mercoledì 31 dicembre 2014

LA PUBBLICITÀ E' L'ICORE DEL COMMERCIO (VIII)

Beh, finalmente è arrivato il momento, anche per il 2014, di lasciarci andare... oppure il nostro di lasciar andare lui, dipende da come vi è andato.

Un caloroso saluto a voi, esseri setolosi, che anche presi dall'ansia di trovare un posto dove trascorrere la sera del 31 come se avesse davvero importanza siete venuti fin qui a leggere i miei deliri; benvenuti all'ottavo appuntamento con LA PUBBLICITÀ E' L'ICORE DEL COMMERCIO, la rubrica randomica in cui vi metto a parte di tutte le belle cose che sto facendo in un certo periodo, che vi possano interessare davvero o meno. Che, questa volta, si fonderà con un rapido sguardo ai 12 mesi appena trascorsi, una sorta di "punto della situazione" con sorpresina finale tutta per voi.
Sì, lo so, questo vi interessa meno del resto, ma il blog e mio e blablablabla.
Pronti? Let's go!

Allora allora, iniziamo con dire che il 2014 è stato un anno davvero strano, pieno di... cose.
Belle, brutte, prima belle, poi brutte, poi solo più cose. Non voglio buttarlo via, per tre motivi.
Un anno fa oggi (il 29 dicembre, quando scrivo) non avevo un lavoro, e stavo tentando di portare avanti la pubblicazione di SeiOcchi per chissà quale motivo. Parlavo con Vanessa (Questa Vanessa Rubino, tanto per ricordarvelo), decidevamo come impostare il libro, dove proporlo, come farlo arrivare ai potenziali lettori, quante illustrazioni metterci, quali racconti, la solita roba insomma... non avevo davvero idea di che cosa vuol dire entrare nel mondo dell'editoria sbattendo la porta, solo per poi accorgersi che, giustamente e comprensibilmente, ben pochi notatno la cosa.
C'era da aspettarselo, dite? E infatti sono andato avanti comunque, finché le copie della suddetta raccolta di racconti non sono terminate: i complimenti ricevuti, bene o male, superano le critiche circostanziali, ma quel che è più importante, ho compreso come la letteratura breve e il più possibile indipendente sia la mia strada, il mio modo di esprimermi, quel che voglio fare davvero nella vita a prescindere da quanto sangue, sudore e spreco di denaro possa comportare.
Io ho 23 anni, e conosco troppa gente (specialmente più anziana) che un traguardo del genere non l'ha ancora davvero raggiunto, quindi questo mi rende felice più di qualsiasi altra cosa.
Più o meno nello stesso periodo in cui è uscito SeiOcchi, sono anche riuscito a trovare un lavoro nella redazione del giornale online più letto della provincia di Cuneo.
Dio, non ho idea di come sia successo, sul serio. Una strana coincidenza di opportunità, credo: in questi primi 7 mesi la vita "di redazione" è andata davvero bene, ho conosciuto diverse persone interessanti e con cui spero di poter avviare qualche tipo di collaborazione in futuro, e ho anche vissuto alcune esperienze molto divertenti e utili.
E poi, beh, avere qualche soldo da parte non è mai una brutta cosa.
Infine, l'anno scorso l'avevo iniziato in una relazione che, sfortunatamente, stava assorbendo tutto quel che di stressante c'era nella mia esistenza; le cose non andavano né bene né male, andavano e basta, e come saprete sicuramente è la condizione peggiore che possa esserci. Dopo quattro mesi di alcoolica solitudine, ora sono di nuovo in una relazione soddisfacente, un rapporto con una persona che mi capisce, mi sostiene e mi rende felice, e alla quale spero di riuscire a dare il meglio di me. E volete sapere qual'è la cosa più assurda di tutte? Che la donna è sempre la stessa.

Bene, dopo questa (per voi) inutile diarrea di parole e considerazioni superficiali sui tre aspetti più importanti di questo 2013, andiamo al succo di tutto il post... ovvero presentarvi quel che andrà a cambiare nei prossimi mesi qui sul blog.
Prima notizia in assoluto: habemus nuova fatica letteraria!
Ne avevo già parlato alcuni giorni fa su Facebook e Twitter, ma senza dilungarmi troppo, quindi rimedierò ora.
Il nuovo lavoro, sfornato dalla mia mente bacata e dalle mie manine rachitiche dopo circa due anni di lotta, si intitolerà NULLA SI DISTRUGGE, e tratterà della mia personale visione del concetto di "morte", servita a voi nella croccante veste di una favola fantascientifica eterea ma cinica allo stesso tempo. Sarà un racconto lungo, circa una sessantina di pagine, e verrà distribuito attraverso il service editoriale "Youcanprint" in più di 4500 librerie italiane, sotto prenotazione; questo significa che quando sarà disponibile potrete recarvi nella vostra libreria preferita e richiederne una copia che verrà poi prontamente stampa e spedita dal service stesso.
Comodo per voi e per me,no? Se no, con ogni probabilità verrà messo a disposizione il pdf del libro in Creative Cloud attraverso Scribd, allo stesso prezzo, ovviamente.
In occasione dell'uscita del libro, gli appuntamenti qui sul blog subiranno una "leggera" variazione: "Altri Conati" rimarrà come sempre, mentre i racconti lasceranno brevemente il posto a una serie di post SETTIMANALI in cui spiegherò diversi aspetti del libro, della sua produzione e della sua pubblicazione... nella speranza che questo possa interessarvi, come al solito.
Qui sotto trovate la copertina finita del libro, basata su una foto gentilmente offerta dalla fotografa Lucia Mondini (questa è la sua pagina ufficiale): fatemi sapere che ne pensate!




A presto, e ricordatevi di fare i bravi, nel 2015.
Iniziarlo comprando Nulla si distrugge sarebbe un buon passo in questa direzione.

Simone

mercoledì 24 dicembre 2014

INTERVALLO

Oh oh oh!
Salve a tutti voi, che state dall'altra parte dello schermo infreddoliti e in ansia per gli ultimi regali di Natale! Ebbene sì, sono riuscito a fare qualcosa di decente con il racconto breve di questo dicembre 2014 ENTRO la giornata di Natale... sembrava incredibile, i maker mi davano già per fottuto, ma invece ho stupito tutti come Sly in "Rocky Balboa".
Gioite insieme a me, su.

Come già detto nell'ultimo ALTRI CONATI, il racconto di questo mese è in tema del tutto natalizio: l'anno scorso era ambientato nell'ultima sera dell'anno, mentre questo parla proprio di una cosa successa il 25 dicembre di (esattamente) 100 anni fa.
Se non sapete cos'è capitato il giorno di Natale del 1914 sul Fronte Occidentale della Grande Guerra, forse questa brevissima storiella potrebbe darvi due dritte, ma non vi vergognate, non è colpa vostra; sapete, alla maggior parte delle persone (quelle che contano qualcosa, purtroppo) non piace ricordare quell'evento come non piacer ricordarne tanti altri. Non sia mai che si dipingano i soldati per quello che, nel bene e nel male, sono davvero.

Questo, quindi, è INTERVALLO, tutto per voi accompagnato da una bellissima canzone dei Modena City Ramblers purtroppo poco conosciuta, LETTERA DAL FRONTE.
Noi ci risentiamo (credo) il 31 dicembre, per un bel post riguardante quel che so tormentare i vostri sogni da un paio di settimane... il mio nuovissimo lavoro in arrivo per gennaio. Se in qualche modo questa enorme stronzata corrisponde a verità, dopo aver valutato di cambiare psicofarmaci, restate sintonizzati.

Ah, certo.
Buon Natale, e che il compleanno di Cristo sia per voi pieno di vino, amici, risate e buon cibo. A pensarci bene, come tutta la Sua vita, secondo quello che ci insegnano fin da bambini.
Ecco un'altra cosa che a poca gente piace ricordare.

Simone

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     Corro.
    Le suole consumate degli stivali coperti di fango sbattono contro il terreno delle Fiandre rigido e rinsecchito, schiacciando senza alcuna remora le stesse sterpaglie che hanno resistito ai bombardamenti delle ultime settimane. Il mio ansimare si mescola al suono della casacca scura, più grande di almeno una taglia, in cui naviga il mio corpo ossuto e pallido di ventenne. Da qualche parte ci sono anche l’elmetto e il Lee-Enfield: io e gli altri li abbiamo accatastati senza cura, non vedevamo l’ora di metterci a giocare. Solo il freddo glaciale dell’inverno ha reso sopportabile alla vista e all’odore la “terra di nessuno”, non potevamo perdere tempo.
      Alzo lo sguardo.
     Diverse sagome dal mio stesso colore smorto mi scorrono davanti, muovendosi in ogni direzione. Qualcuno grida, un paio di altri spingono. Fischio rumorosamente: non ricordo come si chiama il ragazzo che ha appena rifilato all’avversario in divisa un tunnel d’antologia, e l’acuto richiamo è l’unico modo che ho per cercare la sua attenzione. Ci conosciamo da meno di tre mesi, buon Dio. Henry, forse? Probabile, in tutto il Royal Warwickshire Regiment siamo in pochi ad avere nomi differenti.
     “Henry” scandaglia il campo improvvisato e coperto di brina e si ferma su di me. Piegandosi in avanti, allarga le braccia per mantenere l’equilibrio e calcia il pallone. Un tiro robusto e preciso. Di certo è più capace sulla fascia che in mezzo alla trincea. Le teste di tutti seguono il moto parabolico della sfera di cuoio scucita e sgonfia. Io arretro di qualche passo, salto leggermente, e stoppo il pallone con la spalla per ributtarlo a terra, spedendolo poi qualche metro in avanti con un leggero tocco.
      Riprendo a correre.
     Più mi avvicino alle fragili forme affusolate dei due badili che, piantati nel terreno, disegnano la porta della squadra avversaria, e più cresce il rumore attorno a me. Qualcuno mi ordina in inglese di spostarmi sulla destra e buttarla in cross, un paio di voci francesi insistono perché vada avanti per conto mio, e diverse frasi in tedesco cercano di impostare un’azione difensiva, esaudite con lunghi secondi di ritardo. All’improvviso, qualcosa mi arriva addosso a grande velocità, allontanando la sagoma molliccia del pallone dai miei piedi e facendomi cadere a terra. Per alcuni attimi io e il bolide indistinto ci rotoliamo l’uno sull’altro, un vortice di stoffa, cuoio, pelle, barba, unghie, denti e polvere. Poi, tutto si ferma, e mi ritrovo a guardare il faccione rotondo di un tedesco dai tratti giovanili ma stempiato, che si staglia sullo sfondo del cielo grigio carbone, con i suoi due grossi occhi bovini azzurri, labbra carnose e un paio di baffi appena accennati sotto al naso. Ha un’espressione preoccupata e dolorante, si è rimesso in piedi con lentezza.
     Nessuno grida o si muove, attorno a noi. Il pallone è fermo. Tutto è immobile. Tutto è attesa.
     Ancora sdraiato, non riesco a staccare gli occhi dal tedesco.
   Da dove arriva, come si chiama, che cosa fa nella vita, quanti parenti ha. Non so nulla di tutto questo, nulla di lui. So solo che fino a qualche giorno fa vomitava proiettili in direzione della mia testa, senza nemmeno saperlo.
     Beh, non è importante. Non oggi, almeno. E poi, io facevo lo stesso.
    Il tedesco mi offre le sue scuse in un inglese parodistico ma pieno d’impegno e buone intenzioni, assieme alla sua grossa mano tozza, con dita che mi sembrano subito troppo grosse per stringere davvero il grilletto di un fucile. Gli sorrido e la afferro; quando sono di nuovo in piedi, poi, mi toglie la polvere dalla casacca con una serie di rapidi buffetti robusti, qualcosa che nessuno ha mai fatto per me dal primo giorno in cui l’ho indossata.
     Intorno a noi si riprende a parlare, ridere, gridare, scherzare, muoversi.
     Sappiamo tutti che oltre i rispettivi metri di filo spinato qualcuno ci guarda scuotendo la testa con disappunto, il cuore infilzato dalla miriade di spille che ne definiscono i gradi. Lo stesso qualcuno che mentre noi arranchiamo tra i topi e la merda e il sangue se ne sta chiuso in una tenda a mangiare tre pasti caldi ogni giorno. Lo stesso qualcuno che, a differenza nostra, sa perché diavolo siamo dovuti venire fin qui.
     È come se fossero rimasti a casa, loro. Non sono davvero qui, a metà tra desolante solitudine e fastidioso affollamento, sia dentro sia fuori di noi. Per questo non capiscono perché, quando i crauti hanno acceso le candele, ieri notte, e intonato le prime canzoni, noi abbiamo dovuto rispondere.
     Stringo ancora una volta la mano al tedesco e poi la alzo per rassicurare del tutto i compagni di squadra. Qualcuno fa rotolare il pallone verso di me. Lo blocco e aspetto che tutti ritornino in posizione.
      Poi, lo spingo lentamente verso “Henry”.

mercoledì 10 dicembre 2014

ALTRI CONATI (VIII)

Un caloroso saluto a tutti voi, che ancora state dall'altra parte dello schermo a leggere i miei deliri!
Come va? Spero davvero tutto bene: benvenuti all'appuntamento di dicembre con ALTRI CONATI, la rubrica in cui esterno i miei personali pareri in merito a un libro, un fumetto e un film che ho letto/visto.
Questa volta, nessun particolare tema a legare i tre consigli.
Sì, sono andato completamente a caso! Che volete, è un periodo un po' pieno... e so che lo dico spesso.
Capito tutto? Siete pronti?
Bene, cominciamo.





L'OCEANO IN FONDO AL SENTIERO - di Neil Gaiman
Chiunque non abbia mai letto nulla di Neil Gaiman è da compatire: nuova regola di vita.
E' un autore troppo capace e prezioso per l'arte mondiale, capace di scrivere libri e fumetti più che semplicemente apprezzabili a prescindere dal fatto che tu sia un bambino, un ragazzo, un adulto o un vecchio.
Questo è il suo ultimo romanzo, la storia di un ragazzino di periferia che si ritrova ad aver a che fare con uno spirito maligno e con una famigliola composta da tre donne mooolto particolari: una favola, questo è il termine giusto per definirla.
E forse per definire la letteratura stessa, o almeno come dovrebbe essere.




KINGDOME COME - di Mar Waid e Alex Ross
Che il fenomeno dei supereroi, come tutto ciò che viene trasformato in moda, abbia ormai raggiunto l'isteria mi sembra sotto gli occhi di tutti; però, guarda caso, pochissime delle persone che riempiono cinema e fumetterie dall'uscita di "Iron Man" hanno mai letto quelli che (per me, ma non solo) sono i 10 capisaldi della "letteratura supereroistica" (ci si potrebbe fare un post, che ne dite?).
Questo è uno di quelli.
La "Terra DC" di un futuro prossimo venturo è nel caso: i giovani supereroi passano il tempo a combattere tra loro, piuttosto che a salvare la gente. Come risolvere il problema? Ci pensa Superman, di ritorno dal proprio esilio agricolo autoimposto, che fonda una nuova Lega della Giustizia... dominandola con pugno di ferro.
Perché è un "must read" del comics? Perché riporta alla perfezione il logico sviluppo degli eroi DC se il tempo per loro passasse come per noi: l'esempio più facile e meno spoileroso che posso farvi è Batman, che in Kingdome Come gestisce l'intera Gotham City attraverso una serie di robot giganti simil-pipistrello, sostituendo di fatto la polizia ormai inutile.
Una lettura interessante e, a tratti, inquietante.




LA CURA DEL GORILLA - di Carlo Sigon
Conosco un sacco di persone che (probabilmente) avrebbero da ridire su questo film.
Io no e, che cavolo, sono io a scrivere quindi ok.
Siamo in una Cremona buia e sporca, perfetta città noir, e il Gorilla è un "cacciatore di taglie/investigatore privato" dotato di due personalità ben distinte: se stesso, mite e riflessivo, e il Socio, aggressivo e duro. I due, insieme, dovranno risolvere uno strano caso di omicidio all'interno della comunità albanese locale.
A me i noir fanno impazzire. Dico sul serio: sarà l'atmosfera cittadina, sarà lo stile ruvido e sporco, non lo so... ma ne vado matto. Qui, la trama regge molto bene (anche se la narrazione non è così chiara, a tratti), gli ambienti sono perfetti e i personaggi molto credibili... "nonostante" siano per lo più interpretati da comici italiani; i protagonisti sono infatti Claudio Bisio, Stefania Rocca, Bebo Storti, Antonio Catania e altri.
Spiazzante? Sicuro. Sottovalutato? Ancora di più. Ma, a me, me piace.



E anche per questa volta è terminata la carrellata di robaccia che per qualche motivo, se fossi il Signore Oscuro, vi obbligherei a leggere o guardare.
Noi ci si vede presto per il nuovo racconto breve... chiaramente a tema Natalizio.
Se esce dopo il 25, beh, tanti auguri per un altro fottuto compleanno di Gesù.
STARE DOVE SONO, dei Ministri, come sempre per voi.

Simone


martedì 25 novembre 2014

A DEVIL PUT ASIDE FOR ME

Whatzzzapp, bithces?
E benvenuti (finalmente, direte forse voi) all'appuntamento mensile con il racconto breve.
Chiedo scusa per il ritardo, ma in queste settimane stanno di nuovo succedendo un po' di cose grosse nella mia vita... tra cui la sottoscrizione del mio primo, vero, contratto di lavoro e la fine del mio prossimo libro.
Cosa? L'ho detto ad alta voce?! Ebbene sì, gentaglia mia, se tutto va bene dovrei aver terminato la mia ultima fatica letteraria... ma di questo ne parleremo in un'altra sede.

Veniamo al racconto, allora.
Oggi torniamo un po' alle atmosfere horror-grottesche dei miei primissimi racconti, quella raccolti in SEIOCCHI; Torino è ancora una volta il palcoscenico, o almeno lo è una delle sue parti, e il protagonista è qualcuno che nessuno di noi vorrebbe mai incontrare... ma che prima o poi, in un modo o nell'altro, presto o tardi, ci capita comunque davanti.
Il titolo penso sia abbastanza esplicativo, così come anche la canzone che ho scelto per accompagnare il racconto, ovvero SIMPATHY FOR THE DEVIL dei Rolling Stones!.

Spero facciate una buona lettura.
Noi ci risentiamo presto, al solito.

Simone

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    I primi raggi del sole autunnale, già stanchi, sfioravano lentamente i contorni della statua del "Conte Verde", dando all'intera piazza delle Erbe un'aria trionfale e gloriosa ma anche profondamente decadente.
     Sotto la statua, in piedi con il proprio lungo bastone da passeggio nero puntato contro il selciato, stava un uomo sulla sessantina. Guardava dritto la palla rossastra che illuminava il cielo, gli occhi e i lunghi capelli (radi ma ben pettinati) dello stesso grigio scuro e distinto della giacca, dei pantaloni e delle scarpe. Aveva un'aria impettita e distinta, sembrava uno di quei maggiordomi inglesi rigidi e con la puzza sotto il naso e le poche persone che cominciavano a muoversi lungo via Milano gli riservavano uno sguardo rapido, quasi intimorito. Gli piaceva l'alba, lo riportava a momenti passati e ormai così lontani da fargli appena dubitare fossero realmente avvenuti. Sorrise mestamente. Ogni volta che si presentava sulla Terra, diventava sentimentale, malinconico, forse perché non poteva mostrarsi nella sua vera forma, ma doveva sempre ricorrere a quella con cui era identificato in un dato periodo storico. Era stato un lungo serpente, aveva avuto gli zoccoli e le corna di una capra e le forme sinuose di una giovane donna, ma da qualche decina d'anni si mostrava sempre come una variazione inquietante di "Alfred il maggiordomo", lui che nonostante tutto rimaneva l'Angelo più bello di tutto il Paradiso.
     Chissà perché, poi, gli umani lo vedevano così nel proprio immaginario.
     Non era ancora riuscito a capirlo.
     Un centimetro alla volta, l'intera città si svegliò. Le strade cominciarono a riempirsi del rombo dei motori delle macchine e dei mezzi pubblici, e del rumore dei passi affrettati degli impiegati, le saracinesche dei bar e dei negozi si spalancarono come grigiastre pupille piene di graffi. Pur controvoglia, Torino iniziava una nuova giornata.
     Lucifero prese a guardarsi attorno, in cerca della persona per cui era venuto fin lì. Attese solo per qualche minuto. Dai portici alla sua destra entrò nella piazza un uomo brizzolato molto alto e fisicamente prestante, con la carnagione leggermente abbronzata e il segno di un paio di occhialini appena visibile intorno agli occhi azzurri. Trasudava cura e salute attraverso il tessuto dei jeans azzurri e del maglione di lana scuro.
   Federico Bosca, leader della lista comunale "Torino dal basso", insegnante universitario: ecco l'uomo per cui il Diavolo in persona si era scomodato.
     Per lui, o meglio, per la sua anima immortale.
     Bosca era l'uomo del momento. Privo di qualsiasi esperienza politica ma di ottima famiglia, aveva costituito la propria lista civica intercettando le richieste e le rimostranze dei cittadini comuni, e basando la successiva campagna elettorale sugli sprechi di denaro della vecchia amministrazione, sulla difesa della legalità e sull'utilizzo di giovani ed esponenti delle varie minoranze etniche in ruoli importanti per la comunità. Allo stesso tempo, aveva dimostrato di voler portare questi propri "leit motiv" all'esterno di Torino, in tutta Italia. Era la traduzione politica di una ventata d'aria fresca, qualcuno in cui chiunque (dal giovane laureando senza prospettive all'operaio vicino alla pensione) potesse immedesimarsi, in cui potesse avere fiducia, ed era chiaro fin dal primissimo sguardo: mentre camminava verso l'entrata del palazzo del Comune, non c'era una sola persona che non lo salutasse calorosamente, rivolgendogli in molti casi un sorriso o una stretta di mano. Lui, paziente, rispondeva a ciascuna persona.
     Mentre lo osservava, a pochi metri da lui e dalla folla che rallentava ogni suo passo, Lucifero sentì un brivido d'eccitazione corrergli lungo la schiena fin giù, verso le gambe.
    Un uomo che si professava incorruttibile? Che tutti vedevano come il pioniere di una nuova età dell'oro della democrazia? Non poteva esserci preda più ambita, per lui.
     In realtà però non era solo una questione di divertimento, di caccia. Convincere Bosca a firmare un contratto di cessione della sua anima andava ben oltre il suo personale ludibrio. Era un segnale, un segnale forte al Dio degli Eserciti che era arrivato il momento di farla finita con le stronzate, spegnere tutto e andarsene a casa. Che finalmente era arrivato il momento dell'Apocalisse. La distruzione della Terra, il Giorno del Giudizio, la cancellazione dell'Inferno, il trionfo del Paradiso: Lucifero sapeva bene che ne sarebbe uscito sconfitto, ma non gli importava, perché in tutto il creato esiste una sola cosa capace di uccidere un’entità immortale. La noia. E la noia arrivava facile, dopo millenni a torturare o glorificare le anime di gente incapace di comprendere come le proprie azioni possano realmente condannarli per l'eternità al dolore o alla gioia, di tizi semplicemente stupidi, più che "buoni" o "cattivi". Con il tempo, la noia aveva spinto tutti i demoni di Lucifero ad abbandonare l'Inferno e scomparire: non era più il medioevo, e tutto quello che poteva capitare loro, era di essere richiamati per sbaglio da un adolescente magrolino in trip d'acido.
    A metà del secolo scorso, quindi, Lucifero e il Grande Capo avevano deciso di comune accordo che nell'istante in cui avrebbero convinto un essere umano a consacrare completamente la propria vita al Bene o al Male, avrebbero dato inizio all'Ultima Battaglia.
     L'anima di un solo essere umano, completamente votata a uno dei due concetti.
     Finora, nulla di fatto.
     Adesso, era ora di darsi da fare.
    Mentre Bosca si faceva largo attraverso le ultime persone venute a salutarlo cercando di superare via Milano, Lucifero si portò una mano alla bocca e tossì piano un paio di volte. Nello stesso istante, ogni singola cosa all'interno di piazza delle Erbe si blocco nel proprio ultimo movimento, immobile come la statua di Amedeo VI. Tutto, tranne ovviamente lui stesso e il povero Bosca, che prese a guardarsi attorno lentamente. Un semplice trucco di manipolazione mentale. Cose come quella avevano quasi funzionato con il Nazareno nel deserto, di certo l’avrebbero fatto anche con un bellimbusto come quello.
    “Dottor Bosca, mi unisco alle congratulazioni. Una campagna elettorale da sogno” disse Lucifero facendo un passo in avanti e profondendosi in un applauso falso e cadenzato. Bosca si voltò lentamente verso di lui, socchiudendo gli occhi come se dovesse metterlo meglio a fuoco. Non disse nulla, non fece trasparire alcuna emozione dal volto squadrato. “Attribuire un nome alla rabbia della gente” continuò Lucifero, “Nemmeno io avrei saputo fare di meglio!”
     “Chi sei?”, chiese Bosca, allargando le gambe e mettendosi le mani sui fianchi.
Lucifero dovette riconoscerlo, non erano molte le persone che riuscivano a mantenere i nervi saldi, non solo davanti ai suoi trucchi soprannaturali ma davanti a lui in persona.
     “Il suo migliore amico, oppure il suo peggior nemico. Dipende da lei.”
     “È una minaccia?”
     “Una proposta. Quale regalo della sua ultima letterina di Natale non ha mai ricevuto?”
     Bosca distolse gli occhi da quelli di Lucifero e guardò una a una le persone immobilizzate.
     Continuava a essere calmo, perfettamente calmo.
     “Sei il Diavolo, dico bene?”
     “In persona”, rispose Lucifero accennando un inchino con il busto.
     “Lei è un personaggio interessante, mi creda: è destinato a essere uno dei grandi, un uomo potente e influente” riprese poi dopo qualche istante. “Questo non vuol dire che la sua sarà una vita facile, ed è qui che entro in gioco io. Mi trovo nella fortunata posizione di facilitare il raggiungimento di qualunque suo obiettivo, e sarei più che felice di farlo, ma che accordo tra pari sarebbe se non chiedessi qualcosa in cambio? La sua anima, nello specifico... appena sarà rivendicabile, ovviamente.”
     Mentre parlava, Lucifero prese a gironzolare distrattamente tra le statue di carne che costellavano la piazza, sfiorandole, toccandole con la punta del proprio bastone, danzando loro intorno.
     Anche quello di dimostrarsi affabili e giocosi era uno dei suoi vecchi trucchi.
   Bosca rimase ad ascoltarlo con attenzione, senza fiatare, seguendolo impassibile in ogni suo movimento. Poi, traendo prima un lungo respiro, disse: “La proposta è allettante, ma ero già stato avvertito del fatto che mi avresti avvicinato. E mi ha detto anche cosa rispondere nel caso… quindi no, non accetto”.
     No. Un semplice no, detto con la costante mancanza di emotività che l'aveva contraddistinto fino a quel momento.
     Lucifero sostenne lo sguardo di Bosca per lunghi istanti silenziosi. Il suo "spettacolino" non aveva funzionato. Come poteva non accettare la sua proposta, tanto più che conosceva chi era e quali fossero le sue capacità. E poi, chi è che l'aveva avvertito? Il Grande Capo aveva piegato le regole della loro scommessa? O era stato uno dei suoi angeli? C'erano ancora degli angeli nel paradiso, oppure se ne erano andati come i suoi demoni?
    Tutte queste domande iniziarono a vorticare nella testa di Lucifero, aumentando d'intensità con l'incrementarsi del suo risentimento. Era venuto sulla Terra per un motivo ben preciso, per chiudere finalmente i conti con la sua vuota esistenza. Non se ne sarebbe andato a mani vuote, avrebbe portato con sé la maledetta anima di Federico Bosca, in un modo o nell'altro, e poi l'avrebbe sbattuta in faccia al Dio degli Eserciti. Mentre una smorfia di rabbia gli si apriva sul volto, Lucifero si avventò su di lui infilandogli mano e avambraccio direttamente in bocca, e poi giù, fino in gola. Rimestò all'interno del corpo dell'uomo per un intero minuto, come fosse solo un contenitore, in cerca del minuscolo diamante di luce purissima che avrebbe dovuto essere la sua anima immortale, ma non ebbe fortuna.
     Lucifero estrasse di colpo il braccio e arretrò di qualche passo. Era stupefatto.
    Le domande che riempivano la sua mente si erano decuplicate, ma allo stesso tempo eclissate da una soltanto: quale tipo di creatura aveva davanti, che poteva apparire un essere umano come tutti gli altri pur privo della propria anima immortale?
     Poi, improvvisamente, il corpo dell'uomo si aprì perfettamente a metà dalla testa alla vita, come se fosse stato tenuto insieme da un’invisibile zip che ora era stata abbassata di colpo. Pelle, muscoli, ossa, organi, tutto si divise spostandosi nelle due metà cave del suo busto senza alcun versamento di sangue; quindi dall'interno fumante di quella figura martoriata spuntarono la testa, il collo, il torso e le braccia di una creatura orribile. Dalla pelle butterata e orrendamente verdastra, era completamente nuda e glabra, gli occhi due macchie nere e la bocca un varco circolare frastagliato da tre serie di denti seghettati. Non c'erano dubbi: al cospetto di Lucifero si stava mostrando nientemeno che uno dei demoni che fino a qualche tempo fa popolavano l'Inferno. In particolare, si trattava di Mammona, personificazione dell'avarizia.
     “Satana, chiudi la bocca prima che ti si secchi la lingua!” disse, la sua voce come il suono di una forchetta raschiata contro un piatto di porcellana. “Capisco perché tu sia venuto fin qua, davvero” riprese poi qualche attimo dopo. “Ma hai fatto un viaggio a vuoto: questo tizio è già mio, mi dispiace.”
      Lucifero riuscì finalmente a deglutire, e si schiarì la voce prima di parlare.
      “Tuo? Da quando hai il potere di barattare in anime?”
     “Oh no, non ce l'ho... diciamo che il mio business è qualcosa di un po' più moderno” si affrettò a rispondere Mammona. “Vedi, girovagando per il pianeta dopo averti abbandonato, ho capito di non essere ancora pronto a sparire come gli altri. Così ho dovuto escogitare un modo per dare un valore alla mia esistenza. Sono apparso a un po' di gente importante, capi di stato e ricchi commercianti, e li ho convinti a costruire una scuola privata, aperta ai rampolli dell'alta società, nella quale il mio culto potesse diventare materia d’insegnamento. Un luogo in cui l'affermazione personale diventasse non un obiettivo ma uno stile di vita.”
      Mentre parlava, Mammona agitava il proprio tozzo corpo, facendo muovere a destra e a sinistra le propaggini abbronzate dalle quali fuoriusciva. Il demone non sembrava minimamente curarsene.
    “Sì, insomma, il bamboccio qui”, disse ancora a bassa voce, coprendosi la bocca con la mano e abbassando la voce, “è il risultato di generazioni di "educazione edonistica". Capisci, non è che io abbia comprato la sua anima, e che lui non l’ha mai avuta!”
   E Lucifero capì. Capì perché nelle ultime decadi lo "scontro Bene-Male" non si era sviluppato minimamente. Capì perché c'era sempre meno gente disposta a vendere la propria anima. Per lui, era facile anche immaginarsi come la situazione non potesse altro che peggiorare. Il business creato da Mammona impediva l'avverarsi dell'Apocalisse secondo i termini dell'accordo inscindibile che avevano preso lui e Dio, e anzi più questa si allontanava, più esso aveva possibilità di perpetuare se stesso. Un circolo vizioso vero e proprio.
    Immediatamente, la rabbia colse di nuovo Lucifero. Con un gesto fulmineo afferrò il suo bastone da passeggio con entrambe le mani e mosse un passo verso Mammona. Questi, però, fu più veloce. Spalancando la bocca a un'ampiezza orrenda e innaturale, urlò contro Lucifero con tutta la potenza della propria voce, fattasi improvvisamente cavernosa. Il bastone nero del Diavolo iniziò a tremare violentemente, quindi a riempirsi di piccole crepe, fino a esplodere in una miriade di frammenti d'ebano che si posarono tintinnando sul selciato della piazza.
     Era innocuo e impotente, come quando era stato scaraventato giù dal Paradiso.
     “Mi sa che ti dovrai abituare, Satana... hai ancora il tuo regno. Restaci”: sorpreso, Lucifero riuscì a stento a percepire le parole sprezzanti di Mammona. Quando alzò lo sguardo in sua direzione, era scomparso.
    L'intera piazza delle Erbe era tornata a muoversi. Lucifero era ancora sotto la statua del "Conte Verde", in piedi, senza più il bastone e senza la minima traccia dei suoi resti. Le persone gli scorrevano accanto rimanendo a distanza, accelerando il passo e riservandogli lo stesso sguardo bieco di qualche minuto prima. Non c'era più timore in loro, soltanto compassione. Si alzò sulla punta dei piedi per scorgere l'entrata al Palazzo comunale. Vide Federico Bosca, di schiena, superare l'uscio, fermarsi e voltarsi lentamente: questi si portò l'indice alle labbra, mentre lo osservava di rimando, un lampo rapidissimo e quasi impercettibile negli occhi.
     E lungo la schiena del Diavolo scese un brivido, questa volta non di eccitazione.

lunedì 17 novembre 2014

ALTRI CONATI (VII)

Ladies and gentlmen, old and young, children of all ages: un saluto a tutti voi che state dall'altra parte di questo schermo!
E benvenuti a nuovissimo appuntamento che si installa perfettamente nel clima di "rivalutazione del passato" che sta percorrendo ogni singolo pixel di questo blog, ovvero la settima puntata della rubrica più seguita dai terroristi dell'Isis (e dalla quale prendono spunto per le proprie torture).
Ebbene sì: ALTRI CONATI, lo spazio in cui vi presento in pochissime parole e con il mio classico fare superficiale, un libro, un fumetto e un film che per qualche ragione mi hanno colpito più di tanti altri, è finalmente di nuovo qui tra noi!

Non siete esaltati? Non siete entusiasti? Non siete eccitati? Non siete in cerca di altri sinonimi?

Contenete umori e saliva, prego, che stiamo per partire!



UN GIORNO PER DISFARE - di Raffaele Riba




E come al solito, partiamo dal libro.
UN GIORNO PER DISFARE, è un buon libro (Imho) per tre motivi sostanziali: ha una delle copertine più belle che abbia mai visto, è stato scritto da un ragazzo che ora vive e lavora a Torino ma è originario di Peveragno, il mio minuscolo paesino natale... e, soprattutto, è qualcosa che normalmente non si trova nella distribuzione medio-grande.
Il libro racconta le ragioni dietro a un suicidio quantomeno anomalo, analizzando lo stato di "animali in cattività volontaria" dell'essere umano attraverso una trama che non è una vera trame e un sistema di capitoli-punti di vista dei personaggi che non sono davvero né l'una né l'altra cosa.
Ah, ed è sufficientemente corto da essere qualcosa di totalmente compiuto... e visto come si sta evolvendo la mia personale "carriera", questa cosa mi apre il cuore.


REBECCA (SEI TU) - di Davide Osenda




Proseguiamo quindi con il fumetto... e anche qui troviamo qualcosa di un autore a me geograficamente vicino (aka della provincia di Cuneo), che non ha avuto paura di fare qualcosa di totalmente fuori dagli schemi.
Anche in REBECCA (SEI TU), infatti, non esiste una trama: siamo molto vicini a qualcosa che è un saggio di psicologia raccontato attraverso i disegni (stupendi, c'è un cazzo da dire) del simpaticissimo Davide, una sorta di lunga e colorata chiacchierata con l'autore sui temi che lui considera più affascinanti in merito al discorso della mente e della personalità.
Per me davvero molto interessate, e allo stesso tempo spiazzante per la sua profondità; la prima lettura mi ha lasciato addosso una sensazione simile a quella che ho provato girando l'ultima pagina di UN DISTURBO DEL LINGUAGGIO di Alan Moore, sinceramente.
La seconda lettura, giuro che quando mi sentirò di nuovo pronto la farò.


AMERICAN HORROR STORY (ASYLUM) - di Ryan Murphy e Brad Falchuk




Ok, già vi sento.
"Ma Simone, American Horror Story non è un film, è una serie tv!!!!1!1!"
Giusto. And so?
Per chi avesse vissuto sulla Luna (e senza televisione) negli ultimi 4 anni, American Horror Story è una serie che si prefigge di trattare i più disparati e classici temi della cultura horror americana con uno sguardo più nuovo e interessante; ogni stagione delle 4 fino ad adesso andate in onda raccolgono lo stesso gruppo di attori, seppur con qualche aggiunta, e descrivono un arco narrativo a parte che inizia e finisce nelle 13 puntate previste.
Bene. Lo dico senza mezzi termini: "Asylum", seconda stagione della serie, è un capolavoro, una delle cose migliori che io abbia mai visto in televisione negli ultimi dieci anni.
Esagero e non capisco un cazzo, probabilmente, ma è così!
Nella serie si parla di un serial killer, di manicomi-lager, di alieni e di possessioni demoniache, ma soprattutto si descrivono dei personaggi talmente forti da non poter essere mai più dimenticati... e che ti fanno capire per bene (chiaramente pestando a sangue il tuo corpo e la tua mente) come dentro ciascuno di noi esista il Male, quello vero e profondo, per lo più tradotto nella ricerca costante e implacabile dell'affermazione personale.
Ultime due puntate semplicemente stupefacenti, e un finale che una ciliegina marcia su una torta di depressione e desolazione: da vedere assolutamente!



Mooolto bene, cari mentecatti: piaciuta la nuova carrellata?
Probabilmente ALTRI CONATI tornerà ad avere la cadenza regolare di un appuntamento al mese, per riempire "i buchi" lasciati dall'attesa tra un racconto e l'altro; come sempre dateci dentro con condivisioni e commenti sia qui che sulla mia pagina facebook, che sul mio profilo twitter.

Noi ci si risente entro fine mese (lo giuro!) con il nuovo racconto breve.
Ciao eh.
Simone



mercoledì 5 novembre 2014

LA PUBBLICITÀ E' L'ICORE DEL COMMERCIO (VII)

Un caloroso benvenuto a tutti voi, gentaglia di malaffare!
E benvenuti al nuovo e (si può dire? Sì, si può dire!) attesissimo appuntamento con LA PUBBLICITÀ E' L'ICORE DEL COMMERCIO, la rubrica che credevate morta e sepolta mesi fa e che si prende la briga non richiesta di informarvi su quello che faccio in un dato periodo della mia vita.
Che volete? Dovrò pur parlare a qualcuno che non sia una voce nella mia testa, no?

Prima di tutto, mi piacerebbe spendere qualche parola sull'ultima edizione del Lucca Comics&Games (se non sapete cosa sia vuol dire che vivete in un modo parallelo più di quanto lo faccia io), conclusasi appena tre giorni fa proprio nella bellissima città toscana.
Quest'anno, come sempre, numeri da record per quanto riguarda le presenze, sia di ospiti sia di "semplici" visitatori: pare che si sia superato persino Angoulème per giungere al secondo posto!
Beh, sarebbe fico, se Lucca Comics&Games fosse qualcosa di più di un semplice ritrovo in cui poter sfogare il proprio "animo nerd" oppure spendere soldi in cose per l'80% inutili nel corso della nostra vita futura. Lucca non è una fiera del fumetto o una mostra del fumetto, è un Comicon in piccolo, l'insieme di tutto ciò che esiste di commerciale nel mondo del fumetto: qualsiasi autore interessante è quasi del tutto inavvicinabile e l'unico posto in cui si può respirare (specialmente durante il weekend) è il Palazzo Ducale con le mostre, spesso mooolto più vuote dello stand che presenta l'ultima edizione "a tiratura superlimitatissimachenontenerendineanchecontodaverodavero" del solito fumetto della solita casa editrice.
In realtà penso da qualche anno che sia inevitabile (e non solo nel mondo fumetto) questo deragliamento verso la commercializzazione, e tutto sommato non è nemmeno un male... solo, non piaceva tanto anche a voi quando, parlando con un semi-sconosciuto, riuscivi a descrivere Ironman senza che l'altro dicesse le parole "miliardario, playboy, filantropo"?

Non lo so, sarò io.

Comunque sia, gli acquisti di questa edizione lucchese, da par mio, si sostanziano in ben 4 numeri di Hellblazer targati Magic Press (Ennis, Ellis, Mina e Milligan), Sandman: Overture nel fastidiosissimo formato spillato e tre libercoli, ovvero Cose Fragili di Neil Gaiman, Sonno di Murakami e Traversata Infernale della nuova serie di Lupo Solitario.

Ma torniamo a noi.
Che cosa sto facendo in questo periodo?
Beh, prima di tutto, continuo a lavorare, e precisamente nella redazione di una testata giornalistica online chiamata TargatoCN, che si occupa della provincia di Cuneo (dove, lo ricordo per i più smemorati, vivo!); il lavoro mi piace molto, l'ambiente è davvero buono e c'è già un bel legame tra me e i miei colleghi più stretti... continuo a non vedermi come vero e proprio giornalista, ma ehi, di qualcosa si dovrà pur vivere!
Per quanto riguarda la scrittura e tutto il resto, sto preparando un paio di cose interessanti.
Prima fra tutte... la mia nuovissima fatica!
Si tratterà di un racconto lungo molto probabilmente distribuito in forma digitale (sia ebook che pdf) e molto probabilmente da febbraio in avanti: la storia in questione la sto lavorando, in un modo o nell'altro, da circa 2 anni e ora che sono alle battute finali del progetto sono davvero soddisfatto del risultato. Spero lo sarete anche voi, ma in caso contrario, amici come prima.
Intanto, per febbraio 2015, sto cercando di mettere in piedi almeno una serata "aperitivo+lettura" in quel di Cuneo; tre bravi ragazzi molto più avvezzi al parlare in pubblico di me declameranno altrettanti miei racconti brevi, presenti qui sul blog e in qualche modo legati al tema dell'identità... e proviamola a farla, una cosa del genere nel capoluogo della Granda!
Infine, stiamo preparando per l'anno prossimo una sorpresa che coinvolgerà nuovamente SEIOCCHI: non sappiamo ancora quale sia nemmeno io e Vanessa Rubino, ma appena so qualcosa di più giuro che vi metto a parte di tutto.

Beh, insomma, sembra che sia un buon momento per essere uno scrittore in erba indipendente e semisconosciuto.
O almeno, lo spero.
Visto che ne sentite la mancanza, ecco per voi "Road Trippin' " dei RHCP.


A presto!


mercoledì 15 ottobre 2014

LADRO DI TOMBE

Come si dice: "altro giro, altra corsa"!
Bentornati ragazzi a un nuovo "Conato di Anima", a un nuovo racconto breve.
In questo ottobre, più pieno di impegni di quanto avrei mai potuto sospettare, ve la cavate con poco: il racconto che state per leggere è molto breve... almeno tanto quanto è significativo per me che l'ho scritto.

La trama, è semplice: siamo in un futuro remoto, in cui una sorta di "ceto sociale" particolare è l'unico autorizzato a percorrere la superficie esterna del nostro pianeta. Gli Scavatori, questo il loro nome, trascorrono la propria breve e pericolosa vita tra i miasmi tossici che compongono la nuova atmosfera terrestre, nella speranza di rinvenire tra le rovine della nostra civiltà qualcosa da vendere ai propri simili al sicuro nel sistema di bunker che protegge i pochi sopravvissuti.
I pericoli, però, quando devi fare attenzione persino a ciò che respiri, sono sempre in agguato.

L'avrete già capito, spero; anche questa volta ho usato il genere per parlare di qualcos'altro.
E questo qualcos'altro è...? Dai, sul serio volete saperlo prima di aver letto il racconto?
Scervellatevi e poi contattatemi sulla pagina facebook o twitter: sarò felice di rispondervi "sì, c'hai preso" oppure "no, non hai capito una mazza fionda"!
Tutto io devo fare? Oh.

In ogni caso, ecco a voi la colonna sonora migliore che potessi trovare per uno dei miei racconti; il Duca Bianco, Ziggy Stardust, nientemeno che David Bowie in persona, con THE MAN WHO SOLD THE WORLD.

Buona lettura, ci si rivede il mese prossimo raghi.
Simone

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     Nulla.
    Intorno a me non c'è nulla se non centinaia di metri di terra asciutta e riarsa, come se qualcuno avesse afferrato la pelle del mondo e l'avesse squartato, rivelandone la carne pulsante al di sotto. Cammino. Da ore, ma potrebbero anche essere giorni, mesi, anni: il tempo perde significato, per chi rimane in superficie a lungo come me.
     Sono solo, accompagnato unicamente dalla polvere che si alza a ogni mio passo.  Il suono dei miei anfibi rinforzati si amalgama al frusciare della tuta di plastica che ricopre ogni centimetro del mio corpo, e con il suono cadenzato e profondo del mio respiro, filtrato dal sistema di respirazione che attraverso tubi di gomma collega il mio naso e la mia bocca con la bombola di ossigeno appesa alla mia schiena. Il visore che mi protegge gli occhi tinge il mondo di un verde piatto e irrealistico, ma ormai ci sono abituato; sono uno Scavatore, e quella che un tempo era la Terra, ora è il mio parco giochi personale (seppur tossico, abbandonato e totalmente in rovina).
     Assicurato alla cintura che mi stringe la vita, oscilla un grosso sacco di iuta.
     Devo riempirlo, e al più presto. Ecco quel che facciamo noi Scavatori: giriamo come spettri in ciò che resta della società umana, cercando memorie dimenticate da far riscoprire ai pochi sopravvissuti chiusi al sicuro nei vari bunker sotterranei che costellano il paese. Vecchia tecnologia, monete, giocattoli... si vende bene qualunque cosa su cui quei molli bastardi possano passare il proprio tempo a speculare.
    Mi fermo per un secondo e schiaccio un minuscolo tasto sulla montatura del visore, che mi presenta immediatamente una larga mappa della zona in cui mi trovo al posto della visuale del mondo che mi circonda. La mia posizione è segnata da un puntino intermittente, che si trova qualche miglio più a Est dal punto cui sono diretto, individuato da un secondo puntino, questa volta fermo.
    Sbuffo sonoramente, premo di nuovo il pulsante sul visore in modo da tornare alla normale impostazione, e mi rimetto in cammino utilizzando l'ombra di un cartello stradale semi-abbattuto come punto di riferimento.
     Mentre continuo ad avanzare, il Sole precipita sempre più dietro le mie spalle. Quasi senza che me ne renda conto il profilo sfocato di una grossa costruzione comincia finalmente a delinearsi all'orizzonte.
    L'edificio è proprio quello che stavo cercando: un'ampia villa con un tetto di tegole scure, che in origine era stata di un bianco acceso e pulito. Un alto cancelletto arrugginito dalla forma arcuata segnala l'entrata principale, innestata in mezzo a una bassa staccionata. Oltre a tre finestre al secondo piano, altrettante porte di vetro si aprono poco oltre il cancello, ma sono talmente sporche e impolverate che la luce del sole vi ci affonda senza penetrarle.
     Rimango qualche istante immobile davanti al cancelletto, in silenzio.
     No, non sembra esserci stato nessuno recentemente, e oltre al probabile stato di decadenza il posto sembra avulso di altri pericoli.
     Scavalco la staccionata, trovando una delle tre portafinestra aperta.
    Entro in quello che senza dubbio è un ampio salotto e capisco subito che chiunque ci abitasse in vita non aveva mai avuto problemi economici. La stanza è occupata per lo più da un gigantesco divano di pelle, posto sopra un largo tappeto intarsiato, e innestato davanti a un modello di televisore al plasma quasi delle stesse dimensioni ricoperto da uno spesso strato di polvere. Appoggiata alla parete opposta alla portafinestra si erge una libreria ancora zeppa di una gran quantità di volumi dalle coste scolorite, e un piccolo tavolino di vetro ovale con sopra diverse bottiglie completa l'arredamento.
    Mi ci avvicino e noto che alcune di esse sono ancora piene. Sulla superficie di vetro vedo anche una serie di macchie circolari di nero sangue rappreso che continuano per alcuni metri dal tavolino dirigendosi verso la libreria.
     Le seguo e appoggiato a un lato del divano noto un cadavere quasi del tutto decomposto; porta una t-shirt bianca della quale non si riconoscono più scritte o disegni, coperta com'è da una grossa chiazza di sangue probabilmente espettorata durante gli ultimi istanti di vita, e un paio di jeans consunti e strappati.
     Al magro polso vedo un orologio con il cinturino a pois di plastica, intatto.
     Lo sgancio e lo butto nel sacco di iuta.
     Ora sì che la giornata comincia ad avere un senso.
   Perdo la concezione del tempo mentre perlustro il primo piano dell'abitazione (comprendente ancora un bagno, la cucina e una scalinata per il piano superiore); scopro dalle foto e dai diplomi impolverati sparsi un po' ovunque che il cadavere appoggiato al divano è probabilmente l'unico figlio adolescente di una coppia di bianchi, avvocato lei e psicologo lui. Porto via qualche posata, dei soprammobili, alcune bottiglie e un paio di ciabatte elettriche. C'è altro, ma è troppo tardi: posso tornare prossimamente.
     Decido quindi di uscire dalla porta finestra che si trova in cucina.
    Metto un piede fuori dall'edificio, la luce del tramonto che si appiccica alle pareti conferisce alla villa un'aria tetra, ansiosa, in attesa.
     Di là dalla recinzione, lo vedo, e lui vede me.
     Fermo sulle quattro zampe tozze, è alto settanta centimetri e ha un busto ampio e un cranio grosso quanto il tronco di un giovane albero. Il pelo nero è spruzzato di un bianco sporco e malato, la mandibola è costantemente coperta da un appiccicoso strato di bava giallastra e gli occhi sono due minuscole gocce di sangue.
     Non tutte le forme di vita sono state annientate, solo le più fortunate.
    Il mastino si lancia in mia direzione, riuscendo con gli arti anteriori a superare la staccionata ma sbattendole contro con tutto il peso della parte posteriore, sfondandola rumorosamente. Mentre lui arranca sul pianerottolo esterno, le unghie conficcate nel legno marcio e polveroso, mi fiondo di nuovo attraverso la portafinestra della cucina; quando mi volto e torno a guardare attraverso il vetro unto e sporco, incontro un’ombra nera che caracolla in mia direzione, facendolo andare in mille pezzi.
     Per un puro colpo di fortuna riesco a gettarmi sul tavolo e a rotolare indietro.
    La struttura di legno trema e cigola e si sposta di centimetri, quando il grosso cane nero ci sbatte contro con violenza. Mi sposto verso l’entrata interna della cucina per tornare in salotto, ma non sono abbastanza rapido: l'animale abbaia contrariato, un suono profondo e terrificante che rimbomba nel mio cervello, e decide di intercettarmi. La sorpresa mi spinge a terra, seduto. I miei occhi si fissano in quelli del cane. Indietreggio, provando ad allontanarmi da quelle fauci sbavanti, da quelle zanne smussate. Questa è la prima creatura vivente che incontro da non so quanto tempo, e non sono nemmeno certo che mi veda davvero, che mi riconosca come qualcosa di più che semplice cibo.
     Incontro l'anta di un ripiano sotto all’angolo cottura, che cigola e un po’ si apre.
     Percepisco lo sferragliare di qualcosa al suo interno.
     Il mastino carica in avanti.
    Non ho idea del perché, ma infilo una mano all'interno dell'anta, afferro qualcosa di morbido e lo estraggo dall'interno, schiantandolo contro il cranio del cane. Sento le ossa del braccio e del polso che scricchiolano, l'animale guaire, e vedo i contorni del suo corpo spostarsi verso sinistra.
     L'urto contro la parete è il lapidario segnale che introduce il silenzio assoluto.
     Lentamente, i miei sensi ritornano uno per volta in piena funzione.
     Comincio a percepire di nuovo il rantolare pesante del mio respiro, il dolore al braccio e alla mano che ancora sorreggono quella che scopro essere una comunissima padella antiaderente ormai ricurva e inutilizzabile, e noto anche il corpo immobile e riverso su un fianco del grosso mastino, ai piedi di una gigantesca macchia di sangue aperta sulla parete a pochi passi da me.
     Trema violentemente, ma solo per qualche istante.
   Improvviso, un basso sibilo arriva da dietro le mie spalle: è la bombola di ossigeno che sta perdendo. Rotta, irreparabile a quella distanza da un qualsiasi bunker.
     Non è difficile capire quello che mi aspetta.
     Tolgo il respiratore da naso e bocca e il visore dagli occhi, che tengo socchiusi.
     Al primo, lungo, respiro che faccio, sento i polmoni bruciarmi con forza.
    Penso al sacco pieno di roba che avrei potuto mostrare, rivelare, insegnare a quei poveri disgraziati nel bunker, troppo spaventati per provare a comprendere davvero il mondo e troppo annoiati per evitare di farlo. Qualche altro Scavatore verrà qua, e sarà lui a portare indietro il bottino.
     Dovrebbe farmi arrabbiare questa cosa?
     Dovrei forse maledire qualche divinità scomparsa, compiangere il mio stile di vita?
     No, non servirebbe a nulla.
     Quando apro finalmente gli occhi, rivolgo lo sguardo appannato alla tuta di plastica sul mio corpo.      Potrei giurarlo, è dello stesso grigio opaco di cui mi sembra tinta ogni altra cosa attorno a me.
     “Ecco fatto”, penso, “Sono solo un altro pezzo di nulla”.

lunedì 1 settembre 2014

L'INEVITABILE

Whattzzapp, motherfoker?
Nonostante tutto quello che le condizioni meteorologiche hanno cercato di farci credere, agosto è finalmente arrivato, e l'estate sta ufficialmente per finire. Siete tristi, abbattuti, depressi per questo?
Per me questi tre mesi non sono stati particolarmente positivi, quindi mi dico "meglio così".
Beh, in realtà a conti fatti lo sono stati sotto più aspetti, ma sapete, sul momento è dura vedere le cose con una certa freddezza.
Comunque sia, benvenuti di nuovo su CONATI DI ANIMA!
Se siete qui, sono certo, è per gustarvi il mio nuovo racconto breve: si intitola L'INEVITABILE, ed è la seconda avventura con protagonista "Alex", l'investigatrice dell'occulto "made in Torino" che alcuni di voi hanno già incontrato nel racconto LEGAME (se non l'avete letto correte subito a leggerlo!).
Ebbene sì, questo è il secondo, piccolo, passo nella creazione del concetto di serialità in alcuni miei racconti; è un esperimento, nulla di più, e con L'INEVITABILE potrete scoprire qualche elemento in più di questo universo narrativo.
Alcune risposte, ancora più domande: this is it.

In accompagnamento al racconto, ascoltatevi "I just don't think i'll ever get over you", di COLIN HAY: l'atmosfera è tutta diversa rispetto a quella della narrazione... ma il tema è sostanzialmente lo stesso.
Mentre leggete, versatevi qualcosa da bere e fate un brindisi ai rapporti umani, la cosa più fottutamente assurda della nostra vita.

Buona lettura,
Simone

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     "Quanti cucchiaini ci vuole?", chiese Luca aprendo una delle ante della cucina e afferrando una grossa zuccheriera verde pisello.
     "Due. E dammi del tu, non sono poi tanto più vecchia di te", rispose lei passandosi una mano tra i lunghi capelli illuni. Non era vero. Alessandra di Giacomo, detta "Alex", probabilmente unica investigatrice dell'occulto di Torino, era molto più vecchia di lui e della maggior parte delle persone presenti in città in quel momento (anche se era quasi impossibile accorgersene).
     Luca, il suo nuovo cliente, era un laureando in psicologia all'ultimo anno, un giovanotto non molto alto e abbastanza robusto, con profondi occhi scuri e una zazzera di capelli riccioluti castani; portava un paio di vecchie ciabatte di cuoio, pantaloncini grigi e una maglia con sopra il logo di una serie tv, Alex non avrebbe saputo dire quale: la vita per lei era già abbastanza complicata anche senza la televisione. Era quasi indistinguibile da ogni altro suo "collega" e comunque lei non gli toglieva di dosso i suoi due occhi eterocromi, blu elettrico quello sinistro e verde scuro l'altro, fin da quando l'aveva fatta entrare.
     Non sembrava proprio essere questo il caso, ma spesso chi le chiedeva di risolvere qualche "casino occulto" veniva fuori esserne il diretto fautore.
     Il trilocale in cui si trovavano era in via Maria Vittoria, a qualche minuto a piedi dalla sede di psicologia e, come spesso capitava nel caso degli studenti comuni, era uno stranissimo miscuglio di passato e presente: la tappezzeria slavata e il portatile di ultima generazione appoggiato sul forno a microonde nero, una doccia dell'anteguerra e una grossa borsa a tracolla dell'Adidas, un parquet che più rigato non sarebbe stato possibile e i due bicchieri della Nutella colmi di caffè che Luca stava posando in quello stesso momento sul tavolo della cucina. Quegli aspetti cronologicamente così diversi riuscivano a convivere solo sotto la morsa dell'ordine; tutto nell'appartamento sembrava essere stato riassettato di recente, con una cura affatto scontata.
     In un silenzio esitante, Luca e Alex bevvero il caffè.
     La bevanda nera e bollente graffiò la gola dell'investigatrice, lasciandosi dietro la solita, piacevole, sensazione di appagamento, che questa volta accolse con ancora più avidità del solito per i suoi pochi secondi di durata.
     Cristo, quant'era giù di corda.
     Era un'estate stranamente fredda e piovosa, quella, che oltre a tediarla e a renderla ancora più cupa e scontrosa del normale gliene ricordava una di quasi cinque anni prima, quella che aveva accompagnato gli ultimi istanti della sua storia con Miquél. Poteva sembrare assurdo, data la scorza dura che si era costruita nel tempo accatastando dramma personale su dramma personale, ma per Alex era ancora difficile smettere di pensare a come l'avesse abbandonata per seguire le proprie oscure ossessioni. Una presa di posizione, urla, il rumore di una porta sbattuta e di passi in lontananza: questo era tutto ciò che le rimaneva di lui.
     Dopo aver riposto le tazze sporche nel lavello, Luca si schiarì la voce.
     "Beh, prima di tutto grazie per essere venuta", le disse, chiaramente a disagio. Alex non rispose, sistemandosi più comodamente sulla sedia e incrociando le braccia al petto.
     "Davvero, non so da che parte cominciare. Ho sentito parlare di te da un mio compagno di corso, Ricciardi, e fino a qualche giorno fa non mi sarebbe passato nemmeno per il cervello di chiamarti... ma credo che, nella mia situazione, una possibilità sia meglio di nessuna possibilità, giusto?". "Vedi, non ho sempre vissuto solo, qui. Fino a un paio di settimane fa c'era anche Giulia, la mia ragazza storica. Sette anni insieme, ci puoi credere, ai giorni nostri? E poi mi sveglio una mattina e mi sembra di avere vicino un'estranea: se ne è andata quando ho smesso di fingere che ci fosse ancora qualcosa che mi legasse a lei. Ma non la biasimo, biasimo me stesso. Ho perso qualcosa e tu devi aiutarmi a ritrovarla".
     Giusto prima che Luca terminasse di parlare, Alex distolse lo sguardo dal suo e si passò una mano sul volto. Un classico: chi le chiedeva aiuto e non sapeva nulla dell'occulto era convinto che significasse "nessuna regola, puoi fare tutto ciò che vuoi".
     E, porca miseria, se le cose non stavano così.
     "Mi dispiace", disse l'investigatrice sistemandosi la maglia beige con le maniche lunghe e piantando saldamente a terra le converse scure per alzarsi, "Non credo sia di me che hai bisogno". La verità era che anche se avesse pensato il contrario, aiutare un ragazzino a innamorarsi di nuovo non era proprio il genere di caso che si sentiva di affrontare in quel periodo dell'anno.
     "Aspetta, non mi sono spiegato", la voce di Luca si era fatta in un attimo più acuta e ansiosa, "Io credo che l'amore per Giulia mi sia stato portato via". Già quasi in piedi, Alex si bloccò, guardandolo incuriosita. "Dalla sera dopo la scomparsa del sentimento", proseguì Luca, "Ho cominciato a fare un sogno ricorrente in cui una... ombra, è il miglior modo in cui posso descriverla, entra di nascosto nella mia camera da letto strappandomi via il cuore. Non penso sia un caso, ecco perché ti ho chiamata".
     Come succedeva sempre quando finiva invischiata in un affare misterioso e spesso più grande e pericoloso di lei, la mente di Alex cominciò a riempirsi d’ipotesi e supposizioni. Il sogno era chiaramente simbolico, ma il significato poteva essere solo quello che lo stesso Luca aveva interpretato, sempre che non si stesse inventando tutto.
     Ma perché avrebbe dovuto, poi?
     Diavolo, qualunque fosse stata la verità, ormai aveva la sua attenzione.
     Con un lungo sospiro, riprese lentamente ad alzarsi.
     "E va bene", gli disse, "Ma se mi stai mentendo, me ne andrò così rapidamente che ti chiederai chi abbia usato l'altro bicchiere nel lavello". Luca abbozzò di rimando un sorriso in sua direzione, il primo da molti giorni.
     Negli istanti successivi, Alex gli fece accendere quattro candele e le dispose nei rispettivi angoli della sua camera da letto. Quindi gli chiese di aspettare fuori dalla stanza mentre lei avrebbe cercato di capire quel che era successo davvero quella notte.
     "Ogni evento, specialmente quelli occulti o violenti, rimane impresso per qualche tempo nei luoghi fisici in cui avviene", spiegò l'investigatrice al ragazzo facendo per entrare nella stanza, "Quel che farò sarà obbligare i residui psichici ancora presenti a mostrarmi la verità, cioè se qualcosa è davvero avvenuto".
     Per tutta risposta, Luca le ritornò un'espressione incredula e inebetita.
     Era incredibile che quasi tutte le persone vicine alla mentalità "scientifica" avessero così tanta difficoltà nel riconoscere la grandezza e il potere delle proprie facoltà mentali. Incredibile ma vero. Intimandogli ancora una volta di non interromperla per nessun motivo, Alex s'infilò nella camera e si richiuse la porta alle spalle, trovandosi finalmente sola.
     Nella penombra squarciata dalle fiammelle delle quattro candele, si distinguevano le vecchie coperte scure del letto matrimoniale, uno stretto armadio addossato alla parete e uno striminzito comodino di legno dall'aspetto un po' più moderno rispetto al resto. Qualche quadro era appeso alle pareti, probabilmente zeppo di fotografie di Luca e Giulia, e un gruppo di sei faretti messi in fila erano ancorati al soffitto. Alex si appoggiò a una delle pareti, chiuse gli occhi e lasciò che il fumo delle candele riempisse il suo olfatto, che le penetrasse nel corpo attraverso ogni singolo poro, che la permeasse in modo talmente profondo da confondersi con la sua stessa anima. Quindi, obbligando mentalmente le energie presenti nella stanza a rivelarsi, aprì di colpo gli occhi.
     La camera si trovava ora immersa nel buio più assoluto, le candele si erano spente.
     Si guardò attorno per alcuni secondi, sufficienti a farle dubitare di non essere stata abbastanza convincente ma poi, sdraiate sul letto, cominciarono a delinearsi due figure. Erano come disegni sempre più dettagliati con il passare dei secondi, creati da quelle fiamme che fino a poco prima erano sopra ciascuna candela. Una delle due era senza dubbio Luca, l'altra invece rappresentava una giovane donna dai capelli riccioluti e il fisico ben proporzionato che non poteva essere altri che Giulia.
     L'investigatrice sorrise trionfante. Aveva funzionato.
     Per un po' le due figure fiammeggianti rimasero gli unici elementi degni di nota. Quindi ne comparve una terza, materializzandosi all'improvviso proprio davanti alla porta d'ingresso. La nuova immagine era molto meno definita delle altre due e rappresentava un uomo di media statura e molto magro dai cortissimi capelli.
     No, quella non era una "ombra", comprese immediatamente Alex.
     Il terzo incomodo si avvicinò lentamente alle due figure ancora sdraiate sul letto, guardandosi attorno febbrilmente come se non fosse a proprio agio, come se quella fosse la prima volta in cui si trovava in una situazione simile. Dopo un po' s'infilò una mano in quelle che probabilmente erano state tasche di un paio di pantaloni ed estrasse un piccolo oggetto rotondo legato a un cordicino sottile, che applicò con estrema attenzione sulla fronte dell'immagine di Luca. Il ciondolo brillò per due volte di una luce bianchissima, quindi il nuovo arrivato lo rimise a posto; con cautela, poi, imboccò nuovamente la porta della camera, scomparendo alla vista.
     Alex rimase ancora per qualche istante immersa nel buio poi, ormai sicura che non avrebbe più assistito a nient'altro di rilevante, accese i faretti della stanza.
     Le immagini di Luca e Giulia scomparvero e le candele si riaccesero immediatamente.
     Uscendo dalla stanza trovò Luca seduto a terra nel corridoio che collegava gli ambienti dell'appartamento. Aveva la testa tra le mani e Alex si chiese come doveva sentirsi, a disperarsi per la scomparsa di qualcosa che razionalmente non voleva più. Doveva essere devastante. Per un attimo vide le relazioni dal punto di vista di chi se ne va: non era il suo caso, e quindi non sarebbe riuscita davvero a capire cosa provasse, ma guardandolo era chiaro che doveva essere difficile tanto quanto starsene dall'altra parte.
     Quando la porta della camera si richiuse con un leggero tonfo, Luca si volse a guardarla. "Ok, non è stato un sogno", gli disse. "Il tuo amore per Giulia è stato davvero rubato, ma da una persona fisica, come te... e me".
     Luca la guardò esterrefatto, confuso dalla mole di quelle informazioni.
     "Ma che diavolo ci fa un'altra persona con un mio sentimento?"
     "A questa domanda ti saprò rispondere quando avrò risolto il caso", disse ancora Alex, afferrandolo per un braccio e aiutandolo a rimettersi in piedi.
     Eh sì, era proprio ora di mettersi di nuovo al lavoro.



     L’investigatrice lasciò casa di Luca poco dopo, con la promessa di farsi sentire non appena avesse avuto qualcosa in mano. Proseguì a piedi lungo via Maria Vittoria verso piazza San Carlo, quindi svoltò a sinistra in via Lagrange ed entrò in un minuscolo bar al lato della strada: era quasi l’una e aveva una fame terribile. Il locale era completamente vuoto. Ordinò una birra media (purtroppo ne avevano solo di bionda) e un’insalata di pollo e prese posto in uno dei piccoli tavolini di plastica del dehors, appoggiando i gomiti alla sua superficie e prendendo a massaggiarsi le tempie.
     Cercò di rilassarsi, di fare mente locale, di riportare a galla i ricordi della visione.
     Non l'aveva detto a Luca, ma l'immagine del ladro gli era sembrata subito famigliare e non aveva fatto fatica a risalire alla sua identità grazie a un dito della mano destra monco per metà. Lo chiamavano Mickey, quel tizio, a causa della maglietta di Topolino che sembrava portare sempre e in qualsiasi occasione, ed era uno dei numerosissimi piccoli delinquenti di città per cui furti di basso valore, scippi e altri reati minori non erano vizi ma veri e propri stili di vita. A differenza della maggior parte dei propri “colleghi”, però, Mickey possedeva una certa conoscenza dell’occulto, sufficiente a facilitargli la vita nel conseguimento della sua professione. Solitamente non era una minaccia, ma un'operazione di quell'entità era un po' fuori dai suoi soliti schemi e la cosa la preoccupava non poco; il vero problema, però, era rintracciarlo. In quel momento poteva essere davvero ovunque.
     Alex comprese subito che le serviva un aiuto.
     E, purtroppo, sapeva bene di che genere.
     L’arrivo della giovane cameriera con la birra e l’insalata di pollo la strappò alle sue elucubrazioni. Consumò il pasto con la sua solita, grande, voracità, quindi tornò dentro per pagare e poi uscì nuovamente in strada.
     Ci volle qualche minuto per trovarne uno abbastanza vicino da poter essere contattato, ma a un certo punto lo vide. Un tronfio piccione grigio-azzurro se ne stava appollaiato sulla ringhiera arrugginita di uno stretto balcone, fissando altezzoso il panorama al di sotto.
     Alex si fermò e lo guardò con insistenza fino a quando finalmente non si accorse di lei. I due si osservarono silenziosamente per un po', quindi il volatile s’infilò agilmente dentro il portone di un palazzo lasciato semi-aperto, con lei al seguito, che si guardava intorno per cercare di non dare nell'occhio.
     Alex non aveva un rapporto particolarmente buono con quelle "gonfie carcasse alate", il classico "amore-odio" da gente di città... che nel suo caso, però, era ulteriormente esasperato dal conoscere la verità su di loro. Quel che la maggior parte degli esseri umani ignorava, infatti, era che i comunissimi piccioni possedessero una vera e propria organizzazione sociale di tipo militare gestita in modo molto rigido e che monitorassero la nostra per scopi tanto precisi quanto segreti; erano creature ben più intelligenti di quanto ci si sarebbe aspettato che, se trattate con la dovuta attenzione, potevano fungere da utilissimi informatori.
     Il volatile atterrò sul primo scalino del pianerottolo, sedendosi sulle zampe posteriori e mantenendo il collo ben dritto.
     “Che cosa vuoi?”, disse, le sue parole silenziose che raggiungevano la mente di Alex senza produrre alcun suono.
     “Sai chi sono?”, chiese di rimando lei, conoscendo già la risposta.
     “Certo. Quindi, che cosa vuoi?”.
     “Mi serve l’indirizzo di un certo Mickey. Piccolo criminale, l’ultima volta che l'ho incontrato stava a Porta Susa”
     Il piccione tacque per un secondo. Poi scattò in piedi e uscì di nuovo dal portone svolazzando febbrilmente. Rimase via per un po’ e quando tornò riprese la stessa, identica, posizione di prima sullo scalino.
     “Il tizio sta nel magazzino di un elettrauto in via XI Febbraio”.
     Alex lo guardò stupita. “Il magazzino di un elettrauto? Mi prendi in giro?”.
     Il piccione non rispose, ma piegò la testa di lato di scatto. Nulla da eccepire, pensò lei silenziosamente: con un rapido cenno di saluto, uscì nuovamente in strada.



     Un autobus e quasi venti minuti più tardi (la sua vecchia Fiat 124 grigio-argento era a secco da settimane), e Alex si ritrovò davanti all'insegna dell’unico elettrauto di via XI Febbraio. Sulla saracinesca abbassata era appeso un foglio di carta con scritto, a pennarello nero, “Chiuso per lutto”.
     Guardandosi attorno per assicurarsi di essere sola, bussò con forza sulla saracinesca.
     Nessuno rispose, e nessuno lo fece neanche la seconda volta.
     “Mickey sono Alex, so che ti ricordi di me. Vedi di aprire” disse spazientita dopo qualche istante. Tutto tacque per lunghi attimi, poi la saracinesca prese lentamente ad alzarsi: si sollevò per un quarto, lasciando intravedere le secche gambe pelose del ladruncolo e un paio di vecchi calzini scuri.
     “Che diavolo vuoi?”, balbettò Mickey a voce bassa, chiaramente in ansia.
     “Solo parlare”, rispose lei cercando di mantenere un tono di voce calmo e tranquillo, così da non indispettirlo. Fortunatamente, funzionò e la saracinesca si alzò ancora, permettendo ad Alex di entrare.
     All'interno del magazzino i contorni dei diversi attrezzi appesi alle pareti e posati a terra in larghe cassette d'acciaio, come degli scatoloni di carta e dei pezzi di ricambio per automobili sparsi un po’ dappertutto, erano distinguibili grazie all'unione della stanca luce di una lampadina appesa malamente al soffitto e a quella proveniente dalla metà di saracinesca aperta: ogni cosa era coperta inoltre da una spessa coltre di polvere, che non sembrava avere alcuna intenzione di andarsene. Mickey era in un angolo, in piedi, nel bel mezzo di un cerchio disegnato sul pavimento con del sale grosso; con lui all'interno c’erano una vecchia poltrona di pelle, un mini-frigorifero bianco attaccato a una presa e una pila di quotidiani e giornalini su cui era abbandonato con noncuranza lo stesso ciondolo che Alex aveva visto nella visione fiammeggiante. Un incantesimo di occultamento semplicissimo in un posto abbandonato probabilmente da mesi: idea ingegnosa. Addosso, Mickey portava la sua solita maglietta nera di Topolino e un paio di slip rossi e teneva puntata contro di lei, con entrambe le mani, una pistola.
     Alex avanzò lentamente verso di lui. “Che diavolo stai facendo?” gli chiese, indicando la pistola. Mickey non si mosse di un millimetro ma iniziò a tremare.
     “Mettila giù. Lo sai cosa succede se spazzo via un po’ di sabbia, vero?”.
     “E tu lo sai cosa succede se premo il grilletto, vero?”, rispose lui balbettando.
     “Andiamo, ho detto che voglio solo parlare. Sarà dura trovare un altro posto, per te”.
     Quando il ladruncolo abbassò lo sguardo, Alex trasse un sospiro di sollievo. Avere a che fare con assurde creature d'incubo era più semplice di quanto potesse sembrare, in qualche modo spesso capiva i loro comportamenti. Erano gli esseri umani a dimostrarsi sempre dei fottuti casini di emotività repressa.
     Mickey la accolse finalmente dentro la sua striminzita dimora circolare, lasciandole il posto sulla poltrona e sedendosi a terra. Impaziente, le chiese subito di cosa volesse parlare.
     “Hai qualcosa che non ti appartiene”. Diretta al punto, come suo solito.
     Lui abbozzò un sorrisetto. “Dovrai specificare meglio”
     “Un’emozione, un sentimento." ribatté subito Alex, indicando il ciondolo sulla pila di giornali. "Hai rubato l’amore di uno studente, e lui lo rivuole”.
     Fu come se Mickey fosse stato colpito di sorpresa con una potente scarica elettrica: lo sbandato si alzò di scatto da terra, agitando la pistola febbrilmente.
     “Oh Dio... te ne devi andare! Te ne devi andare subito!”, disse ad alta voce.
     Alex rimase ferma, seduta sulla sedia. “Che ti prende?”.
     “Te ne devi andare!”.
     “Non senza quella cosa. Che te ne fai, poi? Ti senti troppo solo qui?”.
     “Ascolta, non è per me, ok?”.
     “Un committente, certo. Chi è, Mickey? Per chi l’hai rubata?”.
     “No, senti, non puoi essere qui quando arriveranno”.
     Alex si alzò e lo afferrò per le spalle, guardandolo dritto negli occhi. “Di chi stai parlando?".
     Le sue ultime parole furono coperte dall'improvviso, potente e acuto suono di uno strappo. Nel bel mezzo dello spazio del magazzino, a poca distanza dal cerchio di sabbia in cui si trovavano Mickey e Alex, l'aria fu squarciata a metà e una ferita di un giallo abbacinante si aprì pochi centimetri sopra il pavimento: dal suo interno, con un po' di fatica, uscirono un uomo e una donna alti e mostruosamente muscolosi. Erano completamente nudi e glabri, portavano un panno rossastro legato dietro la nuca a coprire gli occhi e stretti collari di quello che pareva essere sottilissimo vetro ai polsi, alle caviglie e al collo; di certo avrebbero potuto spezzarli senza troppa difficoltà, ma non sembravano riuscire nemmeno ad accorgersene. La donna, in mano, portava una  ventiquattrore nera dall'aspetto assolutamente comune.
     Alex li guardò esterrefatta. Dio, Mickey si era messo in un vero casino. E anche lei.
     Senza staccare gli occhi di dosso dalle due mostruosità, Alex strappò la pistola dalle mani del ladruncolo, puntandola immediatamente contro di loro. "Ok, ecco come andrà", disse ad alta voce, "Voi ve ne ritornerete dal vostro padrone, mentre io prenderò quello che cerco e lo restituirò al legittimo proprietario. Mi sono spiegata?".
     I due energumeni, ovviamente, non accennarono a fermarsi.
     Alex digrignò i denti e imprecò silenziosamente. Già, sarebbe stato un vero miracolo se le cose fossero andate davvero così. Mirando alla testa dell'uomo, tirò quindi il grilletto della pistola... che non emise nient'altro che un sordo "click". Scarica.  Si voltò di scatto verso Mickey. "Davvero?", chiese incredula lasciando cadere la pistola a terra. Prima che lui potesse risponderle, però, si gettò alla carica verso le due figure, placcando quella maschile e gettandola a terra, indietro, per qualche metro.
     Tra i due iniziò uno scambio di colpi violento, crudele e sgraziato in cui Alex, approfittando dell'effetto sorpresa, riuscì a sedersi sopra il corpo muscoloso dell'avversario, colpendolo rabbiosamente e più volte al busto e al volto; non era mai stata molto brava nel corpo a corpo, non aveva mai seguito alcun tipo di corso e non aveva mai pensato di irrobustire la sua corporatura eccezionalmente asciutta, perché (fortunatamente) gli esseri con cui trattava di solito non avrebbero fatto una piega davanti a un pugno o a un calcio. Ma quello con cui stava combattendo in quel momento era un essere umano, o almeno lo era stato in qualche momento della propria esistenza, e la sua speranza in quel momento era di dimostrarsi più cattiva di lui nel minor tempo possibile. Non propriamente una grande idea. Il vantaggio dell'investigatrice durò solo fino a quando la grande differenza fisica con il proprio avversario non cominciò a farsi sentire per davvero, quindi non più di qualche secondo. Con un impressionante colpo di reni, e bloccandole del tutto le braccia, l'energumeno rovesciò la situazione e si mise a sua volta sopra di lei, premendole un braccio contro il collo e immobilizzandola a terra. Poi, con la mano libera, si abbassò il panno sugli occhi rivelando due pupille completamente opache e risplendenti di una luce violaceo-azzurra: quando iniziò a parlare, la sua voce era lontana e ineffabile, del tutto soprannaturale.
     "Oh, ma guarda chi c'è. Alessandra... la pecora nera della famiglia.".
     Alex riconobbe immediatamente il suo vero interlocutore. Si trattava del "boss" dei due energumeni, lo Schiavista, una delle entità occulte più pericolose di tutte e tra le cose più simile ai “demoni” spiritualmente intesi esistesse per davvero nell'universo reale.
     Cercò di divincolarsi dalla stretta con tutte le proprie forze, invano.
     "Lascia stare, piccola, non ce la farai", riprese la voce soprannaturale. "In questo momento Mickey sta ricevendo più soldi di quanti possa sperare di rimediarne in uno qualsiasi dei suoi lavoretti, e continuerà a stare in affari con me fino alla fine dei suoi giorni. Ecco come stanno andando per davvero le cose".
     "Perché fai questo?" chiese Alex sforzandosi di far uscire la voce dalla gola schiacciata sotto l'avambraccio del proprio avversario.
     Era una domanda stupida, ma anche l'unica che le balenasse in testa in quel momento.
     "Perché è quello che faccio, dall'alba dei tempi. Tu non riesci a capire quanto sia gustoso per me seguire i rapporti degli esseri umani, distruggerli, e poi costringerli a crearne di nuovi! L'amore, come qualsiasi altra cosa, è una merce. Non può rimanere immutato in eterno, deve muoversi, fluttuare, cambiare direzione e orientamento... ormai dovreste esserci tutti abituati. E poi, dove troverei questi miei simpatici aiutanti, se non nella disperazione più cupa?”.
     Mentre l'energumeno si rimetteva il panno sugli occhi, Lo Schiavista disse ancora: "So che sei abituata a metterci i bastoni tra le ruote, ma questa volta non ci puoi fare proprio nulla".
     Quindi, colpì Alex in volto con tutta la forza a propria disposizione.
     L'investigatrice riaprì gli occhi soltanto alcune ore più tardi.
     La luce che filtrava dalla saracinesca, adesso aperta del tutto, era molto più debole e bassa di prima. Il magazzino era vuoto: Mickey e i due energumeni se ne erano andati e il cerchio di sabbia ormai spezzato in più punti con dentro le povere vestigia della vita precedente del ladruncolo era tutto ciò che rimaneva, assieme alle poche macchie di sangue che imbrattavano il pavimento nei pressi del punto in cui si trovava Alex.
     Lentamente, si rimise in piedi.
     La testa le faceva male quasi quanto le braccia e la mascella e dovette impiegare qualche istante per riacquistare completamente l'equilibrio, per uscire dal magazzino a piccoli passi.
     Appena fuori, tirò un lungo sospiro gonfio di tutto, tranne che di sollievo.
     Aveva perso, non era riuscita a portare a termine il caso.
     Come l'avrebbe detto a Luca? Un ragazzo poco più che ventenne sarebbe mai riuscito a capire davvero che non c'era alcuna soluzione alla scomparsa del suo sentimento, e che avrebbe dovuto passarci sopra, costruirsi una vita per conto proprio, altrimenti si sarebbe trasformato in un mostruoso ammasso di muscoli al servizio di uno dei peggiori figli di puttana dell'universo?
     Mentre metteva in azione i piedi quasi senza rendersene conto, la risposta gli passò davanti agli occhi senza alcuna difficoltà. Certo che sì. Per sua stessa ammissione, lo Schiavista faceva il suo giochetto con le emozioni da quando esistevano gli esseri umani: tutti l’avevano superata, e ci sarebbe riuscito anche lui, probabilmente senza nemmeno accorgersene.
     Dopo un paio di minuti, Alex riuscì finalmente a rendersi conto del cammino che avevano intrapreso le sue gambe inconsciamente. Era in corso San Maurizio, diretta verso il luogo che più preferiva in tutta Torino, la piazza della Gran Madre di Dio. Sorrise debolmente. Il suo corpo sapeva bene ciò che le serviva in quel momento: alcool e un po' di pace nel bel mezzo del centro esoterico della città.
     Improvvisamente, si sentì stringere con forza una spalla.
     Si voltò di scatto, pronta di nuovo a combattere, ma si trovò davanti un uomo sui settantanni basso e molto stempiato, con una camicia a quadri color ocra e un paio di spessi pantaloni tenuti su da una cintura di cuoio. Guardando il suo volto gonfio e tumefatto attraverso le spesse lenti dei suoi occhiali, l'uomo le indicò il semaforo dall'altra parte della strada.
     La luce rossa era accesa.
     Alex gli rispose con un cenno imbarazzato e cercò di calmarsi. Si guardò attorno, squadrando i diversi negozi che si aprivano lungo il corso lastricato del marciapiede. Il suo sguardo si fermò sui led lampeggianti dell'insegna verde bottiglia di una farmacia, che segnava alternativamente l'ora, la temperatura e la data di quel giorno.
     Come accadeva sempre, sembrava che ogni elemento sul pianeta facesse a gara per ricordarle quel che aveva perso; la sua mente corse senza che potesse impedirlo a Miquèl.
     Chissà dove si trovava, in quel momento.
     Chissà quanto ancora sarebbe durato questo suo sentirsi incompleta e fragile.
     Forse per sempre.
     Già, Luca aveva ancora tutta la vita davanti, e in qualche modo sarebbe uscito da tutto quel casino.
     Ma lei?