti per puntare la lama del pesante spadone verso i due soldati, esclamò a gran voce: << Oggi è un giorno glorioso, di cui si canterà non solo tra cento, ma tra mille anni! Osate rimandare il vostro ingresso nella Storia? >>.
        I due rimasero immobili, guardandolo nel silenzio più completo per alcuni secondi.
       Poggiando la spada a terra, sospirò poi profondamente: << Seguitemi ancora e, quando faremo ritorno alla Valle, vi nominerò cavalieri! >>.
        Come colpiti da un fulmine, i due ripresero a muoversi.
        Accesero una delle torce che avevano portato nelle loro bisacce e la porsero a Fergus.


       I tre guerrieri scoprirono che l’entrata conduceva a un grande complesso sotterraneo, intricato e irto di pericoli. Alcune parti erano una vera meraviglia di natura incontaminata, altre avevano pareti, soffitti e pavimentazioni più lisce e definite, ed erano probabilmente state scavate dallo stesso Khoron attraverso il proprio leggendario fiato incandescente.
       Scoprirono ben presto che la torcia non era necessaria: i tunnel, le camere e i passaggi “non-naturali” che imboccarono emettevano spontaneamente una soffusa luce verdastra molto simile a quella della spada, sufficiente per permettere loro di non procedere tentoni.
         Dopo aver raggiunto per la terza volta di fila una larga camera rotonda, del tutto spoglia tranne che per le diverse carcasse di animali sparse sul pavimento, più illuminata del resto dalla luce del sole proveniente da tre grossi fori naturali sul soffitto, Fergus acconsentì a fermarsi per un po’, obbligato ad ammettere con se stesso di aver perso il senso dell’orientamento.
      All'improvviso, mentre si preparavano a mangiare qualcosa di veloce, percepirono un breve rombo provenire da uno degli stretti tunnel che si aprivano a intervalli regolari lungo le pareti rocciose della camera. In posizione di guardia, Fergus fece un cenno a uno dei due soldati, che vi si addentrò di un paio di passi.
        Questi ebbe appena il tempo di voltarsi di nuovo per iniziare a dire che non sembrava esserci nulla, che un altro rombo infernale esplose alle sue spalle, seguito da una possente fiammata verde acceso: il soldato prese a urlare e a correre per la stanza circolare, solo per poi finire a contorcersi al suolo, carbonizzato dentro la propria armatura.
        Qualche attimo più tardi, Fergus e il soldato rimasto furono sbalzati a terra, quando dall'imboccatura del tunnel fuoriuscì una creatura dal lungo corpo serpentino, costellato di scaglie scure e solide. Un acuto ronzio proveniva dalle sei ali strette e rattrappite che gli si aprivano sul dorso, e sbuffi di fiammelle color della giada fuoriuscivano dalle sue ampie e crudeli fauci, dotate di una doppia fila di denti triangolari e seghettati. Gli occhi, bianchi e opachi, guizzavano rapidamente in ogni direzione.
       Anche se non fosse stato per la luce verde brillante che proveniva da Aculeo di Smeraldo e dai tunnel, ora talmente forte da essere appena sopportabile, per Fergus e il sodato sarebbe stato ovvio che, davanti a loro, ci fosse Khoron in persona.


       Rimettendosi in piedi, Fergus non riuscì a staccare gli occhi dalla creatura, la cui attenzione venne a sua volta attratta da Aculeo di Smeraldo.
        << Quella spada, l’ho già vista. Presumo tu sia un Firebrand. Come vanno le cose, là fuori? >>.
       La voce di Khoron, se così poteva essere intesa, non proveniva dal suo corpo fisico; Fergus e il soldato sopravvissuto la percepivano all'interno della loro mente assieme alle sue emozioni, su cui spiccavano una noia disattenta, e una leggera frustrazione per essere stato interrotto nel mezzo di qualcosa di molto importante.
       Per rispondere Fergus dovette fare appello a tutto il proprio autocontrollo.
      << Perfettamente come nell'ultimo secolo, mostro. E dopo oggi, quando finalmente terminerò la missione di mio nonno Fenral, andranno ancora meglio! >>.
       Un’improvvisa ondata di sincera ironia investì le menti dei due guerrieri.
      Rilassando i muscoli, Fergus alzò Aculeo di Smeraldo sopra la testa con entrambe le mani, urlò il nome della propria famiglia e si spinse in avanti, seguito dal giovane soldato.
     Quando la vecchia lama si abbatté sulle scaglie di Khoron, Fergus sentì ogni singolo osso del proprio corpo vibrare violentemente, ma un fremito di gioia lo pervase quando sentì lo spruzzo caldo del sangue (o di qualunque cosa fosse contenuto nelle vene del mostro) sulle mani. Alcune scaglie si staccarono in corrispondenza della ferita, e caddero a terra con un leggero ticchettio. Il soldato, invece, non produsse alcun danno con la propria accetta.
       L’esaltazione, per Fergus, durò giusto alcuni secondi.
      Inaspettata, infatti, una potente suggestione mentale colpì lui e il soldato, costringendoli a indietreggiare. Fergus cercò coraggiosamente di resistere, ma per l’altro non ci fu niente da fare: dotato di una mente troppo debole, il soldato cedette completamente alla forza della suggestione, abbandonando la propria arma e raggomitolandosi contro una delle pareti della camera, le gambe raccolte al petto e gli occhi spalancati e vuoti.
     Altrettanto improvvisa, la coda affusolata e massiccia di Khoron colpì Fergus al petto, spezzandogli il fiato. Nel giro di un paio di secondi, questi si ritrovò costretto contro la roccia alle proprie spalle, la spada troppo lontana perché potesse essere raggiunta. La creatura avvicinò il proprio muso allungato al suo volto, rilasciando ogni tanto qualche breve fiammella, e distillando una serie di parole comprensibili dall'ondata emotiva. << Che cosa sei venuto a fare giovane Firebrand? Avete forse dimenticato il mio messaggio? >>.
     Il peso della coda scagliosa di Khoron era così grande da minacciare la lucidità di Fergus, e l’unico motivo per il quale riusciva a percepire le parole della creatura, era che gli si presentavano direttamente nel cervello. Con grande sforzo, spremette la voce fuori dalla propria gola: << Quale messaggio? Che saresti sfuggito per sempre al giudizio, per poi tornare un giorno a reclamare la Valle del Cielo come tua? >>.
     La stretta divenne istantaneamente più forte, così come il tono della “voce” di Khoron. << Che non volevo più saperne di voi umani! Avevo detto a tuo nonno di lasciarmi in pace! >>.
      << Ah! E così essere sconfitto e umiliato ti ha reso insofferenti gli umani, eh? Troppo comodo! >>, disse Fergus cercando di emettere una risata sarcastica, che però assomigliò più a un faticoso rantolo.
     Sorprendentemente, l’impeto delle emozioni della creatura rallentò.
     Dopo qualche secondo di pausa dal sapore confuso, Khoron chiese: << Dimmi, giovane Firebrand, i tuoi maestri ti hanno insegnato le origini della Valle del Cielo? >>.
     Con un lungo sospiro, Fergus decise di seguirlo nel suo incomprensibile ragionamento.
     << Certo. È stata scavata agli albori del mondo da una gigantesca pietra caduta dal cielo. >>.
    << Esatto! Ma quello che i tuoi maestri non sanno, è che nascosto dentro quella grande pietra c’ero io. Sono stato gettato su questo mondo giovane tanto quanto lui… e ho seguito lo sviluppo della Valle e delle sue forme di vita da sempre. >>.
     << Immagina di passare secoli e secoli nella più completa solitudine, sapendo di non poter mai più tornare a casa… >>, continuò la bestiale creatura guardandolo fisso con i suoi occhi biancastri, << … e poi, finalmente, incontri degli esseri viventi intelligenti con cui poter dialogare, che ti acclamano come una divinità, ti riveriscono, ti nutrono, pregano e gioiscono nel tuo nome. Capisci quanto sia allettante la proposta di un’esistenza di questo tipo? >>.
      << Le “terribili pratiche” che tuo nonno ha cancellato erano violente? Sì, forse. Ma erano parte di una tradizione antichissima, che funzionava per gli indigeni, e rendeva me felice.>>.
    Uno sbuffo sprezzante di Fergus interruppe le parole mentali di Khoron, i cui pensieri si fecero improvvisamente più risentiti: << Non mi aspetto che tu comprenda il mio punto di vista. D’altronde discendi da un violento usurpatore e conquistatore! >>.
        Per Fergus, questa fu la goccia che fece traboccare il vaso. Khoron poteva trattarlo come uno sciocco e un bambino, ma infangare la memoria del più grande eroe di Valle del Cielo era qualcosa che non avrebbe mai sopportato.
        Con una smorfia rabbiosa, sputò sul muso della creatura.
       << Come ti permetti, tu che sei una creatura schifosa e codarda, di parlare così di Fenral Firebrand? Mio nonno ha abbandonato la propria dimora e si è messo in viaggio con tutta la sua casata per giungere nella Valle e fare ciò che sentiva giusto! È un salvatore, un liberatore… scendi dalla Catena Ghiacciata e domanda a qualsiasi discendente degli indigeni se non si sveglia ogni mattina lodando la misericordia di mio nonno e la propria nuova vita! >>.
        Improvvisamente, Khoron allontanò il proprio muso allungato dal volto di Fergus.
     << Misericordia? Te lo posso assicurare, giovane Firebrand, niente di ciò che ha fatto tuo nonno, è scaturito dalla misericordia. Ma poiché le parole non bastano… dovrò spiegartelo in altro modo.>>.
    Khoron fissò quindi le sue pupille in quelle di Fergus, apparentemente interrompendo la loro conversazione mentale. Quest’ultimo capì quasi subito che non sarebbe riuscito a spostare lo sguardo fino a quando l’altro non l'avesse permes: era completamente perso in quei due pozzi opachi.
       Lentamente, la caverna al di sotto della Catena Ghiacciata e la sua brillante luce verde scomparvero, lasciando spazio a quella sanguigna e gloriosa dell’alba: dopo interminabili secondi, Fergus scoprì di stare guardando da una certa altezza le rovine fumanti di una grande città.


     La scena era confusa e caotica, come se stesse cercando di guardare il fondo di un rapido torrente attraverso una lastra di vetro.
     Tra le alte volute di fumo era possibile scorgere gli edifici rosi da un inestinguibile incendio verdastro, macerie di qualunque tipo, e statue serpentiformi rovesciate a terra e distrutte; ciò che non era possibile raggiungere con la vista, poi, era suggerito dal clangore delle spade e dalle urla di dolore e disperazione. Senza che potesse fare nulla per impedirlo, in Fergus si fece largo rapidamente la consapevolezza che tutto il proprio mondo aveva superato, ovviamente dalla parte sbagliata, l’orlo del precipizio.
      Seguendo un basso ronzio, lo sguardo di Fergus si spostò rapidamente su diverse zone della città, per poi fissarsi sul gigantesco portone d’entrata, o meglio, su ciò che ne era rimasto. Le due imperiose ante erano mostruosamente accartocciate, e languivano sul selciato, contornate di cadaveri coperti di sangue.
       Proprio in quell'istante, una figura alta e fiera attraversò la soglia, camminando in sua direzione.
      Era un uomo sui trent'anni circa, con lunghi capelli biondi e una barba maltenuta vecchia di diversi giorni. Muscoloso, portava un’armatura di piastre che recava i segni di molteplici combattimenti, e i suoi occhi chiari guardavano direttamente Fergus. Nella mano sinistra, reggeva una spada dall'incredibile fattura, che gli sembrò molto famigliare.
    L’uomo si fermò a pochi passi da Fergus, con aria stanca, affaticata, ed estremamente atterrita. Lentamente, appoggiò la propria spada a terra, alzando poi le mani in un universale gesto di pace. Nonostante il trambusto della battaglia in lontananza, Fergus lo ascoltò ammettere ad alta voce di essere lì per ucciderlo, solo per poi proclamarsi infinitamente più debole di lui, e impossibilitato a farlo. Quindi, l’uomo rivelò di aver raggiunto la Valle del Cielo in cerca di nuovi territori da conquistare, in modo da ridare alla propria famiglia il lustro e l’importanza persi nel corso degli ultimi anni. Infine, gli propose una specie di accordo: lui, i suoi uomini e qualunque indigeno avesse voluto seguirlo, si sarebbero pacificamente stanziati nel sud della Valle, mentre a Fergus avrebbero lasciato la zona nord come terreno di caccia altrimenti inaccessibile.
         Per qualche secondo, Fergus e l’uomo in armatura rimasero a guardarsi, in silenzio.
    Poi, il basso ronzio riprese diventando sempre più forte, e la visuale di Fergus si allontanò progressivamente dal proprio contendente: il suo cuore e la sua mente si colmarono di un’indicibile delusione, un atavico senso di rassegnazione e sconfitta, e del desiderio di rimanere da solo, per sempre.
        Pochi istanti prima che la soffocante cappa di fumo coprisse la sua visuale aerea, notò ancora l’uomo afferrare lo spadone e immergerne la lama nel fuoco verdastro di un incendio poco lontano.
        Fergus si volse verso una sconfinata serie di picchi innevati che brillavano come diamanti contro la luce del sole. Il loro bagliore si allargò sempre più, fino a cancellare qualunque altra cosa.


         Finalmente, anche quella luce accecante si spense, e Fergus ritornò a osservare la caverna scarsamente illuminata dai bagliori verdastri, e i contorni mostruosi del corpo serpentino di Khoron.
       Quest’ultimo si allontanò, sciogliendo la propria possente stretta, ma accompagnando ancora con la coda la sua caduta, di modo che non picchiasse violentemente contro il suolo roccioso. Fergus nemmeno se ne accorse, di questa inusuale gentilezza. Aveva lo sguardo perso nel vuoto ed era completamente privo di forze: nei successivi minuti, rimase carponi a terra, immobile, impegnato a rimuginare sul significato di ciò che Khoron gli aveva mostrato.
      Quindi, colto da un improvviso terrore, iniziò a spostare ossessivamente lo sguardo dalla creatura mostruosa, ai cadaveri dei due soldati che l’avevano accompagnato. Solo ora, si rendeva conto di quanto assurda, disperata, futile e stupidamente pericolosa fosse stata la sua missione.
         Mettendosi a sedere, si ritrasse il più possibile da Khoron, dimentico di qualsiasi altra cosa se non della propria incolumità.
        In tutta risposta, dalla creatura provenne una nuova ondata, questa volta di sincera tristezza.
     Questi gli diede le spalle, indicandogli poi uno dei tunnel che si aprivano sulla parete nord. << Non temere, giovane Firebrand, non desidero che un esercito venga a reclamare il tuo cadavere. Segui quel passaggio fino alla fine, fuggi da qui e non tornare mai più. Tieniti la Valle, abbandonala, gettala alle fiamme, non m’interessa… io non la voglio. E in realtà non l’ho mai voluta. >>.
      Quindi, imboccò il tunnel da cui era giunto minuti prima, e scomparve ancora una volta nelle profondità della Catena Ghiacciata.
       In seguito, Fergus non avrebbe saputo dire quanto rimase seduto in quella camera circolare.
    Gli unici segni del passare del tempo erano Aculeo di Smeraldo e i tunnel, il cui lucore scemava progressivamente minuto dopo minuto: finché non divenne appena appena percettibile, Fergus non riuscì a muoversi, per paura che Khoron potesse ritornare.
      Dopo un po’, trovata la forza di alzarsi, recuperò la spada e con ampie ma lente falcate, attraversò la stanza circolare e si avvicinò al tunnel indicatogli da Khoron, ringraziando i suoi antenati di non essere costretto a rimanere per l’eternità lì dentro, assieme al resto delle carcasse.
       Prima di entrare nel tunnel, però, si fermò.
      Tornò indietro di qualche passo, e chinandosi a terra raccolse una delle scaglie che aveva staccato alla creatura con l’unico colpo che era riuscito a portare a segno nel corso del loro brevissimo combattimento. Lo spesso strato chitinoso aveva perso la propria inquietante brillantezza, ma rimaneva comunque un oggetto stupefacente.
       Se la infilò all'interno degli stivali, quindi si rimise in cammino.
       Gli sarebbe servita, una volta tornato a casa. La Valle aveva bisogno del suo nuovo eroe.

lunedì 4 novembre 2013

LUCCA COMICS&GAMES 2013: ritrovarsi tra la folla

Un cordiale saluto, cyber-sailors!
Come ve la passate? Stanchi, assonnati e senza voglia di vivere come in un qualsiasi altro lunedì?
Già, pure io.
Ma, sorpresa sorpresa, questo NON È un semplice lunedì, un lunedì qualunque.
È lunedì 4 novembre… il lunedì dopo la fiera di Lucca Comics&Games!
Quindi, come “promesso” nell’ultimo LA PUBBLICITÀ, È L’ICORE DEL COMMERCIO, andrò a parlarvi un po’ di com’è andata questa mia ennesima trasferta lucchese.
Pronti?
Andiamo!

Iniziamo con una rapida panoramica della mia “avventura”.
Come negli ultimi quattro anni, io e la mia cara combriccola di nerdesaltati siamo partiti giovedì 31 ottobre, verso le 5.00 del mattino. Solita sosta all’autogrill di Sant’Ilario per la colazione, soliti discorsi carichi di aspettative, soliti AC/DC ad accompagnare lo scorrere apparentemente eterno dei chilometri:
tutto perfetto! E girare per la fiera, giovedì, è stato semplicemente fantastico!
Davvero, non ricordo di aver mai avuto, nei quattro giorni in cui si svolge Lucca Comics&Games, la possibilità di muovermi con tanta facilità e tranquillità: nel solo primo giorno, ho fatto sostanzialmente tutti i miei acquisti e visitato la maggior parte della fiera riguardante i fumetti.
Venerdì, al contrario, ha visto l’afflusso di partecipanti incrementare esponenzialmente ma, grazie al tempo comunque sereno, c’era la possibilità di muoversi e, nel caso, di effettuare qualche nuovo acquisto… almeno la mattina! Il pomeriggio, infatti, la maggior parte delle aree era straripante di gente: io e il mio gruppo abbiamo persino rinunciato a visitare l’area “Games”, visto il casino assolutamente ingestibile nel quale prometteva di farci finire.
E quindi, arriviamo a sabato… beh, penso diversi di voi siano già stati in fiera il sabato (o la domenica), così come penso altrettanti l’abbiano già sperimentata sotto la pioggia.
Provate a unire le due cose.
Sì, Lucca Comics&Games + fine settimana + pioggia= la cosa più simile all’Inferno in terra.
Penso di avere passato più tempo nei vari locali di piazza Napoleone, che all’interno di qualsiasi stand: le strade erano più che soltanto affollate, e sotto gli enormi gazebo si faticava addirittura a respirare. Una giornata persona, insomma, non fosse stato per le mostre al Palazzo Ducale… come sempre semplicemente stupende.
Come per chiunque, credo il più l’ha fatto la compagnia.
La fiera è un appuntamento che, nonostante la fatica fisica che comporta, rimane nella nostra mente e nei nostri cuori tutto l’anno, regalandoci momenti incredibili e semplicemente “eterni”: davvero, se hai un qualsiasi interesse tra videogiochi, fumetti, cartoni animati e/o libri non partecipare almeno una volta a Lucca Comics&Games è un delitto.
Sul serio, una specie di assurdo suicidio culturale. Non fatelo.
(E, per inciso, sono contento che ogni anno si uniscano al nostro gruppo di amici qualcuno che non è mai venuto! Rende il tutto stupefacente anche per i “veterani”!)

Passiamo a parlare degli acquisti, quindi.
A differenza dell’anno scorso (in cui, beh, avevo uno stipendio fisso), quest’anno il mio budget personale era ridotto di molto, così ho dovuto puntare su due principali fattori: il mio reale interesse e la presenza di sconto. Dio benedica gli sconti, anche se quest’anno ne ho visti molti meno del solito.
La lista della spesa, infine, ammonta a 8 volumi a fumetti, 2 libri, un portfolio e un’action figures (mercato nel quale mi sono buttato un paio di anni fa… ma mooolto tranquillamente!).
I fumetti comprendono “Black Dossier” della Lega degli Straordinari Gentleman (BAO), “Nemo: Cuore di Ghiaccio” (BAO), “La casta dei Metabaroni” (MagicPress), “Creature della notte” (MagicPress), “Avengers: guerra senza fine” (Panicomics), “Bentornato, Frank” (Paninicomics) e la saga completa di “Atomika” (Mercurycomics).
I due libri sono rispettivamente, “L’oceano in fondo al sentiero” di Neil Gaiman e la riedizione del primo libro-game della serie “Lupo Solitario” (sul quale sono anche riuscito a stampare la bella firmona di Joe Dever in persona!); l’action figures, invece, è un bel diorama della Donna Ragno che combatte tre soldati dell’Hydra: sono stato indeciso fino all’ultimo, e l’ho quasi rimpiazzata con un Capitan America (versione Bucky Barnes e quindi molto più fica), ma poi ho pensato che all’Iron Man e al Gufo Notturno che prendono polvere sulle mensole di camera mia, servisse un tocco di femminilità.
Ah, sì, il portfolio!
Si tratta dell’ultimo dell’autore romano Gabriele dell’Otto, e s’intitola “Widevisions”.
Vi prego, non fatemene parlare, perché ogni commento in merito ai 10 disegni a 35 euro è superfluo.

Ma, al di là degli acquisti, e anche dei bei momenti con le persone che mi hanno accompagnato, quest’edizione di Lucca Comics&Games mi ha lasciato (e senza dover pagare, per una volta tanto!) una serie di riflessioni personali: su di me, su quello che sto facendo o cercando di fare e su quello che voglio davvero, in questo momento della mia vita.
(Sì, si entra in modalità “filosofia spicciola et banalità varia”, quindi se davvero non siete interessati, fermatevi pure qui.)
Il discorso parte da lontano. Ovvero dalla scorsa fiera: avevo finito il corso di sceneggiatura da poco più di un annetto, e stavo iniziando le mie primissime collaborazioni.
Entravo in fiera, quindi, con la convinzione di essere un “giovane virgulto” del panorama fumettistico, un gradino più su di tutti gli altri partecipanti, cercando con ansia crescente le personalità che avevo conosciuto di persona fino a quel momento: dal punto di vista personale, avevo finito per vivermela male, perché mi aspettavo di intavolare con loro discorsi e trattative per progetti futuri, più che convinto che a qualcuna delle suddette personalità interessasse davvero creare qualcosa assieme a me per il modo in cui scrivo e per la persona che sono.
E non perché servono schiavi da sfruttare.
Dodici mesi dopo, di questi fantomatici progetti non se n’è realizzato nemmeno uno. Nemmeno-uno. Anzi, le stesse personalità dalle cui labbra pendevo la scorsa fiera, si sono rivelate semplicemente per quello che sono: sedicenti professionisti interessati unicamente a se stessi.
Il comportamento di queste persone nei miei confronti mi ha spinto a chiedermi se davvero ho bisogno di loro, e se davvero voglio diventare, come loro.
A conti fatti, quello che sto facendo ora e che mi sta dando più soddisfazione non ha nulla a che vedere con nessuno… se non con me e le persone che mi stanno vicine.
E sapete una cosa? Sfanculando qualsiasi altro pensiero, concentrandomi proprio su questa ristretta cerchia di persone e su quello che sto facendo e mi rende felice, sono tornato a godermi la fiera esattamente come ho fatto 3/4 anni fa.
Sinceramente, spero che trasferendo questo modo di fare nella vita quotidiana e all’interno della mia “carriera”, ne riesca a trarre lo stesso giovamento… in culo a quanti potranno definirmi “privo di iniziativa”.
L’arte non è un concorso di bellezza, mettetevelo in testa.
Cazzo, forse è l’unico aspetto delle nostre vite che non lo è ancora.

A presto, con un nuovo post, oppure con il nuovissimo racconto breve, miei cari cyber-sailors!
A voi, per finire, una delle canzoni che Cristina d'Avena e i Gem Boy hanno regalato ai 15mila fan appostati sotto il palco sulle mura di Lucca, sabato sera.
Sì, c'ero anche io, ovviamente!

Simone

lunedì 28 ottobre 2013

LA PUBBLICITA' E' L'ICORE DEL COMMERCIO (II)

Un cordiale saluto, cyber-sailors, e benvenuti a un’altra puntata de “La Pubblicità è l’Icore del Commercio”: l’appuntamento del tutto casuale che fa il punto sui progetti che seguo, ora come ora.
Per chi di voi è stato tanto pazzo da leggere anche il primo post de “L.P.I.C”, non ci saranno particolari sorprese: usate il pc per fare altro, vi conviene… oppure andate a (ri)leggere l’ultimo racconto breve.
Ci si risente appena possibile!

Per tutti gli altri, ecco che parte la carrellata di “cazzimia”.
Partiamo dall’ultimo argomento dello scorso post, ovvero il libro riguardante Peveragno e la fiera di S. Andrea. È (quasi) pronto, proprio ora che vi scrivo… venerdì 15 Novembre e giovedì 21 Novembre, se tutto va bene, io e diverse personalità dell’Associazione Commercianti di Peveragno dovremmo presentarlo in due serate culturali dedicate.
A conti fatti, in questo libro, non ho poi solo curato la parte delle fiabe incentrate sulla storia di Peveragno e della fiera, ma anche una piccola cronologia reale, all’interno della quale ho infilato una buona dose di miti e leggende che forse non tutti i compaesani conoscono.
Inoltre, mi è stata data la possibilità di collaborare (tra gli altri) con uno dei migliori artisti che offre Peveragno, Gianni Renaudi, che si è occupato di corredare ogni fiaba con un’illustrazione… davvero, il prodotto finito sarà sicuramente fantastico.
Se siete nei paraggi e in una serata novembrina non sapete che cosa cavolo fare, venitemi a trovare!

Passiamo poi a “Fase Rem”, l’onirico progetto che sto portando avanti con l’illustratrice cuneese Vanessa Rubino (ecco di nuovo il suo facebook: https://www.facebook.com/vanessarubino.it?fref=ts ).
Ora, credo di potervi dare qualche informazione in più; si tratterà sostanzialmente di un progetto per un volume a fumetti, un po’ particolare sotto l’aspetto “grafico”: attingendo da diverse produzioni americane degli ultimi vent’anni cercheremo di “sperimentare” (e ho usato questa parola consapevole del suo peso!) con la griglia libera, dando sfogo alle ottime capacità di Vanessa, che ha anche preso uno stile particolare e del tutto nuovo.
Per quel che riguarda la storia, come ho già detto, prenderemo a piene mani dalla produzione letteraria di H. P. Lovecraft, usando la sua cosmologia come mezzo per parlare dell’essere umano e della sua società. Per chi conosce un po’ la materia, posso anticipare che dentro ci troverà figli semi-umani degli Altri Dei, gatti con poteri soprannaturali, Nyarlathothep (!!!) e mistici oggetti capaci di aprire le porte della mente degli uomini.
Stiamo procedendo il più alacremente possibile alla realizzazione del materiale, che probabilmente schiafferemo da qualche parte nell’immenso etere, e presto vi dirò di più.
Intanto, fate ben attenzione a Facebook: potrebbe essere che da qui a qualche giorno nasca finalmente la pagina di riferimento del progetto.

Ma veniamo al vero punto centrale di questo post. Puntata. Cosa.
Recentemente, ho preso contatti con un gruppo di giovani della zona di Cuneo, responsabili della pubblicazione della fanzine “Eclisse”. E vedo già le vostre fronti corrugate, alla parola “fanzine”.
Ma la verità è che “Eclisse” non è una semplice fanzine, come millemila altre, ma racchiude al suo interno una moltitudine di espressioni artistiche (fotografia, narrativa, fumetto, etc. etc. etc.) talmente vasta e, nel loro caso, ben pensata e realizzata, che non può non interessare… e fate un salto a questo link se non ci credete, o se siete semplicemente curiosi: http://www.collettivoeclisse.com/ .
In occasione del prossimo numero e, magari, per un paio di altre cosette di cui si è parlato ma di cui ora come ora non posso dire praticamente nulla, c’è la probabilità che riesca a piazzare qualcosa di mio sulla fanzine. Ogni numero è basato su un particolare tema, e devo ammettere che lavorare in questo modo si sta rivelando davvero appassionante… al di là di come poi andrà davvero avanti la nostra “collaborazione”.
<< Ehi, ma se nemmeno sei sicuro di lavorarci, con i ragazzi del collettivo Eclisse, perché diavolo gli fai già pubblicità? >>
Perché… beh, semplicemente, se la meritano. Davvero.
Ho avuto il piacere di passare praticamente una giornata intera con qualcuno di loro, e di sfogliare il numero 6 della fanzine: non so quanto possa valere, detto da me, ma nonostante tutti i limiti che può avere una produzione del genere, hanno veramente qualcosa da dire e da dare.
E dicono e danno con VERO entusiasmo e capacità.
Già solo per il primo, sono una spanna sopra a molti dei “professionisti” che ho incontrato in questi ultimi anni.

Gli aggiornamenti, per questa puntata, finiscono qui.
Però c’è ancora una cosa che vorrei dirvi… una specie di “avviso”.
Da giovedì 3, a sabato 2, sarò con amici in giro per la città di Lucca, in occasione della fiera “Lucca Comics&Games 2013”: solito giro di acquisti e saluti vari degli ultimi quattro anni. Spero che ci siate anche voi, altrimenti siete dei pazzi dissennati.
<< Ma guarda che non c’abbiamo da lavorare, mica come te che non fai un cazzo da mane a sera! >>.
E pure questo è vero: per voi implacabili stakanovisti, magari, faccio anche un post di “pareri & chiacchere” sulla fiera.

Fatto, siete liberi.
“Road Trippin’”, tutta per voi.
Simone

giovedì 24 ottobre 2013

V. I. Z. - VERY IMPORTANT ZOMBIE

Buon pomeriggio, cyber-sailors!
Tempo, finalmente, di un nuovo racconto! Ne sentivate la mancanza? Io sì, e finalmente dopo un po' di settimane riesco a farvi avere questo "V. I. Z. - Very Important Zombie".
L'espediente potrebbe sembrare circa lo stesso di "Senza Volto", ma vi assicuro che qui si parla di tutt'altro e in modo del tutto diverso: spero solo, per il vostro bene, che riusciate a NON rispecchiarvi in nessuno dei personaggi che andrete a incontrare.
Io, purtroppo, non credo di avercela fatta.

Al solito, vi lascio come "guida" alla lettura una canzone... che in questo caso è "Il Mostro", dei Linea 77.

Buona lettura.
A presto!
Simone
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     Mi richiudo la porta della camera alle spalle e ci appoggio la schiena contro, ansimante.
     Al di là di essa, dal corridoio del secondo piano e dal salone della grande villa, provengono urla strazianti e un fracasso terrificante: bassi muggiti si elevano sopra di essi, rabbiosi, animaleschi, inumani.
     Non so che cosa l’abbia scatenato, ma so che ora non può essere fermato.
   Non sente dolore, non prova rimorso, probabilmente nemmeno capisce, davvero, dove si trova. Una bestia spaventata e irrazionale, per cui la violenza è l’unica risposta.
     Nel grande letto davanti a me, la ragazza con cui dovrei ancora essere impegnato a divertirmi si è messa a sedere, e mi guarda confusa: i lunghi capelli corvini le coprono parzialmente i seni sodi, e la carnagione olivastra è percorsa da un pallore ansioso.
     Mi sorprendo a cercare di afferrare il suo nome dai recessi della memoria, purtroppo invano.
     <<Allora, che cazzo succede?>>, mi chiede con una vocetta stridula e (adesso) fastidiosa.
     Non le rispondo, ma squadro rapidamente la stanza.
    A sinistra del letto vedo un ampio armadio di legno e sulla destra uno specchio alto e stretto, a qualche passo di distanza dalla porta del bagno. Sparsa un po’ in giro, poi, c’è la nostra roba: i miei pantaloni di velluto e le sue scarpe con il tacco nere, la mia camicia azzurra e il suo lungo vestito rosso, la mia cintura di pelle e la sua biancheria di “Victoria Secret”… niente che mi aiuterebbe a fermare quella cosa là fuori. Con il cuore che mi pulsa tra le tempie, finalmente, scorgo la sua borsetta, parzialmente nascosta ai piedi del letto da coperte e lenzuola.
    Con uno scatto esagerato per un pieno cinquantenne come me, la apro e ne rovescio il contenuto sul pavimento. Di tutta risposta la ragazza si fionda fuori dal letto, iniziando a urlare domande che non riuscirei ad ascoltare anche volessi.
   Tra fazzoletti, assorbenti, chewing-gum, portafogli, pacchetti di sigarette e accendini, noto un grosso portacipria. Lo afferro, e con forza lo scaglio contro lo specchio.     
   Riprendo poi fiato per qualche istante, senza staccare gli occhi dai frammenti di vetro sparsi un po’ dappertutto. Mi avvicino e ne afferro due lunghi e appuntiti, porgendone uno alla ragazza.
     <<Chris ha perso il controllo, sta massacrando tutti. Se entra, colpiscilo e scappa >>
    Ho giusto il tempo di terminare la frase, prima che due braccia gonfie e pallide attraversino la porta alle mie spalle, afferrandomi il collo e sbattendomici contro con violenza.
     Le urla della ragazza, il suono del legno spezzato e l’intenso dolore che percorre ogni centimetro del mio corpo si mescolano in una girandola caotica. Non mi accorgo di aver attraversato la porta fino a quando non sbatto sul tappeto del corridoio.
      La manciata di secondi successiva, poi, mi sembra durare un secolo.
    Con estrema fatica, uso la forza residua per alzarmi da terra e mettermi a sedere contro la parete del corridoio: sento il sangue, umido e caldo, che sgorga da diverse ferite, e qualche osso che scricchiola. La canottiera bianca e i boxer viola sono strappati e sporchi.
     Me l’avevano detto che alle feste di capodanno alla villa di Corbel poteva succedere di tutto.
     Punto il mio sguardo sfocato su quella che era l’entrata alla camera e vedo Chris farsi avanti a passi lenti. Come al solito è praticamente nudo, se non per un piccolo perizoma scuro, che risalta a confronto con la sua pelle smorta e senza vita. 
    Sento la giovane prostituta urlare nervosamente. Mi sembra di vederla caricare la torreggiante figura, conficcandole il grosso vetro in un braccio: non esce sangue dalla ferita e questa, ovviamente, non indietreggia di un millimetro.
     Anzi, con un solo gesto la afferra, alzandola di da terra. Utilizzando la mano del braccio in cui è ancora conficcata la lama di vetro, quindi, le strappa le braccia, le gambe e la testa.
     Vista da qualche metro di distanza, la scena è un rapido e disgustoso “m’ama, non m’ama”.
     Il corpo spezzato della ragazza produce un suono sordo, quando Chris la getta incurante sul pavimento della stanza. Rose, ecco come si chiamava.
      I passi ritmati della creatura sembrano farsi più vicini e forti. Alto e solido, i bei tratti scolpiti per sempre in una giovinezza eterna, i capelli biondi fissati dal gel e perfettamente in ordine nonostante tutto, le labbra violacee serrate e impassibili, lo sguardo spento, la grande cicatrice “a Y” incisa sul torace gonfio… è semplicemente terrificante.
    La luce si spegne finalmente del tutto. Forse è giusto che finisca così: la poetica ribellione del mostro contro il suo personale dottor Frankenstein.
     Non lo so, non sono mai stato bravo nei dilemmi morali.


     Uno a uno i miei sensi si risvegliano. La fredda luce del neon mi sferza gli occhi, così come fanno l’odore di plastica e disinfettante con il mio naso.
     Nonostante la confusione, è chiaro che sia in una camera d’ospedale.
     Mentre la vista diventa più chiara, giro la testa verso destra, e m’imbatto in un giovane specializzando alto e magro con corti capelli scuri, fasciato da un camice a maniche corte bluastro e impegnato a scrivere qualcosa su una cartellina. Ha uno sguardo distratto e sognante, che imputo alle notti di sonno arretrato.
     Dopo qualche istante, si accorge finalmente di me, rivolgendomi un largo e sincero sorriso. Solo dopo un paio di tentativi, riesco a strappare dalla mia gola un basso rantolo affaticato.
     <<Posso avere la luce accesa per un po’ ?>>.
     Lo specializzando richiude la cartelletta e si avvicina alla porta della camera.
     <<Veramente dovrebbe riposare. Tra un po’ dovrebbe arrivare la sua segretaria, come al solito>>.
     Tossisco violentemente, e il dolore che mi attanaglia la gola m’indispone ancora di più.
     <<Ragazzo… lo sai chi sono, vero?>>.
     <<Winston Chandler, agente di punta dell’agenzia Blacksoul>>.
    <<Esatto, e realizzare sogni è il mio lavoro. Che dici, la luce accesa e qualche informazione su quanto tempo ho passato qui dentro, possono valere uno dei tuoi? Dovrai solo chiedere>>.
     Percepisco l’interrompersi del suo respiro ben prima di notare l’espressione stupita. Ho fatto centro.
     <<È la notte del tre gennaio. Le lascio mezz’oretta di tempo>>.
     Lo specializzando oltrepassa la soglia, lasciando la luce accesa. Proprio un bravo ragazzo.
   La stanza è piccola ma confortevole, comprensiva di alcune sedie con soffici cuscini e una piccola televisione: alla mia destra e alla mia sinistra si trovano i macchinari utili a monitorare le mie funzioni vitali, e una grossa finestra dalle imposte chiuse.
   Sono sdraiato in un lettino da ospedale come tanti altri, sotto a due strati di coperte e lenzuola dagli impersonali colori pastello.
     Ovviamente, il mio fisico pingue e appesantito è chiuso in uno di quegli squallidi e tristi pigiami usa e getta; come sempre, la sua pretesa di comodità si scontra con il prurito che mi percorre la pelle.
    Dio, quanto odio gli ospedali. Non ho mai capito come sia possibile che chi ci lavori non finisca per suicidarsi… tutto quello che possono fare, è tentare di ritardare un appuntamento comunque inevitabile.
     Sarà che sono abituato ad avere tutto sotto controllo, con i miei clienti.
     Ma non posso perdere tempo a divagare, non dopo aver passato le ultime settantadue ore a dormire.
    Ho bisogno di ripercorrere gli eventi che mi hanno condotto qui, perché niente vada perso: conoscere la verità, come spesso accade, potrebbe salvarmi la vita.
     È iniziato tutto nove mesi fa.
   Quella notte ero a casa da solo, anche se era mercoledì, perché Jill si era tenuta Jackie per portarlo a vedere una qualche dannata partita di hockey con il suo nuovo fidanzato.
    Alla televisione c’era “Il Fuggitivo”, che come al solito avevo iniziato a guardare senza seguirlo troppo, così quando il mio cellulare cominciò a squillare accolsi la cosa come una benedizione.
     Niente di più sbagliato.
    Era Kendra, una prostituta che avevo pagato per tenere compagnia nelle prime tappe del nuovo tour a Christopher "Chris” Sawyer, rock-star in ascesa e mio cliente più promettente in assoluto. Con voce rotta dalle lacrime, mi spiegò che tornando in città dal concerto, lei, Chris e il suo driver ufficiale erano finiti fuori strada con il loro furgone. Fino a quel momento, dei tre lei era stata l’unica ad aver lasciato la carcassa accartocciata del mezzo sulle proprie gambe.
     Senza pensarci troppo, chiusi la telefonata e mi fiondai in macchina.
    Per qualche assurda ragione il driver aveva preso una scorciatoia buia e poco trafficata, e impiegai più tempo del previsto a raggiungere il luogo dell’incidente. Poco male, ricordo di aver pensato, di certo non ci sarebbero stati occhi indiscreti sulla scena.
     Appena sceso dalla macchina, Kendra mi venne incontro: era sporca, graffiata e malconcia, ma meno del previsto. Barcollante, mi condusse verso quel che restava del veicolo.
    Visto da vicino, il furgone ufficiale di Chirs era tutto accartocciato, con pezzi di lamiera, vetro e ferraglia sparsi un po’ ovunque, e sangue, a litri, che lambiva ogni cosa. Sul lato, il nome della Blacksoul, sostanzialmente illeggibile, e nell’abitacolo due forme nere e indistinguibili che fino a qualche minuto prima erano Chris e il driver.
      Da qualche parte, in mezzo a tutto quel casino, sapevo che c’era anche la mia carriera.
    So per certo che in qualche modo trovai la forza di chiamare Will Davis, presidente della Blacksoul, per metterlo a conoscenza del disastro, l’ambulanza e la polizia. In quest’ordine: le politiche aziendali ci impongono di dare all’agenzia la possibilità di gestire al meglio la crisi.
    La telefonata con Davis non fu molto lunga, anzi, sembrava quasi che a lui non importasse più di tanto quello che era successo: oltre ad alcuni versi di assenso, tutto quello che mi disse, fu di non presentarmi in ufficio per le seguenti ventiquattro ore… che avrei dovuto usare per trovare una soluzione alla morte di Chris, pena il licenziamento.
   Non ho ricordi del viaggio di ritorno a casa. Se ci penso, mi ritrovo sempre senza scarpe e camicia, affondato nel divano in compagnia di una bottiglia di whisky, con la speranza che mi abbracci e non mi faccia mai più andare, che mi stritoli e poi m’ingoi come un enorme pitone.
     Se sono qui, è chiaro che non è successo.
     Nelle ventiquattro ore che mi aveva concesso Davis, non riposai mai. Neanche un minuto.
    Rimasi invece sveglio a rimuginare su una possibile soluzione. Incidenti del genere sono già capitati, nella storia della musica, e le possibilità sono sempre state due: negare e trovare un sosia con cui sostituire il defunto, oppure sottoscrivere la notizia e fare soldi a palate per un paio di anni con varie produzioni postume.
     Ma era chiaro che nessuna delle due avrebbe potuto funzionare.
   Un sosia richiede troppo tempo per diventare indistinguibile dal predecessore, mentre modificare le canzoni non pubblicate di Chris, studiate per attrarre il più ampio pubblico possibile, non avrebbe fatto altro che renderle inascoltabili.
     Per me non c’era quindi alcuna via d’uscita. Davis mi avrebbe sicuramente licenziato per la perdita di una macchina di soldi come Chris… soprattutto dopo l’edizione del mattino del telegiornale locale, che chiariva come qualcuno nella squadra dei soccorsi non avesse perso tempo nel mettersi in contatto con i propri amici giornalisti.
     Con un po’ d’imbarazzo, ricordo che ho preso in seria considerazione l’idea di scappare, di recidere gli ultimi, poveri, legami che mi tenevano ancorato al mio stile di vita. Ho anche iniziato a scrivere una lettera di addio a Jackie e Jill.
     Fortunatamente, cercando sulla rubrica del mio cellulare un qualunque nome che non fosse collegato alla Blacksoul, ebbi la mia intuizione.
     Il giorno seguente ero davanti alle porte dell’agenzia ben prima che fossero aperte. 


     Ricordo che quella mattina il colosso di acciaio e vetro con il logo della Blacksoul sulla facciata mi era parso più inquietante del solito. Tutte le persone che incontrai mi salutarono con un unico, freddo, cenno del capo, come se il solo fatto di incrociare il mio sguardo per più di mezzo secondo mettesse la loro carriera in una situazione precaria quanto la mia.
      Davis mi convocò nella sala conferenze. Lui era già lì ad aspettarmi, seduto con la sua solita posa rigida a uno dei capi del grande tavolo; intorno, soltanto mura spoglie e tre grossi finestroni aperti sul centro della città. Tanto per non mettermi ansia, sul tavolo spiccavano i documenti del mio licenziamento, in attesa soltanto di una firma da parte sua.
    Decisi di non pensarci, e ignorare la sua espressione tutt’altro che interessata, spiegandogli che la mia soluzione avrebbe permesso non solo di risolvere la faccenda dell’incidente di Chris, ma anche di fare soldi a palate.
   Tutto si reggeva su un unico punto: rendere la morte della nostra rock-star molto meno definitiva. Riportarlo in vita, in parole povere.
     Come? Con l’aiuto di Ulyssess Corbel, famoso produttore discografico degli anni ’60, filantropo, icona del mondo della musica ed esperto conoscitore di tutto ciò che è occulto ed esoterico: in passato gestì una delle più importanti sette del paese, un circolo riservato comprendente grandi nomi del mondo dello spettacolo. Oggi è considerato soltanto un vecchio pazzo, ma nell’ambiente le storie su di lui si sprecano (come quella in cui ha riportato in vita la propria segretaria, morta di overdose). Era follia pura credere a quelle stronzate magiche, ma ero follemente disperato.
     La sconvolgente premessa non sembrava aver smosso l’attenzione di Davis. Quando sei “nel giro” da tanto quanto noi due, l’occulto è solo una delle tante stranezze con cui ti può capitare di avere a che fare… così ho aperto la mia ventiquattrore e gli ho mostrato la mole di appunti che avevo raccolto dando per scontata la resurrezione di Chris.
     Riguardavano un nuovo format televisivo sullo stile “docu-reality”, in cui Chris, riportato in vita dopo l’incidente nella forma di uno zombi senz’anima, tenta di recuperare il proprio posto nel mondo e nel panorama musicale: un’unione di dramma, horror, musica ed eccessi da star capace (idealmente) di attrarre qualsiasi tipo di spettatore.
     Per lunghi minuti, Davis squadrò gli appunti con calma, senza farmi nemmeno una domanda. Quindi mi rivolse un largo sorriso, dicendomi che la Blacksoul avrebbe appoggiato in pieno il progetto: prese la lettera di licenziamento, e lasciò la sala riunioni senza aggiungere altro.
      Quello stesso pomeriggio, raggiunsi quindi Corbel nella sua immensa villa poco fuori città, la stessa in cui tre giorni fa si è scatenata la violenza. Quel vecchio pazzo mi fece aspettare per quasi mezz’ora nell’enorme soggiorno, perché stava ultimando la sua “seduta di meditazione”: non so bene in che cosa consistesse ancora adesso, ma con lui uscirono poi due ragazze in abiti succinti.
     Corbel si dimostrò più che disposto a prendere parte al mio piano, addirittura entusiasta di ritornare ad avere a che fare con la magia in modo serio. Fissammo quindi appuntamento per quella stessa notte proprio lì: prima di congedarmi, Corbel mi disse di portare il corpo di Chris (ovviamente), della farina, alcune candele e un oggetto che simboleggiasse il perché avevo intenzione di farlo tornare in vita.
     Pochi minuti dopo mezzanotte, quindi, sentii nuovamente il campanello della villa risuonare nelle immense sale vuote. Ricordo che ero teso e a disagio come poche volte mi era capitato prima.
    Con me, un paio di paramedici nerboruti, che mi aiutarono a trasportare il corpo di Chris (chiuso in un sacco nero da obitorio) dal bagagliaio della mia macchina fino all’interno dell’abitazione. Recuperare il cadavere fu molto più semplice del previsto: la Blacksoul aveva elargito all’ospedale una sostanziosa mazzetta e così, dopo l’autopsia, i primari l’avevano tenuto nell’obitorio “fino a nuovo ordine”. Quando l’agenzia decide di sovvenzionare un progetto, beh, lo fa come si deve.
     Corbel venne finalmente ad aprire la porta. Distrattamente, indicò ai paramedici una scala a chiocciola, dicendo loro di lasciare il cadavere vicino all’unica porta che avrebbero incontrato una volta arrivati alla fine: quindi, mi fece cenno di seguirli e di portare giù il resto del materiale.
     Io e i paramedici facemmo tutto alla lettera, poi loro se ne andarono. Sa Dio se non avrei voluto fuggire con loro.
     Dopo lunghi istanti, finalmente, Corbel mi raggiunse ai piedi della scala a chiocciola, vestito con una tunica e un cappello dorati talmente strambi da incrementare la mia ansia, invece di ridurla. Senza degnarmi di uno sguardo, aprì la porta.
     Alcune lampade in stile orientale gettavano nella stanza una soffusa luce rossastra, che cadeva spessa e densa sui vari specchi attaccati alle pareti e al soffitto, sulle basse mensole che ospitavano oggetti come manette, pinze e fruste, sul tavolino di vetro e le antiche sedie di legno e sul grande letto a baldacchino.
     Una “stanza dei giochi” in piena regola, come ce l’ha solo chi può permettersela davvero. Ricordo di aver pensato, in quel momento, che fosse curioso come la depravazione sessuale unisca senza discriminazioni vecchi produttori in pensione e attorucoli per ragazzini.
     Sotto ordine di Corbel, preparai la scena. Posi il corpo di Chris in mezzo alla stanza, vi tracciai attorno un grosso pentacolo con la farina e infine accesi una candela per ciascuno dei suoi vertici.
     Intanto, il vecchio rimaneva seduto sul letto, gli occhi chiusi e l’espressione concentrata.
     Dopo qualche minuto si alzò e mi chiese il “simbolo della mia volontà”.
    Tirai fuori dalla tasca della giacca cinque dollari e glieli porsi. Lui, mormorando qualcosa, li bruciò con il fuoco di una delle candele, quindi si pose poco fuori il pentacolo e, con le mani alzate, iniziò a ripetere a tono sempre più alto una frase in una lingua sconosciuta.
   Le parole mi rimbombavano nel cervello, rilasciandomi dentro un timore atavico e inspiegabile.   Mi sembrava di conoscerle, in qualche modo, di averne sempre saputo il significato senza poterlo ricordare. Al risuonare dell’ultima sillaba, le candele si spensero improvvisamente.
    I secondi trascorsero molli e pesanti. Mi avvicinai al pentacolo, spostando lo sguardo da Chris a Corbel, in attesa di qualcosa… ma sempre più certo di aver soltanto sprecato una serata.
  Non si possono riportare in vita i morti, mi dissi. Così come non si può salvare una carriera irrimediabilmente compromessa.
     Poi, successe. Non ero preparato: me ne accorsi qualche secondo in ritardo.
     Ancora chiuso nel sacco nero, Chris si mise seduto con una serie di lenti e arrugginiti scatti.
   Con un grande sfoggio di forza, fece poi uscire le braccia emaciate e quindi si strappò via il sacco, guardandosi attorno in cerca della consapevolezza del proprio corpo e del mondo.
     Era una scena triste, dolce e disgustosa allo stesso tempo. Un gigante che esce dalla propria placenta di plastica in una disturbata parodia della nascita.
     I suoi occhi vuoti incontrarono i miei per qualche secondo. Non avevano nulla, dentro, nulla che potesse ricordarmi il “vecchio” Chris arrogante, depravato e arrivista.
     Il tocco della mano di Corbel sulla mia spalla mi colse di sorpresa.
    Mi disse che era disposto a tenere il “neonato” nella villa: perché potesse reintegrarsi nella società, era necessario non turbarlo troppo… almeno all’inizio.
     Lo ringraziai, anche se il suo ghigno soddisfatto era esageratamente fastidioso.
     Mi precipitai su per la scala a chiocciola e, appena uscito dalla villa, telefonai a Davis.
    Il suo lungo silenzio a seguito della notizia che il rituale aveva avuto successo, fu la maggior soddisfazione della nottata.


     I quattro mesi dopo furono quanto di più caotico avessi mai sperimentato in campo lavorativo.
    Ogni giorno io, Davis e altri agenti della Blacksoul dovevamo affrontare riunioni tra di noi, oppure con produttori, registi, sceneggiatori e sponsor da includere nella creazione e nel lancio di “V. I. Z. – Very Important Zombie” (non il migliore dei titoli, per il nostro format, ma sicuramente quello dal significato più immediato).
     Contemporaneamente, visitai molto spesso la “stanza dei giochi” di Corbel, cercando di scoprire sempre di più sul nuovo Chris: in quale stato fisico e mentale fosse, quali necessità avrebbe avuto, etc. etc. Non andavo pazzo per quelle visite, ma sapevo perfettamente che non potevo perdere di vista nemmeno un singolo dettaglio.
     E il fatto che Chris si dovesse nutrire solo di sangue fresco, dopo un po’ divenne sopportabile.
     Nel corso di quelle sedici settimane ci impegnammo, con l’aiuto di una lunga lista di specialisti ed esperti, nell’insegnare nuovamente alla nostra rock-star non-morta a cantare le sue canzoni e a suonare la chitarra. Non fu facile, Chris arrivò quasi a uccidere i primi due insegnanti di lingue e quello di musica, ma sorprendentemente riuscimmo a raggiungere un buon livello: ovviamente, la troupe televisiva che avevamo ingaggiato riprese ogni intenso, sofferente e disturbante istante.
     Verso la fine di luglio arrivammo ad avere in cantiere una mole incredibile di materiale non solo sulla vita di Chris, ma anche su vari altri personaggi legati al mondo dello spettacolo; in poche parole avevamo in mano uno spaccato onesto del jet-set, condito con una buona dose di horror paranormale.
    Montammo un gran numero di puntate, in pratica due serie da dieci, quindi iniziammo con il battage pubblicitario… e Dio, quanto ci siamo divertiti nel farlo.
     Giocammo la nostra prima carta durante una normalissima conferenza stampa. Passata la burrasca della morte di Chris, il pubblico aveva ripreso a guardarci con interesse, e convocammo i giornalisti per spiegare meglio i nostri piani per il futuro.
     Costruimmo una finta presentazione di un fantomatico nuovo progetto discografico, che interrompemmo con una serie d’immagini della “rinascita” di Chris (ovviamente rigirata in modo da poter essere presentata al pubblico): alla riaccensione delle luci, l’intera platea era ammutolita. Abbiamo continuato con cose di questo tipo, e a divulgare sempre più informazioni, fino all’annuncio della messa in onda di “V. I. Z.”, così che l’interesse del pubblico andasse alle stelle.
     La sera della prima puntata ero in fermento proprio come quando ho firmato il mio primo contratto. In sostanza, la situazione non era diversa: dovevo convincere una massa di molli idioti stanchi della loro realtà a guardare lo schermo della televisione, e a tornare a farlo la settimana successiva.
     Solo che in quel caso non avrei potuto incidere minimamente sul risultato finale, e in gioco c’erano troppi dubbi, troppe variabili. Non ero sicuro di come l’opinione pubblica avrebbe accettato un format come quello… e, certo, se fosse andato male, la mia carriera sarebbe stata nuovamente a rischio. Ricordo che Jackie partecipava alla prima del suo piccolo circolo teatrale, quella sera.
     Avrei davvero voluto andarci, ma non riuscivo a decidermi a uscire da casa.
     Guardai la puntata da solo e al buio, poi m’infilai il pigiama e andai a letto.
    La suoneria del mio cellulare esplose per almeno cinque volte, durante la notte, ma mi alzai soltanto al suono della sveglia, come se quella che stava iniziando fosse una giornata come tutte le altre.
     Se non avessi fatto così, forse sarei ancora in quel dannato letto.
     Fortunatamente, la prima puntata di “V. I. Z.” fu semplicemente un successo.
     Nonostante i dubbi pratici del caso, raggiunse una percentuale di share riservata solitamente alla finale del Superbowl, con punte di fatto mai raggiunte da nessun programma televisivo da una cosa come dieci anni. In barba a qualsiasi variabile, rischio o mio personale dubbio, la mattina dopo chiunque avesse contribuito alla produzione della serie era sensibilmente più ricco.
    Ovviamente, anche le altre puntate registrarono lo stesso numero di ascolti, nonostante la reazione del pubblico sembrasse essere tutt’altro che positiva: settimana dopo settimana, in ogni talk-show, in ogni quotidiano, in ogni fottuto blog, la gente si scannava per decidere se la serie dovesse andare avanti oppure no. E così Chris divenne rapidamente il personaggio televisivo più in voga del momento.
    Naturalmente, nessuno pensava davvero che mostrassimo la realtà. Per tutti, “V.I.Z.” era frutto di una brillante (o non brillante, secondo i giudizi) sceneggiatura e messa in scena. E se fosse stato diversamente, beh, non so come sarebbe andata a finire.
    La cosa che più m’impressionò, mentre mi districavo in una nuova ondata di riunioni e incontri formali (questa volta con il preciso scopo di ficcare il logo del programma in ogni buco pubblicitario che avessimo potuto raggiungere), fu che a dar ragione ai nostri sondaggi, risultava che nessuno guardasse o avesse mai guardato lo show, a dispetto dei numeri raggiunti.
     È incredibile quanto sia facile mentire quando sai di non valere neanche un punto percentuale.
     Il successo di “V.I.Z.” aprì quindi una nuova fase della mia carriera, durata fino a tre giorni fa.
     Una fase in cui, dopo anni di fatiche, ho raggiunto finalmente gli obiettivi che mi ero sempre prefissato: ho visitato i migliori club, le migliori discoteche, i migliori ristoranti, le più grandi ville, e imbastito progetti con alcune delle più grandi e importanti star della musica mondiale.
     Ogni giorno portava un nuovo party, nuove situazioni sconvolgenti e fantastiche: che Dio mi perdoni, ma sono state le serate più entusiasmanti della mia vita. 
     Addirittura, Jenny ed io abbiamo ricominciato a vederci. Siamo tornati a essere una famiglia, nella nostra casa completamente nuova a pochi chilometri dalla villa di Corbel.
     Ma adesso, è inutile nascondere che la ruota è girata ancora una volta.
     Quello che è successo la notte di capodanno, il violento sfogo di Chris, non passerà inosservato.
     Alla festa c’erano alcune persone molto in alto nella gerarchia sociale, di quelle che trovano molto difficile perdonare e dimenticare: forse proprio in questo momento, uno di loro sta rivelando tutto alla stampa, alla polizia, oppure (cosa ancora peggiore) a uno dei nostri concorrenti.
    E la cosa divertente sarà che la Blacksoul, probabilmente, riuscirà lo stesso a “contenere i danni”. Un capro espiatorio immobilizzato in un letto d’ospedale ce l’ha, d’altronde.


     Improvvisamente, sento la porta della stanza scattare sui cardini.
     Con estrema cautela, un donnino di bassa statura e corporatura esile, con corti capelli a caschetto biondo platino e un tailleur scuro si fa avanti, squadrando ogni cosa con i suoi piccoli occhietti verde brillante.
     È Elliott, la mia segretaria, e “allieva” come agente da circa un mese. Mi rivolge una smorfia stiracchiata, che ormai so essere la cosa più vicina a un sorriso che le sia possibile esprimere.
     <<Neanche uno zombie infuriato è riuscito a ucciderti, eh?>>
     <<Gli è andata male… come a chiunque ci abbia provato, finora>>.
     Stringendo i denti, mi alzo fino a mettermi seduto. Punti e medicazioni tirano di brutto, ma non ho nessuna intenzione di farlo vedere a Elliott.
     <<E tu?>>, le chiedo, <<Come stai? Dov’eri quando si è scatenato l’inferno?>>.
     Lei si avvicina al mio letto e mi si siede vicino, accavallando le secche gambe e spostandosi una ciocca di capelli dietro l’orecchia, imbarazzata.
     <<Ecco, io… ero in un’altra ala della villa assieme a tre o quattro persone, talmente fatti e sbronzi che ci siamo risvegliati soltanto quando sono arrivate l’ambulanza e la polizia>>.
     Esplodo in una fragorosa risata, che nemmeno una serie di dolorose fitte al petto riesce a smorzare.
     Poi, per qualche secondo, rimaniamo in un silenzio imbarazzato.
     Inizio a pensare che, recentemente, ho condiviso di più con Elliott che con qualunque altra persona, ma comunque il nostro rapporto rimane fermo a una sfera completamente professionale.
      Mi accorgo, forse per la prima volta, che non so quasi nulla di lei.
     Non so se ha un fidanzato, dei fratelli, ancora entrambi i genitori, dov’è nata, che scuole ha fatto. Non abbiamo mai parlato davvero delle nostre vite: io perché non avrei comunque molto da dire… e lei perché, spero, è soltanto una persona molto riservata.
    Elliott mi spiega come al suo risveglio abbia trovato la villa di Jackie invasa da uomini in divisa. Sul momento non aveva capito bene quel che stava succedendo, ma è bastato uno sguardo al casino intorno per comprendere che Chris aveva perso completamente il controllo: è poi venuta a scoprire che Davis aveva accompagnato un paio di ragazze nella stanza dei giochi, in modo da “presentarle” a Chris.
     L’avevo sempre detto, a Davis, di non esagerare nel dare confidenza al nuovo Chris.
     E ora è andato tutto a puttane, penso, mentre lei mi dice che la Blacksoul ha risarcito Corbel e chiunque altro sia stato coinvolto nell’incidente con un’indennità che ne assicurerà il silenzio sulla questione (fortunatamente, i morti e i feriti gravi si sono registrati solo tra gli invitati “di poco conto”). Per farlo, ha usato quasi tutti i soldi che aveva a disposizione: abbiamo sfiorato il fallimento, ma ora è come se quella notte non fosse successo assolutamente niente.
     Mi lascio di nuovo andare sul letto, tirando un profondo respiro.
     Ne siamo usciti puliti, ancora una volta.
     Dovrei farle i complimenti per come ha gestito la situazione, ma non ci riesco, perché la paura per la mia carriera non se ne va. Immagino che in questi giorni Davis abbia riesumato la mia lettera di licenziamento, e che ne abbia buttata giù una di promozione per Elliott: mi accorgo forse troppo tardi che la sto guardando con un misto di astio e ansia.
     Tre colpi alla porta della stanza richiamano la nostra attenzione.
    Lo specializzando di prima fa capolino dall’uscio, ricordandoci che siamo fuori dall’orario delle visite. Elliott si alza dal letto e mi rivolge un altro dei suoi sorrisi faticosi.
     <<Ah, credo il presidente verrà a farti visita. Vuole parlarti urgentemente>>.
     Dio. Non aspetta neanche che sia dimesso dall’ospedale.
     <<Già, immagino. Ma non lascerò che finisca così... io so troppe cose!>>.
     Elliott si blocca sulla porta, il sorrisetto perso nella sua solita maschera fredda e inattaccabile.
     <<Di che diavolo parli?>>.
     <<Verrà qua per dirmi che sono finito, Elliott, lo so! Ma la mia non sarà l’unica testa a cadere!>>.
     Lei si volta di nuovo verso la porta.
     <<La mattina dell’uno, Corbel ha telefonato a Davis e ha detto che Chris era ritornato alla villa. Calmo, distante, remissivo com’è sempre stato. È ancora sotto contratto, Winston… tu, sei ancora sotto contratto. Credi che altrimenti ci saremmo svenati per far dimenticare a tutti quest’altro casino?>>.
     Appena Elliott esce, lo specializzando spegne la luce, chiedendomi se può poi lasciarmi il suo numero di telefono. Gli rispondo distrattamente di sì.
     Chris è tornato, quindi. Ma non solo fisicamente… forse Davis non aveva così torto nel ritenerlo più simile a qualsiasi nostro cliente di quanto abbia sempre fatto io.
     Perché con tutta probabilità non l’ha fatto per salvarmi il culo, o per salvarlo alla Blacksoul. L’ha fatto perché l’unico posto dove può stare è in mezzo a noi altri freak del mondo dello spettacolo.
      Richiudo gli occhi, finalmente con il sorriso sulle labbra.
      <<Proprio un bravo ragazzo…>>, sussurro, prima di scivolare nuovamente nel sonno.