lunedì 30 giugno 2014

IMITATION OF LIFE

Whatzzzapp bitches?
Un caloroso saluto a tutti voi che state dall'altra parte dello schermo: io sono Simone, e questo è il mio nuovissimo racconto breve, ancora fumante e da gustare immediatamente.
Come state, cari mentecatti?
Io bene... e con bene intendo "depresso e scorbutico abbastanza da avere una voglia di scrivere che mi dilania manco fosse Alien". La mia situazione lavorativa e la mia vita personale stanno ancora subendo un po' di cambiamenti, ma sembra che il futuro non sia poi così grigio (dipende chiaramente da che direzione lo si guarda), quindi possiamo tranquillamente dare di nuovo il via alle pubblicazioni.
E lo facciamo in grande stile, con IMITATION OF LIFE!

Questa storia non nasce come racconto breve. Tutt'altro, è in realtà una sceneggiatura, o meglio la sceneggiatura con cui ho trionfalmente passato l'esame della Scuola Internazionale di Comics nel 2011.
Funzionava, come sceneggiatura, dico davvero. Ma praticamente nello stesso periodo Emmerich ha deciso di far uscire il suo "Anonymous", e io mi sono sentito dire che non era il momento di vederla realizzata.
L'idea di IMITATION OF LIFE è rimasta così nel mio cervello in questi ultimi trentasei mesi, e adesso è tempo di darla a voi: tutto quello che vi serve sapere è che nell'estate del 1613, la prima rappresentazione dell'Enrico VIII è stata interrotta da un terribile incendio scatenato ancora non si sa bene da cosa.

Ah, CONATI DI ANIMA è arrivato ormai a un anno di vita: per festeggiare sono in programma un paio di appuntamenti interessanti di cui vi terrò informati... ma intanto a chiunque mi dirà, entro domenica 12 luglio, il nome del personaggio misterioso celato all'interno del racconto, io offrirò una birra (dovremo incontrarci in qualche modo, quindi prima di scrivere valutate la nostra distanza geografica!).

Buona lettura,
Simone
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    Come tutte le altre fin dall’inizio dei tempi, anche l’estate di questo 1613 londinese assomiglia molto a un’ostinata e malinconica primavera che non vuole decidersi ad andarsene del tutto.
     Nella leggera brezza notturna che accompagna il lungo corso del Tamigi, i cui flutti sciabordano a qualche metro di distanza da me, non c’è traccia di calore. Le acque, sporche e malsane, sono nere come la pece e come l’agglomerato di edifici indistinguibili che compongono il quartiere delle playhouse; uno dopo l’altro, i teatri in cui mi sono esibito nel corso degli anni mi sfilano ai lati come grossi monoliti oscuri, come inquietanti stendardi di un’epoca vicina, ma che non mi appartiene per nulla.
    Le uniche luci distinguibili nel paesaggio notturno che mi circonda sono quelle del vicino Blackfriars Bridge, oltre a quella opaca e moribonda della luna piena.
      I miei occhi stanchi, che tengo sbarrati per far abituare le pupille alla densa oscurità, si fissano sulle arcate del ponte, dalle quali sembra penzolare, grazie a una stretta corda, una figura che non riesco a riconoscere, percorsa dagli spasmi dell’impiccagione.
    Non sembra essere vestita come qualsiasi altro uomo del mio tempo e sotto di lei, sopra le acque del fiume, c’è una piccola scialuppa con altre due persone sconosciute.
    Chiudo le palpebre per un secondo e le tre figure scompaiono come se non fossero mai state lì e me ne dimentico quasi subito.
     Sposto quindi lo sguardo verso la grassa Signora lattiginosa fissata in mezzo al cielo buio.
     Lei mi guarda, impassibile e immutabile, giudicandomi silenziosamente da sopra le nuvole con la sua solita faccia butterata. Ha sempre fatto così: conosce i segreti più intimi di ciascun essere umano, e li porterà ben celati dentro di sé anche dopo la nostra morte.
     Lei sa che cosa voglio fare, quindi, sa perché sono qui.
     Le rivolgo un cenno del capo, come per salutarla.
     Lentamente mi rivolgo di nuovo alle acque cupe che scorrono oltre la banchina.
     Mi avvicino, perdendomi nei loro flutti indistinguibili; nonostante la mancanza d’illuminazione, so che su di essi sta scorrendo il mio riflesso.
     Dovrebbero esserci gli ormai radi capelli rosso-bruni, il pizzetto puntuto, i baffi sottili e spruzzati di grigio, le sopracciglia spesse, il naso appuntito e gli occhi scuri contornati di rughe, ma non riesco a vederli nel buio della notte.
     Comincio a pensare che, forse, non ci siano. Che forse non ci siano mai stati.
     Sono William Shakespeare, e a quest’acqua buia non importa assolutamente nulla.
    Rumori lontani alle mie spalle mi riportano alla mente il fatto che non dovrei essere qui nel bel mezzo del niente.
    Mi stanno aspettando, i nomi più importanti della Londra migliore, stipati all’interno della lignea struttura circolare del Globe Theatre, al prezzo unico di un penny per i posti in piedi e due per quelli seduti. Mi stanno aspettando anche Lawrence, Richard, John, Henry, Robert e tutti gli altri King’s Men: dobbiamo mettere in scena la mia ultima creazione, l’Enrico VIII, per la prima volta in assoluto.
     Mi dispiace per tutti loro, ma non ci sarò.
    Inizieranno senza di me, o non inizieranno per niente, non m’importa: sarà un grandioso scandalo, e di certo alcuni di loro s’infurieranno, mi malediranno, magari, ma quando ripescheranno il mio corpo dal fiume tra qualche giorno, sono convinto comprenderanno il perché della mia assenza.
     Forse, se sapessero quel che sa la luna, loro per primi mi spingerebbero ad abbandonare ogni cosa.
     Ma dovrei davvero raccontare loro la verità?
     Non capirebbero, non dopo tutti questi anni.
     Perché la verità è che non ho scritto nemmeno una virgola, di questo Enrico VIII, e allo stesso modo non ho scritto nessuna delle opere che mi sono state attribuite in questi anni: non sono realmente io, il “Bardo dell’Avon”.
     Sarebbe troppo per chiunque scoprire che la mia carriera, il mio talento, in sostanza la mia intera vita, è una menzogna.
     O meglio, una mezza verità: William Shakespeare è davvero il mio nome, ma quasi tutto il resto è una grossa, gigantesca, enorme finzione.
      È iniziato tutto nel 1586.
    Avevo ventidue anni a quel tempo, e mi guadagnavo da vivere come attore in una piccola compagnia teatrale. Anne era con me da quattro anni, Susannah ne aveva tre e Hamnet e Judith uno soltanto, e le nostre possibilità realistiche di vivere una vita soddisfacente con il solo incasso delle rappresentazioni teatrali a cui partecipavo scemavano di giorno in giorno. Amavo recitare, insomma, ero convinto che fosse tutto ciò che il Buon Dio mi chiedesse di fare nella vita, ma questa mia passione stava uccidendo me, la mia famiglia e il nostro futuro.
     Una sera, con una delle nostre rappresentazioni, intrattenemmo gli avventori dell’ennesima, striminzita e sudicia taverna nei pressi di Stratford-Upon-Avon.
     Nemmeno sforzandomi potrei ricordare quello che dovevamo mettere in scena, ma sono certo di aver offerto la migliore interpretazione avessi mai realizzato fino a quel momento: non so dire perché ci misi tanto impegno, ma lo feci, e tutti gli avventori che erano venuti per lo spettacolo e non soltanto per ubriacarsi e maledire la regina, dimostrarono il loro apprezzamento.
      Uno in particolare.
      Lo si notava fin dal primo sguardo che non era uno dei soliti clienti che si potevano trovare in posti come quello, nonostante facesse di tutto per apparire tale e non dare nell’occhio. Il suo essere di una classe sociale ben più elevata della nostra lo si poteva letteralmente annusare.
    Tra tutte le persone presenti si avvicinò proprio a me, ignorando le altre, e interrompendomi mentre bevevo il mio terzo boccale di birra, desideroso di tornare a casa da Anne ma molto meno di mostrarle lo scarso guadagno della serata.
     Mi si rivolse con grande cortesia, coprendomi di complimenti per il lavoro compiuto qualche attimo prima, e rivelò di essere un grande appassionato di teatro, anche di quello praticato dalle compagnie più piccole e meno conosciute: mi disse che in tempi recenti non aveva mai assistito a un’interpretazione così forte e pregna d’amore per l’arte come la mia di quella sera.
    Si chiamava John Florio, ed era un letterato di origini italiane, molto importante, docente privato di rampolli nobiliari e a stretto contatto con le personalità filosofiche e artistiche più grandi del nostro tempo. Un uomo affascinante, specialmente per un ragazzino quasi ubriaco quale ero io in quel momento. Rimanemmo insieme per tutta la serata e John pagò ogni singola goccia di birra che ingollammo, e non furono di certo poche. Più bevevamo, più parlavamo e non impiegammo molto ad arrivare a raccontarci a vicenda i nostri desideri più intimi: è una cosa che mi sorprende, quanto sia facile aprirsi con le persone con cui non si ha alcun legame.
      Iniziai io, credo.
      Raccontai a John quella che era la mia situazione famigliare e quanto avrei voluto, semplicemente, riuscire a fare della recitazione un sostentamento per me, Anne e i bambini. Lui, in risposta, mi disse che aveva seguito così tanto le rappresentazioni teatrali da sviluppare il desiderio di scriverne alcune, nonostante il suo rango elevato glielo impedisse.
      Eravamo un poveraccio disperato e un letterato annoiato, ma di fatto molto simili.
      Eravamo entrambi ben lontani dall’essere felici, giusto?
    Forse io avrei potuto essere lui, e lui me, se il mondo avesse girato in senso opposto, e questo unì indissolubilmente le nostre anime ancor più che i fiumi di alcool.
     Senza potercelo impedire, quindi, cominciammo a fantasticare sulla possibilità che John mi pagasse per interpretare pubblicamente un talentuoso drammaturgo, e pubblicizzare le sue opere “sotto falso nome”.
     Dio, ora vorrei davvero fossero state soltanto le classiche ipotesi strampalate degli ubriachi, incapaci di resistere alla luce dell’alba come l’ultima neve d’inverno a quella del sole, ma la verità è che ci prendemmo sempre più sul serio, programmando ogni singolo aspetto di questa grande messinscena; quando finalmente il nuovo mattino fece capolino all’orizzonte, eravamo ancora in giro per le strade di Stratford, a parlare e a discutere, la sbronza ormai lontana.
     Da quel mattino la Corona poteva vantare al proprio servizio un nuovo autore teatrale, pur ancora non sapendolo: era nato il “Bardo dell’Avon”.
      Il resto lo conoscono quasi tutti.
      La “mia” carriera è stata una delle più rapide e fulgide della storia del teatro, cosa che ha permesso a me di diventare uno dei cittadini più importanti di Stratford e poi di portare Anne, Susannah, Judith e Hamnet a Londra e in giro per il regno, e a John di coronare finalmente il suo sogno nascosto di dedicarsi quasi completamente alla scrittura.
     Le mie giornate erano piene d’impegni, di prove, su prove, su prove, degli spettacoli la cui sceneggiatura John mi faceva avere ogni volta lo ritenesse opportuno; non avemmo mai più contatti diretti, per non destare sospetti, e ogni scritto mi era recapitato in gran segreto direttamente alla mia abitazione.
     Nessuno, che io sappia, si è mai accorto di nulla.
    Ogni mattina, negli ultimi ventisette anni, sono sceso dal letto e ho guardato quello che avevo raggiunto e che avevo dato alla mia famiglia, trovando in loro e nei loro sorrisi la forza per indossare per bene un’esistenza non mia fino alla sera.
     Giuro, l’ho sempre fatto per loro, possa altrimenti il Demonio portar via la mia anima in questo istante.
     Ma a lungo andare, è diventata comunque sempre più dura sostenere questo peso.
    Credo sia iniziato tutto con la morte di Hamnet; è stato un evento improvviso, inaspettato, che John ed io non avremmo mai potuto includere nella costruzione della nostra “grande menzogna”.
    Con Anne non abbiamo mai capito come sia accaduto, i pareri dei medici che il nostro denaro poteva pagare non fruttarono altro che un’accozzaglia incomprensibile di termini sconosciuti; quel che sapevamo per certo, era che fino a poco prima il nostro unico figlio maschio era forte e in salute, e adesso non lo era più.
     Mi rinchiusi nella nostra stanza per due settimane, quando finalmente compresi con certezza quel che era successo.
      Non permisi a nessuno di entrare, mai, e rimasi a digiuno.
    Per fortuna, di liquidi in una stanza da notte in qualche modo se ne trovano, e questo mi permise di sopravvivere.
   Poi, quando finalmente ritenni bastevole il mio esilio autoimposto, mi convinsi a uscire e cercai di riprendere la mia vita dal punto in cui si era interrotta, ma non mi fu del tutto possibile.
    Al di fuori della porta della camera, erano impilati, probabilmente da giorni, tre dei pacchi totalmente anonimi che John era solito spedirmi per contenere i suoi testi.
    Nemmeno in un momento del genere aveva fermato la sua trascinante produzione artistica. Quindi sì, questo fu il primo intoppo nel nostro meccanismo perfetto.
     Per qualche motivo, il senso di frustrazione per l’esistenza che mi ero costruito attorno e il dolore per la morte di Hamnet, si unirono insieme riversandosi per lo più su Judith, la mia ultimogenita. Era sorella gemella di Hamnet e inconsciamente speravo di ritrovare in lei la sua schiettezza, la voglia di coinvolgermi nei propri giochi, la curiosità e l’ammirazione incondizionata nei miei confronti: a un certo punto smisi di guardarla come una figlia, e impiegai invece un’attenzione fredda e analitica, quasi scientifica, come fosse un animale da compagnia da addestrare.
     Inutile dire che Judith non ha mai sviluppato nulla, oltre qualcosa del suo aspetto fisico, in comune con Hamnet.
     E più la differenza tra loro diventava marcata, più cresceva il mio disappunto nei suoi confronti, perché sembrava sforzarsi il più possibile per non essere assolutamente come la desideravo io.
     Il nostro rapporto cominciò quindi a deteriorarsi, e ora come ora non esiste più. Forse anche per questo recentemente si è incaponita nello sposare quel furfante di Thomas Quiney. Maritarsi a un uomo che pochi giorni prima ha messo incinta un’altra donna, colpire il buon nome della famiglia… riconosco una certa astuzia, in questo.
     Ma l’allontanamento da Judith, come ho già detto, è stato soltanto un riflesso del senso di rifiuto sempre più marcato nei confronti della realtà fittizia che mi ero costruito attorno nel corso degli anni.
   Lentamente, i panni del “Bardo dell’Avon” hanno cominciato ad andarmi sempre più stretti; non sopportavo più la cortesia, ingiustificata e quasi obbligata, dei passanti e degli amici, il dover presenziare a incontri formali con altri “artisti” troppo lunghi e inconsistenti per servire ad altro se non all’autocelebrazione dei presenti, il fatto che chiunque si aspettasse da me battute argute e profonda saggezza ogni volta che aprivo bocca e, infine, il vedere John a ogni rappresentazione, nascosto tra la folla esattamente come tra gli avventori della taverna nei miei ricordi, ben sapendo che, nella sua mente, sta mormorando sottovoce ogni singola parola di ogni singolo dialogo.
      E così, eccomi qui, nella notte londinese come un disperato qualsiasi.
     Quanti uomini, quante donne, prima e dopo di me avranno guardato e guarderanno queste acque oscure, aspettando la forza per purificare i propri turbamenti dentro di esse?
      Non ce la faccio più ad andare avanti.
    Ogni spettacolo deve raggiungere l’ultimo atto, e credo che chiunque abbia scritto il mio abbia anche programmato di finirlo adesso e in questo modo.
      Faccio un passo in avanti, avvicinandomi ancora alla banchina.
    Qualche schizzo d’acqua gelida mi arriva fin sulla fronte, ricadendo sulle mie guance e spingendomi a chiudere gli occhi, estasiato.
      Per qualche ragione, sul volto mi si apre un sorriso, credo il primo da molto tempo.
      Sono pronto. Sono…
      ‹‹William!››
    Il mio nome, forte come lo scoppio di un cannone, mi strappa al turbinio di sensazioni riportandomi prepotentemente alla realtà. Mi guardo attorno, completamente stordito dalla sorpresa: sono sul bordo della banchina, le punte dei piedi già fuori.
    Dietro di me, c’è Richard, Richard Burbage, che mi osserva inquieto con i suoi grossi occhi color nocciola.
      È in ansia, glielo si legge in faccia senza difficoltà.
      Non l’ha mai saputo, ma non è mai stato un attore bravo quanto me.
      ‹‹Che diavolo ci fai qui?››, mi chiede, quasi balbettando.
     Mi allontano lentamente dalle acque, passandomi una mano sul volto.
     Ho il respiro affannoso, mi avvicino e poggio una mano sulla sua spalla.
      ‹‹Niente››, rispondo sussurrando.
      Lui mi guarda confuso per lunghi istanti.
    Sento il suo sguardo bruciare sulla superficie della mia pelle, come se cercasse di penetrarla, come se sapesse che sotto di essa si nasconde ben altro.
      ‹‹Stai bene?››, mi chiede poi.
     No, idiota, faccio per rispondergli: non sto bene e non lo sono mai stato, ancora non te ne rendi conto? Ma, ovviamente, non lo faccio.
      Annuisco, invece, con un entusiasmo tutt’altro che naturale.
     ‹‹Se lo dici tu››, continua Richard proponendomi lo stesso sorriso che, nel corso degli anni, ha smosso i cuori di un gran numero di platee in tutta l’Inghilterra. ‹‹Allora vieni, manchi solo più tu e il Globe è stracolmo! Il posto di un autore è il teatro, no?››.
     Gli rispondo con un sorriso stiracchiato cui non riesco a dare seriamente una parvenza di sincerità e mi muovo a passi lenti, seguendolo in direzione della monolitica figura oscura del Globe Theatre, che svetta poco lontana in posizione opposta rispetto al ponte, il tempio cui conduce il viale di teatri dismessi su cui mi trovo già da qualche minuto.
Richard ha ragione, capisco dopo qualche attimo.
     Aumento progressivamente il passo.
     Un capitano non abbandona mai la propria nave.
    I loro destini sono legati, fusi l’uno all’altro dalle fiamme della battaglia più importante nella vite degli uomini, la ricerca della felicità.
      Fiamme.
      Fuoco, non acqua.
      “Totus mundus agit histrionem”

giovedì 5 giugno 2014

NON SONO CAPACE DI FARE DUE COSE ASSIEME!

No, non sono capace di fare due cose assieme.
E non è che come predisposizione sia proprio inutile, nella vita, quella di essere multitasking almeno un po'.
Ma non ce la posso fare, dico sul serio... e nonostante tutto la vita continua a buttarmi addosso tante cose, una sull'altra, nello stesso periodo.
Sapete sicuramente di cosa parlo.
Non mi lamento, certo. Chiedo solo: perché?

Un saluto a tutti voi che state dall'altra parte dello schermo, e benvenuti a un nuovo appuntamento... no, scherzo, non si tratta di nessuna rubrica, questa volta.
Tutt'altro, in effetti.
Questa è una specie di circolare, avete presente gli avvisi che passano nelle ore di lezione a scuola, di cui non frega niente a nessuno tranne forse ai bidelli che per recapitarle devono interrompere il loro cruciverba?
Ecco, quelle.
Questo post è una di quelle circolari, e il contenuto dell'avviso è che la mia vita è un casino.
Ma penso l'aveste già desunto dalla piccola introduzione.
Il punto è proprio questo: nelle ultime settimane si sono accumulate nelle mie giornate una serie di diversi appuntamenti e incombenze.
Ho cominciato uno stage nella redazione di un giornale on-line locale di Cuneo, si stanno imbastendo le possibilità per la stesura di un altro libro, sto finendo di scrivere un racconto lungo da farvi avere in qualche modo... e poi, soprattutto, SONO ARRIVATE LE COPIE DI SEIOCCHI!
Ebbene sì, finalmente sono in nostro possesso, e presto saranno in vostro: chiaramente vi terrò aggiornati in modo che ognuno di voi possa ricevere la copia prenotata!
(Intanto potreste fare un salto domenica 8 giugno, cioè questa domenica, a Peveragno per la fiera PeveragnoComics, dove io e l'illustratrice Vanessa Rubino saremo presenti e pronti a fare con voi due chiacchiere!)


Tutte queste cose combinate mi stanno rendendo quindi il continuare a respirare sempre più difficile, e per questo è con sommo dispiacere che CONATI DI ANIMA se ne va in "vacanza" per tutto questo giugno 2014: il prossimo racconto breve, che sarà qualcosa di molto particolare (almeno per me!), uscirà per luglio... ovvero per il primissimo anniversario del blog!
Non siete esaltati?
Siatelo!

Quindi ci risentiamo presto: voi intanto, se volete, continuate a seguire le mie pagine facebook e twitter per tenervi aggiornati sulle cazzate che faccio.

A voi "Comunque", dei MINISTRI, perché mi va.

Simone