venerdì 26 luglio 2013

SENZA VOLTO

Ehilà cyber-sailors!
Qui sotto trovate SENZA VOLTO, il mio primo racconto breve; non aggiungo altro, se non un ottimo accompagnamento musicale: "Let me be myself" dei 3 DOORS DOWN.

A voi: buona lettura!
Simone

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     <<Jack. Jack. Jack>> ripeto mentalmente il mio nome per tre volte, faccio una breve pausa e lo ripeto ancora. Questo mantra mi accompagna ogni giorno da mesi, ormai: pronunciarlo è ricordarsi in un solo istante di tutto ciò che sono, ed è la miglior difesa contro l’ottundente ronzio che occupa la mia mente. Finisco di pisciare contro il muro del vecchio liceo, sudicio di sangue rappreso, rimetto l’uccello nei vecchi pantaloni di velluto a coste, mi volto e mi aggiusto lo zaino sulla schiena.
     Una scatoletta di carne scivola fuori e cade sull’asfalto con un ticchettio; anche sotto la spessa cuffia che mi copre testa e orecchie, è come se qualcuno avesse gettato una bomba nella città silenziosa, immersa fino alla gola nell'umida nebbia dell’alba novembrina.
     Mi guardo attorno socchiudendo gli occhi ancora assonati: non porto, come dovrei, la mano alla pistola taser che mi spunta dal retro dei pantaloni. Mi chino invece a raccogliere la scatoletta: so per certo che le basse temperature costringono i senza-volto a non uscire fino a giorno inoltrato.
     Le mie scarpe da ginnastica, prese qualche settimana fa a un paio di gambe senza busto, si mettono in moto quasi automaticamente; costeggio lentamente la parete esterna del liceo senza poter evitare di pensare, come al solito, che i frammenti dei graffiti che la sfregiavano sono probabilmente tutto quello che resta di gran parte dei ragazzi che lo frequentavano. Dio solo sa quanto odiavo quegli idioti che si esprimevano deturpando una struttura pubblica, ma rendersene conto è triste lo stesso.
     Dall'altra parte della strada carcasse gelide di automobili semi-distrutte formano una serie di figure casualmente misteriose, come parti di un cerchio nel grano tracciato a occhi chiusi all'interno della città. Ripenso alla mia, di macchina, conficcata in altre due lontano da qui e lo sguardo scende verso la gamba destra, ancora dolorante dopo mesi. Correnti di odori diversi (di sangue, di bruciato, di benzina) mi spingono nel gorgo dei ricordi; non credo di aver notato la macchina che sfondava la portiera, ma di certo ho sentito la pioggia di vetro sulla mia guancia: al secondo schianto, da dietro, ho pero i sensi e quando mi sono risvegliato ore dopo il mondo era in questo fottuto casino.
     Niente trombe angeliche, quindi: la mia apocalisse è arrivata sulle fastidiose note ritmate di un clacson.
     Ingoio per l’ennesima volta i ricordi, proprio mentre svolto entrando sotto il porticato che ospita l’entrata del liceo. Ho percorso quella strada centinaia di volte e nel corso degli anni è stata sia un ponte verso una carriera ricca e stimolante, sia un letto matrimoniale cigolante e sformato, da condividere con i colleghi finché pensione non ci separi.
     Negli ultimi tre mesi questo posto ha acquistato però un significato del tutto diverso: è diventato il cortile del mio palazzo. Un palazzo in macerie e abitato da coinquilini che non vedono l’ora di farti a pezzi, ma se permettete da quando non esiste più la tivù via cavo viaggio parecchio con la fantasia.


     Raggiungo la porta di vetro del liceo e supero le ante divelte verso l’esterno.
     Appena entro nel piccolo atrio, costellato di sporcizia, membra di cadaveri, tavoli, sedie e macchinette del caffè ribaltate, lo vedo.
     Un branco di quattro senza-volto, tutti perfettamente identici l’uno all'altro, sono intenti a litigarsi una serie di stracci insanguinati di certo appartenuti a un qualche alunno: di questi qui, attaccati ai vestiti, ce ne sono purtroppo a caterve in città. Alti quasi due metri, i corpi nudi ed estremamente muscolosi che guizzano possenti ed equilibrati, sembrerebbero divinità aliene e affascinanti, non fosse che la bocca, gli occhi e il naso sono fusi insieme in una maschera impassibile. Uno di loro è, o meglio “era”, una donna: il poco seno e la corporatura un po’ più minuta non mentono.
     <<Merda!>> impreco a bassa voce con un misto di sorpresa e terrore.
     Basta un’occhiata all'imboccatura delle scale per capire che non posso raggiungerle senza attirare la loro attenzione. Improvvisamente, il branco si volta a guardarmi e il ronzio di sottofondo nella mia testa si fa immediatamente più forte; l’ansia cresce rapidamente e dal ronzio cominciano a scaturire una serie sempre più pressante di suggestioni emotive, che impediscono al mio cervello di concentrarsi su qualcosa che non sia la tristezza della mia esistenza solitaria e la perfezione dei corpi delle creature che mi stanno davanti.
     È così che fanno, i senza-volto: annullano la tua personalità attraverso il connubio di ronzio ipnotico e suggestioni emotive, quindi ti trasformano in uno di loro (in un qualche modo ancora sconosciuto).
     Ripetendo tremante il mio nome, spingo la mano in una delle tasche del giubbotto… ma loro sono sempre più vicini… e io… così… solo… 
     Dopo eterni secondi riesco a estrarre il contenuto della tasca, lanciandolo a terra davanti al gruppo di senza-volto. Il rumoroso scoppio di luce che accompagna lo schianto della provetta sul pavimento colpisce con più forza i loro sensi rispetto ai miei quasi del tutto annebbiati. Sfrutto gli attimi successivi per gettarmi verso le scale: la gamba destra pulsa inesorabilmente ma cerco di non rallentare.
     Mistura pirotecnica di magnesio e perclorato di ammonio: chimica 1, bastardi senza-volto 0 . 
     Dopo poco la gamba sottolinea meglio come non abbia preso molto bene il mio scatto; mi fermo dolorante e guardo giù verso la tromba delle scale, chiedendomi ancora una volta che ci facciano già svegli: sotto di me, i senza-volto imboccano la prima rampa, caracollando l’uno sull’altro in un’insensata e famelica valanga di violenza pura.
     Mi faccio forza e raggiungo finalmente il secondo piano: il cumulo di banchi e cattedre con cui ho sostituito le vecchie porte antipanico ormai inservibili mi si para davanti ancora inviolato. Alla base si snoda un breve tunnel formato da stretti banchi messi in sequenza, troppo angusto per i possenti fisici dei senza-volto ma perfetto per me; faccio scivolare lo zaino sul pavimento quindi mi getto pancia a terra e vi striscio dentro.
     Pigiato nello stretto spazio del tunnel, dopo pochi secondi mi volto indietro a guardare la maschera piatta e liscia del senza-volto femmina: è riuscita a seguirmi, ma è incastrata all'imboccatura, la mano innaturalmente lunga che tasta cieca verso di me. Da come trema la barricata quando finalmente esco sono certo che i senza-volto stanno cercando con tutta la loro forza di abbatterla; non sono i primi ad averci provato, e come gli altri tra qualche minuto perderanno interesse e se ne andranno.
     La tizia nel tunnel, però, sarà difficile farla uscire, mi dico mentre raccolgo lo zaino da terra, sbuffando.
     Con l’adrenalina che abbandona il mio corpo e il ronzio che si fa di nuovo sopportabile, mi affido alla tranquillità del corridoio che mi si apre intorno. A differenza di qualsiasi altra stanza della struttura, buona parte del secondo piano è del tutto pulita e in ordine; nessun cadavere abbandonato in un angolo, nessuna macchia di sangue alle pareti: uno strato di placida polvere è l’unico indizio del suo passato di totale abbandono. Lo so, aver sgomberato e pulito quasi un piano intero sembra maniacale, ma quando ho deciso di trasferirmi nel liceo avevo bisogno di un posto decente in cui stare e questo piano era quello meno “occupato”. E in estate i senza-volto sono più attivi: costruita la barricata dovevo pur far passare il tempo in qualche modo.
     Entro tranquillamente nell'aula che ho adibito a cucina. Una cattedra coperta da una vecchia tovaglia, un bicchiere, varie posate, un piatto di porcellana, un fornetto a micro-onde, un frigorifero e un grosso cumulo di scatolette di cibo è tutto quello che vi si trova dentro, ovviamente proveniente dalle varie abitazioni abbandonate nei paraggi del liceo (no, non vi dirò come ho fatto a portare il frigorifero). Tolgo dallo zaino le scatolette di carne buttandole nel mucchio e prendendone una per colazione; quindi afferro uno dei coltelli sul tavolo e mi incammino tranquillamente verso quella che era l’aula computer.
     La stanza, più stretta della precedente, è per tre-quarti un ammasso di rottami informatici inservibili e tavoli rovesciati (era qui che si nascondevano i senza-volto del piano), ma per il resto è occupata da un lungo tavolo bianco su cui si trovano tre computer del tutto funzionanti, che utilizzo per contattare organi di informazione oppure sopravvissuti all'interno della città.
     Per adesso è andata male in entrambi i casi.
     Trascorro l’ora successiva seduto davanti ai monitor immutati, senza nemmeno vederli, mangiando e pensando con ansia e impazienza crescenti a quel che mi aspetta e che devo fare in laboratorio.
     Terminato il pasto lavo il coltello nel lavandino del bagno e ritorno in cucina prendendo dal frigorifero un piccolo blocco di gelatina grigiastra appiccicoso, rigido e rettangolare; lo soppeso tra le mani mentre esco dalla stanza, trovandolo come sempre incredibilmente leggero: ironico che contenga la più grande fonte di informazioni sull'essere umano, no?
     Mentre ridacchio tra me e me, mi accorgo che dalla barricata provengono soltanto più i mugugni contrariati della senza-volto incastrata nel tunnel.
     La porta del laboratorio di chimica mi si para davanti esattamente come il primo giorno di lezione: tutto ciò che è successo non l’ha scalfita minimamente, mistico baluardo immerso impassibile nel mare del caos. Stringo la maniglia con impaziente esitazione e spalanco la porta; l’ormai familiare odore stantio, mescolato a quello pungente dell’alcool e dei vari composti chimici che ho usato recentemente mi coglie come un fiume in piena, strappandomi un sorriso e facendomi socchiudere estasiato gli occhi.
     Due file di quattro tavoli con sopra becchi Bunsen, provette, becher, matracci e altri strumenti mi si parano davanti, divise da un alto muretto piastrellato. Alla mia destra c’è un tavolino quadrato che un secolo prima fungeva da cattedra, installato tra un piccolo armadietto di acciaio e una cappa aspirante e davanti a una vecchia lavagna; nella parete opposta si apre, vicino a una grossa finestra, un armadio più grande, nel quale ho stipato tutto il materiale utile che sono riuscito a recuperare.
     La parete a sinistra, invece presenta gli stessi poster sulla chimica teorica di dieci anni fa. Ed ecco il mio appartamento, signore e signori: in questo laboratorio sono nato, cresciuto e prima o poi ci morirò. È qui che porto avanti, con i pochi strumenti e materiali che ho a disposizione, lo studio su quello che ha trasformato metà della popolazione mondiale nei branchi privi di personalità dei senza-volto: è stata l’idea di poter capire e curare questa cosa che mi ha strappato alla vita che ho condotto nei mesi successivi all'incidente, e che mi ha fatto uscire da quel bar abbandonato dove passavo le giornate a nutrirmi di avanzi, sempre ubriaco.
     Poco lontano, un senza-volto legato a una sedia con una spessa corda rantola girandosi lentamente verso di me; <<‘giorno Luke>>, borbotto, e la mia rauca voce disabituata all'esercizio mi suona più affaticata di quanto vorrei.
     Tolgo il giubbotto da pesca, i guanti, la cuffia e la pistola taser, abbandonandoli sulla piccola cattedra e mi arrotolo le maniche della camicia fino ai gomiti mentre raggiungo l’ultimo tavolo a sinistra; su di esso c’è ancora la vecchia lastra fotografica che ho riesumato dalle scartoffie degli esperimenti di qualche anno prima: riporta il sequenziamento di un filamento di DNA di Luke da umano. Quando ho liberato l’aula computer dai senza-volto, uno di loro aveva un piccolo avvallamento al centro dello sterno, un tratto che ho subito riconosciuto appartenere a Luke Roe, un arrogante figlio di papà tra i più mediocri studenti che abbia mai avuto.
     Non sono riuscito a ucciderlo, ma l’ho sedato e l’ho usato come cavia per i miei studi: senza di lui non avrei potuto fallire continuamente nell'individuare l’origine della trasformazione.
     Appoggio il blocco di gelatina grigiastra sul tavolo, quindi prendo dal grande armadietto una lampada UV e tiro giù del tutto le tapparelle del finestrone. Nel buio completo in cui piomba il laboratorio il mio respiro e quello di Luke arrivano a sovrapporsi, fino a quando la luce della lampada UV non ne spezza il ritmo. La punto sul gel, rivelando il secondo sequenziamento del DNA di Luke, quello da senza-volto, e confrontandolo con quello sulla lastra.
     Impiego diversi minuti a portare a termine il confronto, e lo ripeto per altre cinque volte, incapace di accettare il risultato. Quando mi arrendo all'evidenza lascio il tavolo e alzo nuovamente le tapparelle: la luce soffocata del sole mi sferza gli occhi, ma continuo a guardarla come se non sentissi assolutamente nulla, come se non stessi lacrimando copiosamente.
     I due tracciati sono sostanzialmente identici, tranne in un paio di punti. Questo significa che la peggiore, e l’ultima, delle mie ipotesi è esatta: i senza-volto non sono infetti o malati, sono mutanti, esseri umani simili a me, con un DNA soltanto di poco differente.
     Niente cura, quindi. E, probabilmente, niente possibilità di capirci qualcosa di più senza un macchinario decente, che in città potrebbe anche non esserci, né tantomeno di risolvere la cosa in modo semplice. Mi volto a guardare la lavagna, piena zeppa di calcoli e appunti che ho raccolto nel corso dei mesi precedenti, e un’intuizione si fa largo nella mia mente come un coltello nel burro: i senza-volto espandono la mutazione attivando un particolare genoma umano.
     Con ogni probabilità, la spersonalizzazione del singolo nel branco è scritta dentro tutti noi.
     Un rantolo particolarmente forte di Luke mi riporta alla realtà.
     Lo avvicino e gli metto due dita sul collo, proprio sotto la terribile maschera che mi fissa senza guardarmi. Il battito è sempre meno percettibile: se lasciati soli per lunghi periodi, i senza-volto vanno incontro alla morte.
     Sbuffo sonoramente pensando a quanto mi ci vorrà prima di catturare un altro senza-volto da usare come cavia e a quanto mi durerà questa volta; mi avvicino al grande armadietto tirando fuori una siringa e dell’epinefrina da usare nel caso Luke collassi nelle prossime ore, ma lascio perdere subito dopo: che senso ha provare a salvargli la vita, ora come ora?
     Ho finito con questa cosa del professore di chimica solitario che salva il mondo grazie alla venerazione cieca per se stesso e per il laboratorio nel quale ha passato la maggior parte della vita.
     <<‘fanculo>> sentenzio silenziosamente, mentre decido di dormire un po’.
     Prendo due sedie e mi ci sdraio sopra mettendomi comodo per quel che mi è possibile, ben sapendo che non basta insultarli, certi fantasmi, per farli sparire.


     Un gran fragore, che esplode all'esterno del laboratorio, mi risveglia di soprassalto nell'istante stesso in cui prendo sonno. Strabuzzo gli occhi fiaccati dalla luce del sole ormai alto e al di sotto del suono di legno e ferro che ricadono l’uno sull'altro percepisco un mugugno di dolore e una serie di rapidi strascichi.
     Mi alzo di scatto, incassando le repliche improvvise della gamba, e raggiungo la porta del laboratorio ancora spalancata; quando butto la testa al di là dell’uscio vedo la senza-volto poco prima incastrata al di sotto della barricata: è riuscita a farne crollare una parte e proprio davanti ai miei occhi si libera dalle macerie scaraventandole di lato con l’ausilio dell’unico braccio che non le penzola rotto e inservibile al fianco.
     Mentre si accorge di me e inizia a venirmi incontro con la grazia di un bulldozer, rientro rapidamente nel laboratorio.
     Afferro le ante della porta e le chiudo e pochi secondi dopo vengo sbalzato in avanti: anche con un braccio solo, la senza-volto ha la forza di un ariete. Cerco di spingere con tutto il mio peso contro la porta e allo stesso tempo di ignorare gli assalti mentali; mi accorgo però che non sto sussurrando il mio nome come al solito e che l’idea di naufragare nel ronzio sempre più forte è ogni secondo più allettante. In quello stesso istante le ante dietro le mie spalle si spalancano violentemente.
     Vengo sbalzato di lato, contro la piccola cattedra, rovesciando tutto quello che vi si trovava sopra, e finendo a terra sbatto violentemente la testa contro la parete, proprio al di sotto della scrivania.
     Con le palpebre pesanti cerco di mantenere il controllo, nonostante il corpo che, in pieno ammutinamento, mi lancia fitte di nausea continue. La vista annebbiata non mi impedisce comunque di notare la senza-volto che, appoggiandosi con il braccio sano alla superficie del primo tavolo a sinistra si rialza intontita puntando l’immota maschera verso di me. 
     Il suono dei piedi nudi della senza-volto risuona nel laboratorio scandendo il battito del mio cuore come una terrificante grancassa. Riacquisto pienamente la vista proprio quando si trova a pochi metri da me, ma la mia mente è un tale casino che non riesco nemmeno a pensare di rialzarmi in piedi o di reagire; non ho più scampo, ora: mi farà a pezzi, oppure mi trasformerà finalmente in uno di loro.
     Sento la mano della creatura che mi agguanta la gamba e comincia a trascinarmi lontano dal muro. Sposto distrattamente lo sguardo verso la luce del sole che proviene dal finestrone e quando la sua mano lascia la gamba per afferrarmi la camicia noto, poco lontano sul pavimento, la pistola taser che spunta da sotto il giubbotto da pesca.
     Allungando il più possibile il braccio l’afferro, arrendendomi completamente all'ultimo barlume di istinto di conservazione che ancora mi brucia dentro: quando mi sento sollevare da terra chiudo gli occhi, punto l’arma in avanti e premo il grilletto.
     Il mio grido viene soffocato dallo scorrere della corrente e dopo qualche istante sento il pavimento scontrarsi contro il mio corpo una seconda volta.
     Quando riapro gli occhi, nel laboratorio il silenzio e la tranquillità sono tornate sovrane. Mi rialzo dolorosamente da terra reprimendo l’ennesimo conato e noto il corpo della senza-volto accasciato a terra privo di forze; respira, ma di certo non si risveglierà prima di qualche ora.
     La porta del laboratorio è ancora completamente intatta nonostante sia stata quasi divelta dai cardini e tutto ciò che stava sul lungo tavolo contro il quale si è schiantato la creatura è a terra in un cumulo di frammenti di vetro. Tenendomi una mano sulla fronte per ricacciare indietro la nausea, supero poi l’uscio del laboratorio e butto uno sguardo al corridoio; la barricata è franata in più punti e rimetterla in sesto sarà un lavoro lungo e faticoso… ma che dovrò fare.
     Finito quello, mi metterò alla ricerca di un modo per far regredire la mutazione nei senza-volto.
     Come per un suicida che perde l’attimo, infatti, afferrare il freddo calcio della pistola taser mi ha impedito di perdermi nel branco, di abbandonare la mia personalità come un vecchio peluche su una mensola impolverata: essere me stesso è dura, di questi tempi, ma non c’è lotta nella quale accetterei di continuare a farmi del male più di questa.
     Rientro nel laboratorio. Mi chino sulla senza-volto prendendola per il braccio sano e, con estrema fatica, la trascino vicino a Luke. Prendo poi dal grande armadietto gli ultimi pezzi della spessa corda con cui l’ho legato alla sedia e immobilizzo la nuova ospite su di un’altra.
     <<Luke, ti presento Leila>> sussurro mentre stringo la corda con tutta la forza a mia disposizione.

HERE IT GOES (AGAIN)

Un saluto a te, cyber-sailor incagliatosi (forse più per caso che per volontà) in questa scogliera.
Io sono Simone e quelli che leggerai nel corso dei prossimi mesi sono i miei CONATI DI ANIMA, ovvero quello che cuore, stomaco e cervello mi impongono di urlarti addosso presupponendo che poi te ne freghi qualcosa… in forma di racconto breve, e pure di poesia, in rari casi.

Ho provato a dar vita a un blog come questo almeno un paio di volte nell’ultimo anno, ma con scarsi risultati: non ero mai convinto di quanto potesse piacere/interessare, avevo troppi dubbi.
Soprattutto su me stesso e su quello che avevo scritto.
No, oggi i dubbi non sono scomparsi (credo non lo faranno mai, se sono fortunato), ma ho deciso di accantonarli, di non permettere più che condizionino il mio lavoro: adoro scrivere e lo faccio. Punto.
Spero di smuovere anche dentro di voi qualche bel “conato d’anima”, ma nel caso così non fosse… di materiale da leggere il mondo ne ha fin troppo, quindi avrete sicuramente un ampio bacino di autori con cui sostituirmi.

Come spesso succederà poi, vi lascio con una canzone, un accompagnamento musicale a quello che scriverò.
Una bella canzone e un video stupendo per darmi un po’ di carica: “Here it goes again” degli OK Go.

A presto, cyber-sailor.
Simone