lunedì 28 ottobre 2013

LA PUBBLICITA' E' L'ICORE DEL COMMERCIO (II)

Un cordiale saluto, cyber-sailors, e benvenuti a un’altra puntata de “La Pubblicità è l’Icore del Commercio”: l’appuntamento del tutto casuale che fa il punto sui progetti che seguo, ora come ora.
Per chi di voi è stato tanto pazzo da leggere anche il primo post de “L.P.I.C”, non ci saranno particolari sorprese: usate il pc per fare altro, vi conviene… oppure andate a (ri)leggere l’ultimo racconto breve.
Ci si risente appena possibile!

Per tutti gli altri, ecco che parte la carrellata di “cazzimia”.
Partiamo dall’ultimo argomento dello scorso post, ovvero il libro riguardante Peveragno e la fiera di S. Andrea. È (quasi) pronto, proprio ora che vi scrivo… venerdì 15 Novembre e giovedì 21 Novembre, se tutto va bene, io e diverse personalità dell’Associazione Commercianti di Peveragno dovremmo presentarlo in due serate culturali dedicate.
A conti fatti, in questo libro, non ho poi solo curato la parte delle fiabe incentrate sulla storia di Peveragno e della fiera, ma anche una piccola cronologia reale, all’interno della quale ho infilato una buona dose di miti e leggende che forse non tutti i compaesani conoscono.
Inoltre, mi è stata data la possibilità di collaborare (tra gli altri) con uno dei migliori artisti che offre Peveragno, Gianni Renaudi, che si è occupato di corredare ogni fiaba con un’illustrazione… davvero, il prodotto finito sarà sicuramente fantastico.
Se siete nei paraggi e in una serata novembrina non sapete che cosa cavolo fare, venitemi a trovare!

Passiamo poi a “Fase Rem”, l’onirico progetto che sto portando avanti con l’illustratrice cuneese Vanessa Rubino (ecco di nuovo il suo facebook: https://www.facebook.com/vanessarubino.it?fref=ts ).
Ora, credo di potervi dare qualche informazione in più; si tratterà sostanzialmente di un progetto per un volume a fumetti, un po’ particolare sotto l’aspetto “grafico”: attingendo da diverse produzioni americane degli ultimi vent’anni cercheremo di “sperimentare” (e ho usato questa parola consapevole del suo peso!) con la griglia libera, dando sfogo alle ottime capacità di Vanessa, che ha anche preso uno stile particolare e del tutto nuovo.
Per quel che riguarda la storia, come ho già detto, prenderemo a piene mani dalla produzione letteraria di H. P. Lovecraft, usando la sua cosmologia come mezzo per parlare dell’essere umano e della sua società. Per chi conosce un po’ la materia, posso anticipare che dentro ci troverà figli semi-umani degli Altri Dei, gatti con poteri soprannaturali, Nyarlathothep (!!!) e mistici oggetti capaci di aprire le porte della mente degli uomini.
Stiamo procedendo il più alacremente possibile alla realizzazione del materiale, che probabilmente schiafferemo da qualche parte nell’immenso etere, e presto vi dirò di più.
Intanto, fate ben attenzione a Facebook: potrebbe essere che da qui a qualche giorno nasca finalmente la pagina di riferimento del progetto.

Ma veniamo al vero punto centrale di questo post. Puntata. Cosa.
Recentemente, ho preso contatti con un gruppo di giovani della zona di Cuneo, responsabili della pubblicazione della fanzine “Eclisse”. E vedo già le vostre fronti corrugate, alla parola “fanzine”.
Ma la verità è che “Eclisse” non è una semplice fanzine, come millemila altre, ma racchiude al suo interno una moltitudine di espressioni artistiche (fotografia, narrativa, fumetto, etc. etc. etc.) talmente vasta e, nel loro caso, ben pensata e realizzata, che non può non interessare… e fate un salto a questo link se non ci credete, o se siete semplicemente curiosi: http://www.collettivoeclisse.com/ .
In occasione del prossimo numero e, magari, per un paio di altre cosette di cui si è parlato ma di cui ora come ora non posso dire praticamente nulla, c’è la probabilità che riesca a piazzare qualcosa di mio sulla fanzine. Ogni numero è basato su un particolare tema, e devo ammettere che lavorare in questo modo si sta rivelando davvero appassionante… al di là di come poi andrà davvero avanti la nostra “collaborazione”.
<< Ehi, ma se nemmeno sei sicuro di lavorarci, con i ragazzi del collettivo Eclisse, perché diavolo gli fai già pubblicità? >>
Perché… beh, semplicemente, se la meritano. Davvero.
Ho avuto il piacere di passare praticamente una giornata intera con qualcuno di loro, e di sfogliare il numero 6 della fanzine: non so quanto possa valere, detto da me, ma nonostante tutti i limiti che può avere una produzione del genere, hanno veramente qualcosa da dire e da dare.
E dicono e danno con VERO entusiasmo e capacità.
Già solo per il primo, sono una spanna sopra a molti dei “professionisti” che ho incontrato in questi ultimi anni.

Gli aggiornamenti, per questa puntata, finiscono qui.
Però c’è ancora una cosa che vorrei dirvi… una specie di “avviso”.
Da giovedì 3, a sabato 2, sarò con amici in giro per la città di Lucca, in occasione della fiera “Lucca Comics&Games 2013”: solito giro di acquisti e saluti vari degli ultimi quattro anni. Spero che ci siate anche voi, altrimenti siete dei pazzi dissennati.
<< Ma guarda che non c’abbiamo da lavorare, mica come te che non fai un cazzo da mane a sera! >>.
E pure questo è vero: per voi implacabili stakanovisti, magari, faccio anche un post di “pareri & chiacchere” sulla fiera.

Fatto, siete liberi.
“Road Trippin’”, tutta per voi.
Simone

giovedì 24 ottobre 2013

V. I. Z. - VERY IMPORTANT ZOMBIE

Buon pomeriggio, cyber-sailors!
Tempo, finalmente, di un nuovo racconto! Ne sentivate la mancanza? Io sì, e finalmente dopo un po' di settimane riesco a farvi avere questo "V. I. Z. - Very Important Zombie".
L'espediente potrebbe sembrare circa lo stesso di "Senza Volto", ma vi assicuro che qui si parla di tutt'altro e in modo del tutto diverso: spero solo, per il vostro bene, che riusciate a NON rispecchiarvi in nessuno dei personaggi che andrete a incontrare.
Io, purtroppo, non credo di avercela fatta.

Al solito, vi lascio come "guida" alla lettura una canzone... che in questo caso è "Il Mostro", dei Linea 77.

Buona lettura.
A presto!
Simone
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     Mi richiudo la porta della camera alle spalle e ci appoggio la schiena contro, ansimante.
     Al di là di essa, dal corridoio del secondo piano e dal salone della grande villa, provengono urla strazianti e un fracasso terrificante: bassi muggiti si elevano sopra di essi, rabbiosi, animaleschi, inumani.
     Non so che cosa l’abbia scatenato, ma so che ora non può essere fermato.
   Non sente dolore, non prova rimorso, probabilmente nemmeno capisce, davvero, dove si trova. Una bestia spaventata e irrazionale, per cui la violenza è l’unica risposta.
     Nel grande letto davanti a me, la ragazza con cui dovrei ancora essere impegnato a divertirmi si è messa a sedere, e mi guarda confusa: i lunghi capelli corvini le coprono parzialmente i seni sodi, e la carnagione olivastra è percorsa da un pallore ansioso.
     Mi sorprendo a cercare di afferrare il suo nome dai recessi della memoria, purtroppo invano.
     <<Allora, che cazzo succede?>>, mi chiede con una vocetta stridula e (adesso) fastidiosa.
     Non le rispondo, ma squadro rapidamente la stanza.
    A sinistra del letto vedo un ampio armadio di legno e sulla destra uno specchio alto e stretto, a qualche passo di distanza dalla porta del bagno. Sparsa un po’ in giro, poi, c’è la nostra roba: i miei pantaloni di velluto e le sue scarpe con il tacco nere, la mia camicia azzurra e il suo lungo vestito rosso, la mia cintura di pelle e la sua biancheria di “Victoria Secret”… niente che mi aiuterebbe a fermare quella cosa là fuori. Con il cuore che mi pulsa tra le tempie, finalmente, scorgo la sua borsetta, parzialmente nascosta ai piedi del letto da coperte e lenzuola.
    Con uno scatto esagerato per un pieno cinquantenne come me, la apro e ne rovescio il contenuto sul pavimento. Di tutta risposta la ragazza si fionda fuori dal letto, iniziando a urlare domande che non riuscirei ad ascoltare anche volessi.
   Tra fazzoletti, assorbenti, chewing-gum, portafogli, pacchetti di sigarette e accendini, noto un grosso portacipria. Lo afferro, e con forza lo scaglio contro lo specchio.     
   Riprendo poi fiato per qualche istante, senza staccare gli occhi dai frammenti di vetro sparsi un po’ dappertutto. Mi avvicino e ne afferro due lunghi e appuntiti, porgendone uno alla ragazza.
     <<Chris ha perso il controllo, sta massacrando tutti. Se entra, colpiscilo e scappa >>
    Ho giusto il tempo di terminare la frase, prima che due braccia gonfie e pallide attraversino la porta alle mie spalle, afferrandomi il collo e sbattendomici contro con violenza.
     Le urla della ragazza, il suono del legno spezzato e l’intenso dolore che percorre ogni centimetro del mio corpo si mescolano in una girandola caotica. Non mi accorgo di aver attraversato la porta fino a quando non sbatto sul tappeto del corridoio.
      La manciata di secondi successiva, poi, mi sembra durare un secolo.
    Con estrema fatica, uso la forza residua per alzarmi da terra e mettermi a sedere contro la parete del corridoio: sento il sangue, umido e caldo, che sgorga da diverse ferite, e qualche osso che scricchiola. La canottiera bianca e i boxer viola sono strappati e sporchi.
     Me l’avevano detto che alle feste di capodanno alla villa di Corbel poteva succedere di tutto.
     Punto il mio sguardo sfocato su quella che era l’entrata alla camera e vedo Chris farsi avanti a passi lenti. Come al solito è praticamente nudo, se non per un piccolo perizoma scuro, che risalta a confronto con la sua pelle smorta e senza vita. 
    Sento la giovane prostituta urlare nervosamente. Mi sembra di vederla caricare la torreggiante figura, conficcandole il grosso vetro in un braccio: non esce sangue dalla ferita e questa, ovviamente, non indietreggia di un millimetro.
     Anzi, con un solo gesto la afferra, alzandola di da terra. Utilizzando la mano del braccio in cui è ancora conficcata la lama di vetro, quindi, le strappa le braccia, le gambe e la testa.
     Vista da qualche metro di distanza, la scena è un rapido e disgustoso “m’ama, non m’ama”.
     Il corpo spezzato della ragazza produce un suono sordo, quando Chris la getta incurante sul pavimento della stanza. Rose, ecco come si chiamava.
      I passi ritmati della creatura sembrano farsi più vicini e forti. Alto e solido, i bei tratti scolpiti per sempre in una giovinezza eterna, i capelli biondi fissati dal gel e perfettamente in ordine nonostante tutto, le labbra violacee serrate e impassibili, lo sguardo spento, la grande cicatrice “a Y” incisa sul torace gonfio… è semplicemente terrificante.
    La luce si spegne finalmente del tutto. Forse è giusto che finisca così: la poetica ribellione del mostro contro il suo personale dottor Frankenstein.
     Non lo so, non sono mai stato bravo nei dilemmi morali.


     Uno a uno i miei sensi si risvegliano. La fredda luce del neon mi sferza gli occhi, così come fanno l’odore di plastica e disinfettante con il mio naso.
     Nonostante la confusione, è chiaro che sia in una camera d’ospedale.
     Mentre la vista diventa più chiara, giro la testa verso destra, e m’imbatto in un giovane specializzando alto e magro con corti capelli scuri, fasciato da un camice a maniche corte bluastro e impegnato a scrivere qualcosa su una cartellina. Ha uno sguardo distratto e sognante, che imputo alle notti di sonno arretrato.
     Dopo qualche istante, si accorge finalmente di me, rivolgendomi un largo e sincero sorriso. Solo dopo un paio di tentativi, riesco a strappare dalla mia gola un basso rantolo affaticato.
     <<Posso avere la luce accesa per un po’ ?>>.
     Lo specializzando richiude la cartelletta e si avvicina alla porta della camera.
     <<Veramente dovrebbe riposare. Tra un po’ dovrebbe arrivare la sua segretaria, come al solito>>.
     Tossisco violentemente, e il dolore che mi attanaglia la gola m’indispone ancora di più.
     <<Ragazzo… lo sai chi sono, vero?>>.
     <<Winston Chandler, agente di punta dell’agenzia Blacksoul>>.
    <<Esatto, e realizzare sogni è il mio lavoro. Che dici, la luce accesa e qualche informazione su quanto tempo ho passato qui dentro, possono valere uno dei tuoi? Dovrai solo chiedere>>.
     Percepisco l’interrompersi del suo respiro ben prima di notare l’espressione stupita. Ho fatto centro.
     <<È la notte del tre gennaio. Le lascio mezz’oretta di tempo>>.
     Lo specializzando oltrepassa la soglia, lasciando la luce accesa. Proprio un bravo ragazzo.
   La stanza è piccola ma confortevole, comprensiva di alcune sedie con soffici cuscini e una piccola televisione: alla mia destra e alla mia sinistra si trovano i macchinari utili a monitorare le mie funzioni vitali, e una grossa finestra dalle imposte chiuse.
   Sono sdraiato in un lettino da ospedale come tanti altri, sotto a due strati di coperte e lenzuola dagli impersonali colori pastello.
     Ovviamente, il mio fisico pingue e appesantito è chiuso in uno di quegli squallidi e tristi pigiami usa e getta; come sempre, la sua pretesa di comodità si scontra con il prurito che mi percorre la pelle.
    Dio, quanto odio gli ospedali. Non ho mai capito come sia possibile che chi ci lavori non finisca per suicidarsi… tutto quello che possono fare, è tentare di ritardare un appuntamento comunque inevitabile.
     Sarà che sono abituato ad avere tutto sotto controllo, con i miei clienti.
     Ma non posso perdere tempo a divagare, non dopo aver passato le ultime settantadue ore a dormire.
    Ho bisogno di ripercorrere gli eventi che mi hanno condotto qui, perché niente vada perso: conoscere la verità, come spesso accade, potrebbe salvarmi la vita.
     È iniziato tutto nove mesi fa.
   Quella notte ero a casa da solo, anche se era mercoledì, perché Jill si era tenuta Jackie per portarlo a vedere una qualche dannata partita di hockey con il suo nuovo fidanzato.
    Alla televisione c’era “Il Fuggitivo”, che come al solito avevo iniziato a guardare senza seguirlo troppo, così quando il mio cellulare cominciò a squillare accolsi la cosa come una benedizione.
     Niente di più sbagliato.
    Era Kendra, una prostituta che avevo pagato per tenere compagnia nelle prime tappe del nuovo tour a Christopher "Chris” Sawyer, rock-star in ascesa e mio cliente più promettente in assoluto. Con voce rotta dalle lacrime, mi spiegò che tornando in città dal concerto, lei, Chris e il suo driver ufficiale erano finiti fuori strada con il loro furgone. Fino a quel momento, dei tre lei era stata l’unica ad aver lasciato la carcassa accartocciata del mezzo sulle proprie gambe.
     Senza pensarci troppo, chiusi la telefonata e mi fiondai in macchina.
    Per qualche assurda ragione il driver aveva preso una scorciatoia buia e poco trafficata, e impiegai più tempo del previsto a raggiungere il luogo dell’incidente. Poco male, ricordo di aver pensato, di certo non ci sarebbero stati occhi indiscreti sulla scena.
     Appena sceso dalla macchina, Kendra mi venne incontro: era sporca, graffiata e malconcia, ma meno del previsto. Barcollante, mi condusse verso quel che restava del veicolo.
    Visto da vicino, il furgone ufficiale di Chirs era tutto accartocciato, con pezzi di lamiera, vetro e ferraglia sparsi un po’ ovunque, e sangue, a litri, che lambiva ogni cosa. Sul lato, il nome della Blacksoul, sostanzialmente illeggibile, e nell’abitacolo due forme nere e indistinguibili che fino a qualche minuto prima erano Chris e il driver.
      Da qualche parte, in mezzo a tutto quel casino, sapevo che c’era anche la mia carriera.
    So per certo che in qualche modo trovai la forza di chiamare Will Davis, presidente della Blacksoul, per metterlo a conoscenza del disastro, l’ambulanza e la polizia. In quest’ordine: le politiche aziendali ci impongono di dare all’agenzia la possibilità di gestire al meglio la crisi.
    La telefonata con Davis non fu molto lunga, anzi, sembrava quasi che a lui non importasse più di tanto quello che era successo: oltre ad alcuni versi di assenso, tutto quello che mi disse, fu di non presentarmi in ufficio per le seguenti ventiquattro ore… che avrei dovuto usare per trovare una soluzione alla morte di Chris, pena il licenziamento.
   Non ho ricordi del viaggio di ritorno a casa. Se ci penso, mi ritrovo sempre senza scarpe e camicia, affondato nel divano in compagnia di una bottiglia di whisky, con la speranza che mi abbracci e non mi faccia mai più andare, che mi stritoli e poi m’ingoi come un enorme pitone.
     Se sono qui, è chiaro che non è successo.
     Nelle ventiquattro ore che mi aveva concesso Davis, non riposai mai. Neanche un minuto.
    Rimasi invece sveglio a rimuginare su una possibile soluzione. Incidenti del genere sono già capitati, nella storia della musica, e le possibilità sono sempre state due: negare e trovare un sosia con cui sostituire il defunto, oppure sottoscrivere la notizia e fare soldi a palate per un paio di anni con varie produzioni postume.
     Ma era chiaro che nessuna delle due avrebbe potuto funzionare.
   Un sosia richiede troppo tempo per diventare indistinguibile dal predecessore, mentre modificare le canzoni non pubblicate di Chris, studiate per attrarre il più ampio pubblico possibile, non avrebbe fatto altro che renderle inascoltabili.
     Per me non c’era quindi alcuna via d’uscita. Davis mi avrebbe sicuramente licenziato per la perdita di una macchina di soldi come Chris… soprattutto dopo l’edizione del mattino del telegiornale locale, che chiariva come qualcuno nella squadra dei soccorsi non avesse perso tempo nel mettersi in contatto con i propri amici giornalisti.
     Con un po’ d’imbarazzo, ricordo che ho preso in seria considerazione l’idea di scappare, di recidere gli ultimi, poveri, legami che mi tenevano ancorato al mio stile di vita. Ho anche iniziato a scrivere una lettera di addio a Jackie e Jill.
     Fortunatamente, cercando sulla rubrica del mio cellulare un qualunque nome che non fosse collegato alla Blacksoul, ebbi la mia intuizione.
     Il giorno seguente ero davanti alle porte dell’agenzia ben prima che fossero aperte. 


     Ricordo che quella mattina il colosso di acciaio e vetro con il logo della Blacksoul sulla facciata mi era parso più inquietante del solito. Tutte le persone che incontrai mi salutarono con un unico, freddo, cenno del capo, come se il solo fatto di incrociare il mio sguardo per più di mezzo secondo mettesse la loro carriera in una situazione precaria quanto la mia.
      Davis mi convocò nella sala conferenze. Lui era già lì ad aspettarmi, seduto con la sua solita posa rigida a uno dei capi del grande tavolo; intorno, soltanto mura spoglie e tre grossi finestroni aperti sul centro della città. Tanto per non mettermi ansia, sul tavolo spiccavano i documenti del mio licenziamento, in attesa soltanto di una firma da parte sua.
    Decisi di non pensarci, e ignorare la sua espressione tutt’altro che interessata, spiegandogli che la mia soluzione avrebbe permesso non solo di risolvere la faccenda dell’incidente di Chris, ma anche di fare soldi a palate.
   Tutto si reggeva su un unico punto: rendere la morte della nostra rock-star molto meno definitiva. Riportarlo in vita, in parole povere.
     Come? Con l’aiuto di Ulyssess Corbel, famoso produttore discografico degli anni ’60, filantropo, icona del mondo della musica ed esperto conoscitore di tutto ciò che è occulto ed esoterico: in passato gestì una delle più importanti sette del paese, un circolo riservato comprendente grandi nomi del mondo dello spettacolo. Oggi è considerato soltanto un vecchio pazzo, ma nell’ambiente le storie su di lui si sprecano (come quella in cui ha riportato in vita la propria segretaria, morta di overdose). Era follia pura credere a quelle stronzate magiche, ma ero follemente disperato.
     La sconvolgente premessa non sembrava aver smosso l’attenzione di Davis. Quando sei “nel giro” da tanto quanto noi due, l’occulto è solo una delle tante stranezze con cui ti può capitare di avere a che fare… così ho aperto la mia ventiquattrore e gli ho mostrato la mole di appunti che avevo raccolto dando per scontata la resurrezione di Chris.
     Riguardavano un nuovo format televisivo sullo stile “docu-reality”, in cui Chris, riportato in vita dopo l’incidente nella forma di uno zombi senz’anima, tenta di recuperare il proprio posto nel mondo e nel panorama musicale: un’unione di dramma, horror, musica ed eccessi da star capace (idealmente) di attrarre qualsiasi tipo di spettatore.
     Per lunghi minuti, Davis squadrò gli appunti con calma, senza farmi nemmeno una domanda. Quindi mi rivolse un largo sorriso, dicendomi che la Blacksoul avrebbe appoggiato in pieno il progetto: prese la lettera di licenziamento, e lasciò la sala riunioni senza aggiungere altro.
      Quello stesso pomeriggio, raggiunsi quindi Corbel nella sua immensa villa poco fuori città, la stessa in cui tre giorni fa si è scatenata la violenza. Quel vecchio pazzo mi fece aspettare per quasi mezz’ora nell’enorme soggiorno, perché stava ultimando la sua “seduta di meditazione”: non so bene in che cosa consistesse ancora adesso, ma con lui uscirono poi due ragazze in abiti succinti.
     Corbel si dimostrò più che disposto a prendere parte al mio piano, addirittura entusiasta di ritornare ad avere a che fare con la magia in modo serio. Fissammo quindi appuntamento per quella stessa notte proprio lì: prima di congedarmi, Corbel mi disse di portare il corpo di Chris (ovviamente), della farina, alcune candele e un oggetto che simboleggiasse il perché avevo intenzione di farlo tornare in vita.
     Pochi minuti dopo mezzanotte, quindi, sentii nuovamente il campanello della villa risuonare nelle immense sale vuote. Ricordo che ero teso e a disagio come poche volte mi era capitato prima.
    Con me, un paio di paramedici nerboruti, che mi aiutarono a trasportare il corpo di Chris (chiuso in un sacco nero da obitorio) dal bagagliaio della mia macchina fino all’interno dell’abitazione. Recuperare il cadavere fu molto più semplice del previsto: la Blacksoul aveva elargito all’ospedale una sostanziosa mazzetta e così, dopo l’autopsia, i primari l’avevano tenuto nell’obitorio “fino a nuovo ordine”. Quando l’agenzia decide di sovvenzionare un progetto, beh, lo fa come si deve.
     Corbel venne finalmente ad aprire la porta. Distrattamente, indicò ai paramedici una scala a chiocciola, dicendo loro di lasciare il cadavere vicino all’unica porta che avrebbero incontrato una volta arrivati alla fine: quindi, mi fece cenno di seguirli e di portare giù il resto del materiale.
     Io e i paramedici facemmo tutto alla lettera, poi loro se ne andarono. Sa Dio se non avrei voluto fuggire con loro.
     Dopo lunghi istanti, finalmente, Corbel mi raggiunse ai piedi della scala a chiocciola, vestito con una tunica e un cappello dorati talmente strambi da incrementare la mia ansia, invece di ridurla. Senza degnarmi di uno sguardo, aprì la porta.
     Alcune lampade in stile orientale gettavano nella stanza una soffusa luce rossastra, che cadeva spessa e densa sui vari specchi attaccati alle pareti e al soffitto, sulle basse mensole che ospitavano oggetti come manette, pinze e fruste, sul tavolino di vetro e le antiche sedie di legno e sul grande letto a baldacchino.
     Una “stanza dei giochi” in piena regola, come ce l’ha solo chi può permettersela davvero. Ricordo di aver pensato, in quel momento, che fosse curioso come la depravazione sessuale unisca senza discriminazioni vecchi produttori in pensione e attorucoli per ragazzini.
     Sotto ordine di Corbel, preparai la scena. Posi il corpo di Chris in mezzo alla stanza, vi tracciai attorno un grosso pentacolo con la farina e infine accesi una candela per ciascuno dei suoi vertici.
     Intanto, il vecchio rimaneva seduto sul letto, gli occhi chiusi e l’espressione concentrata.
     Dopo qualche minuto si alzò e mi chiese il “simbolo della mia volontà”.
    Tirai fuori dalla tasca della giacca cinque dollari e glieli porsi. Lui, mormorando qualcosa, li bruciò con il fuoco di una delle candele, quindi si pose poco fuori il pentacolo e, con le mani alzate, iniziò a ripetere a tono sempre più alto una frase in una lingua sconosciuta.
   Le parole mi rimbombavano nel cervello, rilasciandomi dentro un timore atavico e inspiegabile.   Mi sembrava di conoscerle, in qualche modo, di averne sempre saputo il significato senza poterlo ricordare. Al risuonare dell’ultima sillaba, le candele si spensero improvvisamente.
    I secondi trascorsero molli e pesanti. Mi avvicinai al pentacolo, spostando lo sguardo da Chris a Corbel, in attesa di qualcosa… ma sempre più certo di aver soltanto sprecato una serata.
  Non si possono riportare in vita i morti, mi dissi. Così come non si può salvare una carriera irrimediabilmente compromessa.
     Poi, successe. Non ero preparato: me ne accorsi qualche secondo in ritardo.
     Ancora chiuso nel sacco nero, Chris si mise seduto con una serie di lenti e arrugginiti scatti.
   Con un grande sfoggio di forza, fece poi uscire le braccia emaciate e quindi si strappò via il sacco, guardandosi attorno in cerca della consapevolezza del proprio corpo e del mondo.
     Era una scena triste, dolce e disgustosa allo stesso tempo. Un gigante che esce dalla propria placenta di plastica in una disturbata parodia della nascita.
     I suoi occhi vuoti incontrarono i miei per qualche secondo. Non avevano nulla, dentro, nulla che potesse ricordarmi il “vecchio” Chris arrogante, depravato e arrivista.
     Il tocco della mano di Corbel sulla mia spalla mi colse di sorpresa.
    Mi disse che era disposto a tenere il “neonato” nella villa: perché potesse reintegrarsi nella società, era necessario non turbarlo troppo… almeno all’inizio.
     Lo ringraziai, anche se il suo ghigno soddisfatto era esageratamente fastidioso.
     Mi precipitai su per la scala a chiocciola e, appena uscito dalla villa, telefonai a Davis.
    Il suo lungo silenzio a seguito della notizia che il rituale aveva avuto successo, fu la maggior soddisfazione della nottata.


     I quattro mesi dopo furono quanto di più caotico avessi mai sperimentato in campo lavorativo.
    Ogni giorno io, Davis e altri agenti della Blacksoul dovevamo affrontare riunioni tra di noi, oppure con produttori, registi, sceneggiatori e sponsor da includere nella creazione e nel lancio di “V. I. Z. – Very Important Zombie” (non il migliore dei titoli, per il nostro format, ma sicuramente quello dal significato più immediato).
     Contemporaneamente, visitai molto spesso la “stanza dei giochi” di Corbel, cercando di scoprire sempre di più sul nuovo Chris: in quale stato fisico e mentale fosse, quali necessità avrebbe avuto, etc. etc. Non andavo pazzo per quelle visite, ma sapevo perfettamente che non potevo perdere di vista nemmeno un singolo dettaglio.
     E il fatto che Chris si dovesse nutrire solo di sangue fresco, dopo un po’ divenne sopportabile.
     Nel corso di quelle sedici settimane ci impegnammo, con l’aiuto di una lunga lista di specialisti ed esperti, nell’insegnare nuovamente alla nostra rock-star non-morta a cantare le sue canzoni e a suonare la chitarra. Non fu facile, Chris arrivò quasi a uccidere i primi due insegnanti di lingue e quello di musica, ma sorprendentemente riuscimmo a raggiungere un buon livello: ovviamente, la troupe televisiva che avevamo ingaggiato riprese ogni intenso, sofferente e disturbante istante.
     Verso la fine di luglio arrivammo ad avere in cantiere una mole incredibile di materiale non solo sulla vita di Chris, ma anche su vari altri personaggi legati al mondo dello spettacolo; in poche parole avevamo in mano uno spaccato onesto del jet-set, condito con una buona dose di horror paranormale.
    Montammo un gran numero di puntate, in pratica due serie da dieci, quindi iniziammo con il battage pubblicitario… e Dio, quanto ci siamo divertiti nel farlo.
     Giocammo la nostra prima carta durante una normalissima conferenza stampa. Passata la burrasca della morte di Chris, il pubblico aveva ripreso a guardarci con interesse, e convocammo i giornalisti per spiegare meglio i nostri piani per il futuro.
     Costruimmo una finta presentazione di un fantomatico nuovo progetto discografico, che interrompemmo con una serie d’immagini della “rinascita” di Chris (ovviamente rigirata in modo da poter essere presentata al pubblico): alla riaccensione delle luci, l’intera platea era ammutolita. Abbiamo continuato con cose di questo tipo, e a divulgare sempre più informazioni, fino all’annuncio della messa in onda di “V. I. Z.”, così che l’interesse del pubblico andasse alle stelle.
     La sera della prima puntata ero in fermento proprio come quando ho firmato il mio primo contratto. In sostanza, la situazione non era diversa: dovevo convincere una massa di molli idioti stanchi della loro realtà a guardare lo schermo della televisione, e a tornare a farlo la settimana successiva.
     Solo che in quel caso non avrei potuto incidere minimamente sul risultato finale, e in gioco c’erano troppi dubbi, troppe variabili. Non ero sicuro di come l’opinione pubblica avrebbe accettato un format come quello… e, certo, se fosse andato male, la mia carriera sarebbe stata nuovamente a rischio. Ricordo che Jackie partecipava alla prima del suo piccolo circolo teatrale, quella sera.
     Avrei davvero voluto andarci, ma non riuscivo a decidermi a uscire da casa.
     Guardai la puntata da solo e al buio, poi m’infilai il pigiama e andai a letto.
    La suoneria del mio cellulare esplose per almeno cinque volte, durante la notte, ma mi alzai soltanto al suono della sveglia, come se quella che stava iniziando fosse una giornata come tutte le altre.
     Se non avessi fatto così, forse sarei ancora in quel dannato letto.
     Fortunatamente, la prima puntata di “V. I. Z.” fu semplicemente un successo.
     Nonostante i dubbi pratici del caso, raggiunse una percentuale di share riservata solitamente alla finale del Superbowl, con punte di fatto mai raggiunte da nessun programma televisivo da una cosa come dieci anni. In barba a qualsiasi variabile, rischio o mio personale dubbio, la mattina dopo chiunque avesse contribuito alla produzione della serie era sensibilmente più ricco.
    Ovviamente, anche le altre puntate registrarono lo stesso numero di ascolti, nonostante la reazione del pubblico sembrasse essere tutt’altro che positiva: settimana dopo settimana, in ogni talk-show, in ogni quotidiano, in ogni fottuto blog, la gente si scannava per decidere se la serie dovesse andare avanti oppure no. E così Chris divenne rapidamente il personaggio televisivo più in voga del momento.
    Naturalmente, nessuno pensava davvero che mostrassimo la realtà. Per tutti, “V.I.Z.” era frutto di una brillante (o non brillante, secondo i giudizi) sceneggiatura e messa in scena. E se fosse stato diversamente, beh, non so come sarebbe andata a finire.
    La cosa che più m’impressionò, mentre mi districavo in una nuova ondata di riunioni e incontri formali (questa volta con il preciso scopo di ficcare il logo del programma in ogni buco pubblicitario che avessimo potuto raggiungere), fu che a dar ragione ai nostri sondaggi, risultava che nessuno guardasse o avesse mai guardato lo show, a dispetto dei numeri raggiunti.
     È incredibile quanto sia facile mentire quando sai di non valere neanche un punto percentuale.
     Il successo di “V.I.Z.” aprì quindi una nuova fase della mia carriera, durata fino a tre giorni fa.
     Una fase in cui, dopo anni di fatiche, ho raggiunto finalmente gli obiettivi che mi ero sempre prefissato: ho visitato i migliori club, le migliori discoteche, i migliori ristoranti, le più grandi ville, e imbastito progetti con alcune delle più grandi e importanti star della musica mondiale.
     Ogni giorno portava un nuovo party, nuove situazioni sconvolgenti e fantastiche: che Dio mi perdoni, ma sono state le serate più entusiasmanti della mia vita. 
     Addirittura, Jenny ed io abbiamo ricominciato a vederci. Siamo tornati a essere una famiglia, nella nostra casa completamente nuova a pochi chilometri dalla villa di Corbel.
     Ma adesso, è inutile nascondere che la ruota è girata ancora una volta.
     Quello che è successo la notte di capodanno, il violento sfogo di Chris, non passerà inosservato.
     Alla festa c’erano alcune persone molto in alto nella gerarchia sociale, di quelle che trovano molto difficile perdonare e dimenticare: forse proprio in questo momento, uno di loro sta rivelando tutto alla stampa, alla polizia, oppure (cosa ancora peggiore) a uno dei nostri concorrenti.
    E la cosa divertente sarà che la Blacksoul, probabilmente, riuscirà lo stesso a “contenere i danni”. Un capro espiatorio immobilizzato in un letto d’ospedale ce l’ha, d’altronde.


     Improvvisamente, sento la porta della stanza scattare sui cardini.
     Con estrema cautela, un donnino di bassa statura e corporatura esile, con corti capelli a caschetto biondo platino e un tailleur scuro si fa avanti, squadrando ogni cosa con i suoi piccoli occhietti verde brillante.
     È Elliott, la mia segretaria, e “allieva” come agente da circa un mese. Mi rivolge una smorfia stiracchiata, che ormai so essere la cosa più vicina a un sorriso che le sia possibile esprimere.
     <<Neanche uno zombie infuriato è riuscito a ucciderti, eh?>>
     <<Gli è andata male… come a chiunque ci abbia provato, finora>>.
     Stringendo i denti, mi alzo fino a mettermi seduto. Punti e medicazioni tirano di brutto, ma non ho nessuna intenzione di farlo vedere a Elliott.
     <<E tu?>>, le chiedo, <<Come stai? Dov’eri quando si è scatenato l’inferno?>>.
     Lei si avvicina al mio letto e mi si siede vicino, accavallando le secche gambe e spostandosi una ciocca di capelli dietro l’orecchia, imbarazzata.
     <<Ecco, io… ero in un’altra ala della villa assieme a tre o quattro persone, talmente fatti e sbronzi che ci siamo risvegliati soltanto quando sono arrivate l’ambulanza e la polizia>>.
     Esplodo in una fragorosa risata, che nemmeno una serie di dolorose fitte al petto riesce a smorzare.
     Poi, per qualche secondo, rimaniamo in un silenzio imbarazzato.
     Inizio a pensare che, recentemente, ho condiviso di più con Elliott che con qualunque altra persona, ma comunque il nostro rapporto rimane fermo a una sfera completamente professionale.
      Mi accorgo, forse per la prima volta, che non so quasi nulla di lei.
     Non so se ha un fidanzato, dei fratelli, ancora entrambi i genitori, dov’è nata, che scuole ha fatto. Non abbiamo mai parlato davvero delle nostre vite: io perché non avrei comunque molto da dire… e lei perché, spero, è soltanto una persona molto riservata.
    Elliott mi spiega come al suo risveglio abbia trovato la villa di Jackie invasa da uomini in divisa. Sul momento non aveva capito bene quel che stava succedendo, ma è bastato uno sguardo al casino intorno per comprendere che Chris aveva perso completamente il controllo: è poi venuta a scoprire che Davis aveva accompagnato un paio di ragazze nella stanza dei giochi, in modo da “presentarle” a Chris.
     L’avevo sempre detto, a Davis, di non esagerare nel dare confidenza al nuovo Chris.
     E ora è andato tutto a puttane, penso, mentre lei mi dice che la Blacksoul ha risarcito Corbel e chiunque altro sia stato coinvolto nell’incidente con un’indennità che ne assicurerà il silenzio sulla questione (fortunatamente, i morti e i feriti gravi si sono registrati solo tra gli invitati “di poco conto”). Per farlo, ha usato quasi tutti i soldi che aveva a disposizione: abbiamo sfiorato il fallimento, ma ora è come se quella notte non fosse successo assolutamente niente.
     Mi lascio di nuovo andare sul letto, tirando un profondo respiro.
     Ne siamo usciti puliti, ancora una volta.
     Dovrei farle i complimenti per come ha gestito la situazione, ma non ci riesco, perché la paura per la mia carriera non se ne va. Immagino che in questi giorni Davis abbia riesumato la mia lettera di licenziamento, e che ne abbia buttata giù una di promozione per Elliott: mi accorgo forse troppo tardi che la sto guardando con un misto di astio e ansia.
     Tre colpi alla porta della stanza richiamano la nostra attenzione.
    Lo specializzando di prima fa capolino dall’uscio, ricordandoci che siamo fuori dall’orario delle visite. Elliott si alza dal letto e mi rivolge un altro dei suoi sorrisi faticosi.
     <<Ah, credo il presidente verrà a farti visita. Vuole parlarti urgentemente>>.
     Dio. Non aspetta neanche che sia dimesso dall’ospedale.
     <<Già, immagino. Ma non lascerò che finisca così... io so troppe cose!>>.
     Elliott si blocca sulla porta, il sorrisetto perso nella sua solita maschera fredda e inattaccabile.
     <<Di che diavolo parli?>>.
     <<Verrà qua per dirmi che sono finito, Elliott, lo so! Ma la mia non sarà l’unica testa a cadere!>>.
     Lei si volta di nuovo verso la porta.
     <<La mattina dell’uno, Corbel ha telefonato a Davis e ha detto che Chris era ritornato alla villa. Calmo, distante, remissivo com’è sempre stato. È ancora sotto contratto, Winston… tu, sei ancora sotto contratto. Credi che altrimenti ci saremmo svenati per far dimenticare a tutti quest’altro casino?>>.
     Appena Elliott esce, lo specializzando spegne la luce, chiedendomi se può poi lasciarmi il suo numero di telefono. Gli rispondo distrattamente di sì.
     Chris è tornato, quindi. Ma non solo fisicamente… forse Davis non aveva così torto nel ritenerlo più simile a qualsiasi nostro cliente di quanto abbia sempre fatto io.
     Perché con tutta probabilità non l’ha fatto per salvarmi il culo, o per salvarlo alla Blacksoul. L’ha fatto perché l’unico posto dove può stare è in mezzo a noi altri freak del mondo dello spettacolo.
      Richiudo gli occhi, finalmente con il sorriso sulle labbra.
      <<Proprio un bravo ragazzo…>>, sussurro, prima di scivolare nuovamente nel sonno.


mercoledì 9 ottobre 2013

IL PASTO

Un saluto a tutti voi, cyber-sailors!
Come ve la passate? Spero tutto sommato bene, nonostante la pioggia che cade praticamente ininterrotta da giorni.
E quale miglior rimedio contro il grigiume che minaccia di attanagliare le vostre giornate, di un nuovo, spiazzante mini-racconto?
Quello che vi presento oggi è "Il pasto", una storia davvero molto breve con protagonista un giovane scrittore ossessionato dal proprio lavoro... davvero molto, ossessionato.

Questa volta, però, non vi lascio una canzone.
Vi lascio con un video nel quale l'attore Michele di Mauro recita la poesia di Charles Bukowski "E così vorresti fare lo scrittore?", durante il Torino Performing Festival.
Per chiunque cerchi di praticare questa infame professione, questa poesia dovrebbe essere come i Dieci Comandamenti per un buon Cristiano.

Buona lettura (e buon ascolto).
Simone

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     C’è sempre una storia da raccontare, nella vita di tutti gli uomini.
     Max ricordava come fosse ieri la prima volta che aveva sentito quella frase, al corso di scrittura creativa: con quelle parole, Shakespeare ricordava a lui e agli altri alunni di osservare l’Universo quotidiano per scovarvi tutti quegli aspetti succulenti che è solito nascondere. E Dio solo sapeva quanto Max l’avesse osservato, il dannato Universo, senza però trarci nulla di rilevante… o, almeno, questa era l’opinione delle decine di editori, autori e agenti ai quali aveva sottoposto i figli ritardati che la sua mente aveva partorito.
     Così eccolo lì. Un giovane, aspirante scrittore squattrinato seduto al minuscolo tavolo della cucina, con la vecchia tovaglia color ocra sporca e sfilacciata che gli sfiorava le ginocchia. Un cartone di vino in offerta svettava poco lontano sul sudicio e opaco bicchiere di vetro, sulle posate con i manici di plastica gialla, sul pane ormai dalla consistenza di un chewing-gum e sul piatto di porcellana biancastra coperto da uno straccio che in qualche altra vita era stato azzurro. Il cellulare, gettato su quel lavello che non puliva da settimane, aveva appena ripreso a vibrare con un fastidioso rumore metallico che Max riusciva però a ignorare senza troppi sforzi: nessuno nella sua rubrica lo aveva mai capito o aveva capito quello che scriveva (sempre che ci fosse una differenza), e quella serata era troppo importante perché qualcosa lo distraesse.
   Dopo quella cena Max sarebbe diventato un vero artista, oppure sarebbe annegato del tutto nel suo personale pantano di frustrazioni.
     Guardò l’uomo seduto all'altro capo del tavolo, morto da ore.
     Lo fissava incredulo, sulla superficie del tavolo davanti a lui i resti grossolanamente tagliati del suo scalpo e il grosso coltello che Max aveva usato per tagliarli, mentre sul collo il segno violaceo dello stesso straccio che ora copriva il piatto spiccava sulla pelle pallida.
     Come aveva detto di chiamarsi? Bill? Prima di oggi, Max non aveva mai scambiato una parola con quel tizio: a essere sinceri, non c’era nessun tipo di persona che lo infastidisse più dei venditori porta a porta. Ma, e questo lo aveva realizzato nell'istante stesso in cui si era trovato per l’ennesima volta davanti la sua stupida faccia sorridente, la sua vita era una fottuta miniera d’oro, narrativamente parlando: costantemente in viaggio, in contatto con decine di persone diverse ogni settimana...
     Così l’aveva fatto entrare e avevano parlato per un po’, ma “Bill” aveva capito quasi subito che a Max interessava ben poco quel che cercava di vendergli, e farlo parlare diventava ogni minuto più difficile.
   Nonostante al corso nessuno avesse spiegato come comportarsi quando l’Universo rifiuta di farsi osservare, a Max la soluzione era sembrata più che ovvia, così su due piedi.
     Con mano tremante, tolse lo straccio dal piatto di porcellana, inspirando a pieni polmoni l’acre odore del contenuto. Poteva sentirne l’energia inespressa, che andava eccitandolo sempre più.
     Perse interi secondi a osservare la perfezione oblunga di quella matassa bianco pallido, striata di sangue quasi del tutto rappreso, chiedendosi come mai l’organo più affascinante del corpo umano sembrasse così innocuo e comunemente banale se estrapolato dal proprio umido contesto.
     Socchiudendo gli occhi Max afferrò forchetta e coltello, infilzò la matassa e ne tagliò un pezzetto. Esitò poi un attimo, tamponando il brivido di eccitazione con un sorriso nervoso.
     <<Vediamo che storia hai dentro, Bill …>> sussurrò avvicinando la forchetta alla bocca.