sabato 22 marzo 2014

WORLD WIDE WEB

Un caloroso saluto a tutti voi che state dall'altra parte dello schermo!
Allora, come ve la passate? La primavera ha rimesso in circolo il vostro sangue con più forza e calore di prima, o vi ha ridotti a uno straccio, devastati dall'allergia al polline?
Comunque stiate, sono certo troveremo un minuto di tempo per parlare.
No, non del Signore... di Internet (com'era facile evincere dal titolo di questo nuovo post)!

Ebbene sì, l'argomento principe di questo nuovo racconto breve è proprio l'Internet e il suo significato nelle nostre vite. Come discorso è molto complesso, e bisognerebbe parlarne per ore e ore... ma non le abbiamo né io né soprattutto voi. Quindi in questa storiella troverete un po' di punti di vista del sottoscritto sulle nuove tecnologie e sui rapporti "virtuali": leggetelo e cercate di non prenderla troppo a male.
Come sempre, io per primo sono il bersaglio di quello che ho scritto.
WORLD WIDE WEB è strano. Ho impiegato più tempo del solito a scriverlo, ed è sia un piccolo ritorno alle atmosfere dei primi racconti (chiuse e "horrorifiche"), che qualcosa di inedito qui sul blog (è una sorta di "rivisitazione" di eventi storici, diciamo così... un tipo di narrazione che devo dire non mi dispiace!).

Ad accompagnarvi, ritornano i MINISTRI, con "Una palude": la parte finale di questa canzone incredibile, è particolarmente adatta al racconto. E a gran parte delle nostre esistenze, diciamolo pure.

Buona lettura,
Simone

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     La chiave dell’abitazione fece i suoi soliti tre scatti nella serratura, ma con una rapidità nervosa del tutto innaturale, e poi la porta dell’appartamento si aprì di scatto. Il buio copriva qualsiasi cosa e il basso e ritmato russare di Julie era l’unico suono udibile: la mezzanotte era passata già da un bel pezzo.
     Paul fece scattare l’interruttore e un lampo di un bianco purissimo esplose improvviso, rivelando i contorni del corridoio e del grande salone.
     Con delicatezza si richiuse la porta alle spalle e vi ci appoggiò la schiena contro, ansimante.      
     ‹‹ Casa. ›› ripeté mentalmente per alcune volte, cercando di concentrarsi sulle accezioni positive del termine per fugare almeno un po’ l’ansia.
     Rallentata la respirazione, si fece avanti verso il vecchio attaccapanni che la moglie aveva ereditato (come in sostanza ogni singola cosa che avessero) dalla sua ricca famiglia, e vi appese il lungo soprabito nero dal collo alto e il suo fedele borsalino grigio scuro.
     Improvvisamente, percepì un movimento alle sue spalle, e si girò di scatto.
     L’alto e stretto specchio riccamente decorato che Julie aveva installato a qualche metro dalla porta d’entrata, gli restituì l’immagine di un uomo sui trentacinque anni di statura media, magro ma un po’ appesantito, con il volto perfettamente rasato e un accenno di pelata nel mezzo dei corti capelli scuri. Il suo riflesso indossava una camicia bianca, pantaloni a coste marroni, un paio di bretelle bordeaux molto eleganti, scarpe scure, e aveva con sé una comunissima valigetta di pelle nera: non c’era proprio nulla che lo rendesse esteriormente dissimile da qualsiasi altro professore di psicologia dello stato.
     Guardando il proprio riflesso, desiderò di poter provare quella sensazione di anonima tranquillità per sempre. Ma se anche qualcuno avesse potuto esaudire il suo desiderio, cosa di cui dubitava, non doveva essere in ascolto in quel momento: dopo un po’, Paul rivolse le spalle allo specchio, dirigendosi lentamente verso il soggiorno.
     Dall'imboccatura della grande stanza, il parquet del pavimento, la superficie dell’enorme credenza e del lungo tavolo da pranzo che stava davanti a essa, lo salutarono con entusiasmo scintillante e una vampata di odore di lavanda tanto forte da essere quasi visibile.
     Julie doveva aver di nuovo fatto le pulizie, si disse Paul con un po’ di rammarico.
     Da qualche tempo, per lei era diventato un appuntamento giornaliero irrinunciabile, per la precisione da quando lui aveva smesso di seguire i normali orari dell’università, per iniziare a tornare tardi la sera e uscire la mattina prestissimo. Non si rivolgevano quasi più nemmeno la parola, nelle rarissime occasioni in cui avevano modo di incontrarsi durante il giorno, ma come psicologo Paul non aveva faticato a capire che quella delle pulizie stava diventando una vera e propria mania.
     Si tolse le scarpe e le lasciò contro la parete, quindi si avvicinò al tavolo e vi appoggiò sopra la valigetta nera, sforzandosi di ignorare il profondo divano dalla federa color panna alla sua sinistra, sapendo perfettamente che se vi si fosse seduto non avrebbe mai raggiunto il letto.
     Cercando di fare il minimo rumore possibile, sbottonò la camicia e si tolse i pantaloni, piegandoli con attenzione sul tavolo. Quindi li prese e seguendo il lento russare di Julie s’immerse nel buio assoluto in cui giaceva la stanza da letto, cercando tentoni la piccola poltrona imbottita su cui era solito riporre il pigiama di cotone a grossi quadrati arancioni; dopo un po’ lo raggiunse, e se lo infilò rimanendo sulla soglia della camera, sfruttando la luce del soggiorno.
     Prima di ritornare definitivamente dentro, rivolse uno sguardo distratto alla porta semi-aperta della cucina, a poca distanza dalla credenza.
    Riuscì a intravedere la superficie del frigorifero, con sopra appiccicata l’ultima edizione del calendario bianco che Julie comprava tutti gli anni; i giorni e il mese erano scritti troppo in piccolo perché fossero leggibili da quella distanza, ma la grossa scritta rossastra “1971” era perfettamente visibile.


     I suoi occhi impiegarono qualche secondo per abituarsi completamente al buio della camera. Quando ci riuscirono, Paul avanzò lentamente fino al lato sinistro del letto e scostate le coperte e il lenzuolo s’infilò a fianco della moglie.
      Non si avvicinò, non la sfiorò nemmeno.
     Non lo faceva da così tanto tempo che l’idea gli percorse per un solo istante l’anticamera del cervello, andando a unirsi agli altri terribili pensieri presenti: ciò che era successo nelle ore precedenti, quello che aveva visto e che era stato costretto a fare, pulsava ancora contro le sue tempie come un martello pneumatico.
   Nell'istante stesso in cui poggiò la testa contro il morbido cuscino bianco candido, comprese che addormentarsi non sarebbe stato per niente facile.
    All'improvviso, drizzò la schiena e si mise seduto, le mani raccolte al petto e lo sguardo fisso nel buio vuoto. ‹‹ Credo andrò all'inferno, Julie. Non era mia intenzione, lo giuro. ››, disse a bassa voce.
    Fu come se avesse sputato a terra un grosso grumo di catarro: subito si sentì più libero e leggero, ma pochi istanti dopo capì che non lo era abbastanza.
      Se voleva trovare un po’ di pace, doveva continuare a espettorare le proprie intime ombre.
     ‹‹ Io… non era così che avevo immaginato sarebbe andata a finire tra noi. ››, disse di getto, come per interrompere un’inesistente replica da parte di Julie. ‹‹ Forse tu sì, a stare ad ascoltare tuo padre… o il colonnello Higgins, come sono ancora obbligato a chiamarlo dopo quattro anni di matrimonio, soltanto perché non corrispondo all'ideale di uomo che ha sempre avuto per te. ››.
     ‹‹ Ma chi voglio prendere in giro? La colpa non è sua, e tu hai resistito molto più del dovuto con un uno come me. Dio, vorrei fosse facile dare un significato a tutto... ››.
      S’interruppe improvvisamente, traendo un lungo sospiro, in cerca della forza per continuare.
     ‹‹ Due anni fa, l’Università è stata avvicinata dall'Agenzia per i Progetti di Ricerca Avanzata. L’ARPA è… beh, ecco, da qualche parte dentro di me sono ancora convinto si tratti dei “buoni”; l’agenzia è nata subito dopo il lancio dello Sputnik da parte dei comunisti, per non rimanere indietro sul fronte della tecnologia, il vero campo di battaglia di questa Guerra Fredda. ››. ‹‹ Il progetto in cui hanno inserito il rettore prevedeva di creare una “rete virtuale” con cui collegare il maggior numero possibile di computer, così che potessero scambiarsi informazioni in modo assolutamente protetto, l’ARPAnet. Il più della gente che è stata messa a parte della cosa è sempre stata convinta che in ballo ci fossero soltanto interessi militari, ma non è così: dopo i primi mesi di vita dell’ARPAnet, io e alcuni altri professori siamo stati messi al lavoro su quello che è sempre stato il loro vero obiettivo. ››.
    ‹‹ Di fatto, abbiamo realizzato a un vero e proprio esperimento sociologico. ››, continuò Paul dopo qualche istante, molto serio. ‹‹ Abbiamo riunito nove persone, uomini e donne tra loro sconosciuti con gravi problemi emotivi, e per tre ore al giorno le abbiamo poste in altrettante stanze singole, ciascuna con un computer collegato all’ARPAnet: potevano comunicare unicamente tra di loro attraverso le “electronic mail”, un programma all'avanguardia del tutto innovativo. Ogni settimana, abbiamo fornito loro un argomento, di vario genere, spingendoli a confrontarsi liberamente.››.
    ‹‹ Che tu ci creda o no, con il passare del tempo i soggetti hanno cominciato a mostrare nettissimi miglioramenti, abbandonando le loro inclinazioni violente nel rapporto reale con gli altri. Spulciando le loro conversazioni, però, è diventata subito chiara l’origine di questi miglioramenti: probabilmente giustificati dal fatto di parlare attraverso un computer, infondevano nel rapporto virtuale tutta la loro frustrazione, scagliandosi l’uno contro l’altro a ogni occasione, per lo più senza un motivo reale. ››.
     Paul si sistemò meglio sotto le coperte, e nemmeno l’ennesimo cigolio del letto riuscì a interrompere il sonno di Julie. Prima di riprendere, cercò di ricordare il senso di gioia e trionfo che aveva provato assieme ai colleghi in quella prima fase dell’esperimento: era uno stato d’animo che gli risultava così alieno e lontano, in quel momento, da indurlo a dubitare che fosse mai davvero esistito.
      ‹‹ I soggetti avevano raggiunto un equilibrio che in anni di terapia era sempre parso impossibile. Erano più felici, e pensavo che renderli tali fosse il fine ultimo del progetto: combattere la diffusione delle idee comuniste con la felicità e il benessere. Non ho potuto non dirti nulla, lo capisci anche tu, è un progetto per il Dipartimento della Difesa. Ma non posso non pensare al fatto che se ti avessi spiegato tutto prima, non saremmo finiti per diventare due estranei. ››.
       In realtà, nel momento in cui aveva compreso i miglioramenti dei nove soggetti, il suo primissimo impulso era stato quello di raccogliere dati e appunti e di sbatterli in faccia al colonnello Higgins: ora era anche lui un soldato nella guerra più importante della sua generazione.
       Questo, però, Paul evitò di aggiungerlo e continuò.
      ‹‹ Dopo un successo del genere, ovviamente, l’ARPA non è rimasta con le mani in mano e ha subito lanciato la seconda fase del progetto, che ha comportato l’interruzione delle sedute con l’ARPAnet: era l’unico modo per comprendere quanto fossero profondi i loro miglioramenti. E sembravano esserlo davvero, almeno fino a questa mattina. ››. ‹‹ Non ho avuto nemmeno il tempo di sedermi alla scrivania. La notizia che tutti e nove i soggetti, durante la notte, si erano macchiati di azioni incomprensibilmente violente, mi ha colpito senza preavviso: in tre casi queste azioni hanno portato alla morte di altre persone, e sono dovute intervenire le forze dell’ordine, che l’ARPA è però riuscita a scavalcare, facendoci riconsegnare i soggetti. Per evitare che facessero del male anche a noi, abbiamo immediatamente avviato i nostri computer e dato loro un nuovo argomento di cui discutere. Si sono calmati nel giro di qualche minuto. ››.
       Paul s’interruppe di nuovo, massaggiandosi le tempie con i palmi delle mani. Il mal di testa era diventato quasi insopportabile.
       Buttare fuori tutto quello che aveva dentro si era rivelato abbastanza semplice, fino a quel momento, ma ora doveva ammettere ad alta voce di aver fatto un grossissimo errore di valutazione, di aver travisato gli intenti di quelle persone che l’avevano ingaggiato per “rendere grande l’America”, e l’ammissione di colpa non era mai stata uno dei suoi punti forti.
       Improvvisamente, scoppiò in un pianto soffocato e nervoso.
       ‹‹ In giornata, poi, la direzione dell’ARPA ci ha informati che il reparto di sviluppo dell’ARPAnet, ieri, è riuscito a collegare ben ventitré computer, e che è necessario implementare nuove cavie nel nostro progetto. “Cavie”, capisci? Hanno detto proprio così. ››. ‹‹ Che cosa sono state quelle tre persone uccise, per l’ARPA? Danni collaterali, un incidente… oppure qualcosa di ancora più grave? A te che cosa sembra che abbia fatto, ora come ora, entrando in affari con l’ARPA? Perché io non sono più molto convinto di aver fatto del bene, sinceramente. ››.
       Quelle domande rimasero sospese all'interno della camera, fastidiosamente presenti come una mosca, o una zanzara. Paul ripensò a suo suocero, e dentro di sé ringrazio Dio di non averlo reso partecipe dei successi del progetto: fallire dopo aver acquistato la sua fiducia, sarebbe stato davvero devastante. Il colonnello Higgins avrebbe probabilmente detestato le sue lacrime, dicendogli che non esiste pace siglata con inchiostro diverso dal sangue delle persone comuni, ma lui aveva combattuto per la libertà contro i nazisti, per dare un futuro al mondo intero.
       Paul, nel 1971, per quale ideale combatteva davvero?
       E che cosa stava contribuendo a creare, per le generazioni future?
       I suoi dubbi furono interrotti da un improvviso mugugno di Julie, che rigirandosi al di sotto delle coperte si voltò in sua direzione.
       Gli occhi cisposi e ancora semi-addormentati, la bocca impastata, disse: ‹‹Che ore sono? ››.
      ‹‹ È… tardi. ››, le rispose lui, tirando su con il naso ed evitando di guardarla per paura che anche nel buio più totale potesse scorgere questa sua nuova debolezza.
       Sbuffando, Julie tornò a dargli le spalle, addormentandosi quasi immediatamente.
      Paul, dal canto suo, si mise di nuovo sdraiato, in posizione identica alla sua, ma direttamente opposta: i pochi centimetri che li separavano tornarono a essere anni luce. Strinse con forza gli occhi, e dopo un po’, quasi senza accorgersene, la raggiunse tra le braccia di Morfeo.

venerdì 14 marzo 2014

LA PUBBLICITÀ E' L'ICORE DEL COMMERCIO (IV)

Un grandissimo saluto a voi che state dall'altra parte dello schermo!
E benvenuti a quello che è il ritorno su questo blog della vostra rubrica preferita: LA PUBBLICITÀ È L’ICORE DEL COMMERCIO… ovvero una serie di informazioni sui miei progetti vicini e lontani.
Come già vi avevo promesso, tante cose da dire, in questo post, quindi direi di non indugiare oltre e di partire immediatamente con questa nuova palata di cazzi miei.

Prima di tutto, un annuncio: l’8 giugno (domenica) e il 25/26/27 luglio (venerdì, sabato e domenica) mi potrete molto probabilmente trovare a due fiere piemontesi: la nuova edizione di PeveComics, a Peveragno in occasione della “Fragolata”, e al Vinadio Comics Festival, manifestazione culturale che avrà sede nella suggestiva location del Forte di Vinadio (ovviamente in provincia di Cuneo).
La vera notiziona, però, è che con tutta probabilità a nessuna delle due fiere sarò presente come semplice visitatore, ma con un vero e proprio stand assieme a tre mirabolanti fanciulle!
Che cosa potrete trovare in questo “stand a quattro”, quindi?
Prima di tutto ci troverete Federica Saorin e Stefania Caretta, rispettivamente co-sceneggiatrice e disegnatrice del mio primo (e ora come ora unico) progetto a fumetti, STATU QUO (un po’ di materiale preliminare su STATU QUO lo trovate a questo link: https://www.facebook.com/STATUQUOfumetto?ref=hl).
Come già saprà chi mi segue fin dall'inizio, STATU QUO è ambientato nell'Italia del XIII° secolo, e descrive la crociata storicamente vera che ha interessato il Nord-Est della nostra penisola: in un periodo in cui comuni, Imperatore e Stato della Chiesa combattono costantemente per affermare ciascuno il proprio potere, la natura dell’italiano, che ci ha portato e ci porta poi sempre più spesso alla deriva, viene snudata e criticata in modo inaspettato e sorprendente.
Bella eh? La descrizione, dico. L’ho provata per cinque ore, davanti allo specchio.
Dirvi con precisione cosa poteremo alle due fiere su STATU QUO è praticamente impossibile per me, in questo momento.
Di certo ci sarà un sacco di materiale promozionale, e qualche disegnino, se sarete gentili ed educati, Stefania ve lo farà sicuramente.

Ma STATU QUO non è l’unico progetto che vedrete a Peveragno e a Vinadio… oh, proprio no.
Posso finalmente svelarlo all’etere tutta la faccenda; sto preparando, assieme all'illustratrice Vanessa Rubino (ecco la sua pagina facebook: https://www.facebook.com/illustratorvanessarubino?fref=ts), una raccolta dei racconti che avete fino adesso letto soltanto qui sopra.
La raccolta s’intitolerà SEIOCCHI e raccoglierà proprio sei dei racconti che vi ho proposto in questi mesi, legati idealmente da un filo conduttore che soltanto leggendo la raccolta stessa potrà risultare chiaro: a impreziosire il tutto (e a rendere ovviamente più sensata un’iniziativa di questo tipo), saranno proprio le illustrazioni di Vanessa… che sinceramente io non mi perderei, se fossi in voi.
Immaginerete che questo mio secondo libro sia autoprodotto totalmente. E a ragione.
Quindi ciò che davvero vi chiedo è di fare un piccolo sforzo, e di comprarlo. Aiutate un povero, giovane scrittore altrimenti disoccupato a iniziare la propria folgorante carriera. Almeno, fatelo per solidarietà tra “poveri, giovani e disoccupati”.
SEIOCCHI è praticamente pronto, dobbiamo soltanto procedere con la stampa.
Ed è qui che entrate in gioco voi: scrivete un messaggio sulla mia pagina facebook (https://www.facebook.com/simone.jimmy), oppure al mio indirizzo mail (simone.giraudi@hotmail.it), per prenotarne una o più copie: avrete tempo da oggi (14 marzo), per circa un mese (14 aprile).
Potrete venire a ritirarle in fiera, a Peveragno o a Vinadio… altrimenti ho già un’idea su come farvele avere. Ma perché lasciarsi scappare l’occasione di visitare le due manifestazioni?
Questo, per chi non lo sapesse, è un sistema di stampa che si chiama “on demand”, e permette a noi, sostanzialmente, di non pagare per X copie finendo poi per venderne molte meno.
Chiaramente, però, più copie facciamo stampare, meno ci costerà farlo e quindi più basso potremo mettere il prezzo: ora direi che sta a voi, no? Ci si riempie sempre la bocca di moniti a favore degli indipendenti, dell'underground, delle piccole realtà che rifiutano di farsi strada attraverso i canali convenzionali… beh, direi che questa è una buona occasione per essere coerenti, no?

L’ultimo “progetto” con cui sarò presente alle due fiere, nonostante non sia mio e anche al TorinoComics l’11, il 12 e il 13 aprile, è quello di ECLISSE, quella fanzine autoprodotta di cui vi avevo già parlato in una scorsa puntata di L.P.I.C. (ecco il link al sito: http://www.collettivoeclisse.com/).
Per chi non lo sapesse, ECLISSE è creata da ragazzi della provincia di Cuneo, che s’impongono un tema per ogni uscita e lo sintetizzano attraverso diverse forme d’arte: il disegno, la scrittura, la fotografia e tante altre.
È una lettura davvero divertente e interessante, e soprattutto fatta con serietà, e mi è stata data l’opportunità di collaborarci negli ultimi due numeri; a Torino, Peveragno e Vinadio potrete trovarli allo stand apposito, e godere di frutti del lavoro mio e degli altri talentuosi ragazzi… il tutto a pochissimo prezzo. Meglio di così!

Basta, le novità sono finite: tutti liberi.
Non dimenticate di contattarmi, entro il 14 aprile, per assicurarvi una copia di SEIOCCHI e, ovviamente, di venire a ritirarla in fiera.
Noi ci si sente presto: “Road Trippin’” dei RED HOT CHILI PEPPERS era da un po’ che non risuonava tra queste pagine, ma ora ve la potete tranquillamente gustare.

Simone



giovedì 13 marzo 2014

ALTRI CONATI (IV)

Un grande abbraccio e l’ormai solito saluto a tutti voi che state dall'altra parte dello schermo!
Sono le 00:18 di martedì 11 marzo, e mi decido finalmente a scrivere il primo post di questo terzo mese del 2014. Un po’ in ritardo rispetto alla tabella di marcia, eh?
Già, questo mese è un po’ così, causa vari impegni, tra cui:
-Vita privata e sociale (che nonostante cerchi sempre di ridurre al minimo, spesso prende prepotentemente il sopravvento)
-Partecipazione a diverse attività (visite e ospitate a mostre e manifestazioni locali, molto piccole ma comunque impegnative)
-Lavoro (questo purtroppo ci pensa da solo a ridursi al minimo indispensabile)
-Etc. Etc. Etc. fate voi
Spero mi perdonerete, quindi, e abbiate voglia di aspettare un po’ di più per la vostra razione mensile di CONATI DI ANIMA.
Se ancora non siete convinti, posso aggiungere che alcuni degli impegni riguardano un paio di cose di cui sto finalmente tirando le fila: presto ci sarà il grande ritorno di una rubrica che da un po’ di tempo non spuntava più fuori qui sopra… mi piacerebbe dire “stay tuned”, ma mi sentirei un idiota.

In ogni caso, eccoci ancora una volta qui con quello che è ormai diventato un appuntamento fisso, ovvero gli ALTRI CONATI: la rubrica in cui vi consiglio un libro, un fumetto e un film che ho letto/guardo e indiscutibilmente amato.
Come sempre tenete conto che non ho l’autorità, né la conoscenza, necessaria a fare la critica di un film, di un fumetto o di un libro, ma che i miei sono semplicemente pareri personali.
So, as always: che stia alla larga chiunque voglia rompermi le palle.

CREATURE DI VETRO - di Chiara Dutto
Iniziamo questo quarto appuntamento promuovendo un’autrice locale… e con locale intendo “che abita a meno di dieci chilometri da casa mia”.
CREATURE DI VETRO, edito da Primalpe, è tante cose, secondo me.
Prima di tutto è un buon libro. Lineare, chiuso, quadrato, metteteci voi il sinonimo che preferite.
In seconda battuta è una storia “umile” (ora spiego): parla di grandi temi, come l’amore, la bellezza, il senso della vita, senza avere a monte la pretesa di regalarci verità assolute. Cosa rara.
Infine, è qualcosa di prettamente personale, che l’autrice aveva una gran voglia di lasciare uscire e non si è limitata, nel farlo; ecco, questa è forse la caratteristica più importante. La spontaneità.
Vale veramente la pena di leggerlo? Sì.
Ma soprattutto vale la pena aiutare una persona capace di fare questo dannato mestiere, a continuare a farlo per davvero. Che aspettate?

ATOMIKA. GOD IS RED - di Sal Abbinati e Andrew Dabb
Piccolo antefatto: quest’anno, al LuccaComics&Games, mi sono scoperto un po’ più reticente del solito a spendere i miei poveri averi. Quando mi sono trovato davanti allo stand di Alex Ross (se non sapete chi è ponete rimedio da soli, io sono esausto), però, ho visto questo ATOMIKA, GOD IS RED, una serie di spillati in formato americano e un volume unico con gli ultimi capitoli, totalmente in inglese.
Devo ammetterlo, non avevo idea di cosa fosse.
E da bravo idiota il fatto che fosse tutto in lunga anglosassone ha fatto fin da subito presa su di me (come se né io né nessun altro al mondo avessimo mai letto libri/fumetti in lingua originale…): ho preso tutto il pacco e me ne sono andato via, gongolante.
Di solito, in queste occasioni, rimango deluso e mi maledico per la mia stupidità e la volta successiva ci ricasco.
Questa volta, invece, dire che mi è andata bene è dire veramente poco.
ATOMIKA, GOD IS RED è un fumetto supereroistico parecchio anomalo.
Inizia negli anni ’60 di una Terra alternativa (?), in cui l’Unione Sovietica è guidata da un gerarca autarchico, crudele e superpotenziato, e ha come protagonista proprio Atomika, un essere dai poteri divini graficamente simile al Dottor Manhattan di Watchmen (credo del tutto volontariamente): le sue avventure sono un’allegoria della rivoluzione comunista molto interessante e ben poco “politicamente corretta”.
Ci sono un’infinità di motivi per recuperarlo ed è una di quelle classiche opere in cui chiunque può trovarci dentro qualunque tipo di messaggio.
Fidatevi di me, e recuperatelo senza indugio.


DAGON, LA MUTAZIONE DEL MALE - di Stuart Gordon
Come forse saprete, sono un grandissimo appassionato di tutto quel che riguarda la cosmogonia lovecraftiana. Sì, insomma, ho letto molto di ciò che ha scritto Howard Philips Lovecraft.
Potevo quindi farmi sfuggire DAGON, LA MUTAZIONE DEL MALE?
Beh, la verità è che stavo per farlo: la prima volta che ho deciso di guardarlo, l’ho fatto con il classico spirito del “Film da Domenica Pomeriggio”.
Avete presente, no? Il film guardato perché non sai che altro fare, magari con un paio di amici con cui coprire i tre quarti delle battute con le prime stronzate che ti vengono in mente… ecco, quello.
Non fraintendetemi, sono un fan del “FdDP” quanto lo sono di Lovecraft, ma fin dall'inizio del film ho dovuto abbandonare quell'ottica: perché DAGON, di fatto, è uno dei migliori esempi di trasposizione libro-film che sia stato dato all'umanità.
Scena dopo scena, capisci perfettamente che c’è tutto Lovecraft in ogni singolo scatto, e non nel senso che ripercorre pedissequamente ogni frase o paragrafo, ma perché ne mantiene perfettamente l’anima, il senso, l’atmosfera e il significato.
Il resto, sono solo chiacchiere da nerd senza cognizione di causa, per quanto mi riguarda.
Nessuno che si professi amante e conoscitore delle opere del vecchio Howard può lasciarsi scappare questo film… come un paio di altri, ma ne parleremo un’altra volta.


E anche questa volta siamo arrivati al termine del vostro appuntamento preferito.
Dai, che lo sappiamo tutti che lo è per davvero: non mentite a voi stessi.
Noi ci si risente tra qualche giorno (qualche=devo ancora cominciare a buttare giù tutto), con il nuovo racconto breve.
E, se tutto va bene, con un po’ di info sulle novità che vi sto cucinando.
Mi sento molto Dwayne Johnson, ora. “ If ya smeeel… what The Rock is cooking!”.

Stare dove sono, sotto, vi aspetta come al solito.

A presto!
Simone