venerdì 1 agosto 2014

IL SERPENTE

Un buon pomeriggio a voi, miei cari mentecatti!
Come state? Tutto bene? Spero davvero di sì, perché io ultimamente ho un umore un pochettino altalenante, nonostante le diverse occasioni che mi si stanno aprendo davanti per quel che riguarda la scrittura: SEIOCCHI che sta continuando ad andare benissimo, un nuovo libro su commissione, FORSE la possibilità di tenere una specie di corso di scrittura creativa...
In ogni caso, spero che voi siate più pienamente felici di quanto lo riesca a essere io, pur sforzandomi.

Ma bando alle ciance: sono qui per presentarvi il nuovissimo racconto breve, quello di agosto 2014!
Come avrete sicuramente già capito, s'intitola IL SERPENTE e... non doveva essere il racconto di questo mese.
Esatto: ne avevo programmato e pensato un altro e stavo per iniziare a scriverlo, ma senza nemmeno accorgermene l'idea alla base di questo qui si è insinuata nella mia mente e ha preso del tutto il sopravvento.
Quindi forse non saprete mai quanto bello avrebbe potuto essere l'altro racconto (o magari invece sì!), l'unica cosa certa è che adesso vi beccate questo!
Di cosa parla SERPENTE?
Beh, in buona sostanza della fantasia, e di quanto possa essere un elemento pericoloso e potente nella vita di una persona. Sì, insomma: non è sempre positivo avere una mente aperta e dinamica... come tutto, nella vita, anche quest'inclinazione deve essere bilanciata da anche solo un minimo attaccamento al reale.

Spero quindi che vi possa piacere, assieme alla canzone che ho scelto per accompagnarlo: MANGIO LA TERRA dei sempre presenti Ministri.
Noi ci risentiamo il mese prossimo, probabilmente.
Come al solito, condividete questo come tutti gli altri miei racconti in qualunque modo vi venga spontaneo!

Buona lettura,
Simone

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     Il fascio di luce giallastra che scaturiva dalla piccola torcia traballava mentre illuminava l’oscurità attorno al corpo grassottello di Michele, nove anni compiuti solo da qualche mese, seguendo gli scatti delle sue manine.
     Michele aveva paura e uno zainetto viola sulle spalle.
     Solo qualche minuto prima aveva oltrepassato la finestra della sua cameretta, calandosi ancora in pigiama giù verso il giardino tenendosi alla grondaia d’acciaio arrugginito, che gli aveva graffiato le braccia e le gambe. Non l’aveva mai fatto prima, non se lo sarebbe mai nemmeno sognato di uscire senza che i suoi genitori lo sapessero. E ora avrebbe voluto soltanto ripercorrere all'indietro lo stradone asfaltato parallelo alla sua abitazione, e tornare al sicuro nella propria stanza dalle pareti azzurre, al calore soffuso del lenzuolo profumato di fresco.
     Sapeva bene, però, di non poterlo fare. Era lì per un motivo, aveva una missione, e non poteva assolutamente abbandonarla.
     Finalmente la luce della torcia svelò una parte di un blocco grigiastro di cemento tutto consunto e sbrecciato. Alzando il fascio luminoso, Michele si accorse poi di un’asta cilindrica di acciaio innestata nel blocco stesso e, sulla sua sommità, di un cartello rotondo, rosso e blu. Qualcuno, quando l’aveva chiesto, gli aveva spiegato che quel cartello voleva dire che le macchine non potevano fermarsi vicino a esso e, infatti, non ce n’erano. Forse era stata la mamma, o il papà. Più probabilmente la donna delle pulizie.
     In quella circostanza, però, significava per lui qualcosa di ben più importante.
     Spostando la lampada a sinistra del cartello, infatti, portò alla luce l’imboccatura di un sentiero sterrato delimitato da due file di siepi colorate da madre natura con un inclemente verde bottiglia.
     Tirato un profondo sospiro, vi diresse quindi i suoi passetti piccoli e veloci.
     Michele seguì il sentiero per una decina di minuti, voltandosi di scatto e sobbalzando a ogni minimo rumore. Gli era sempre stato permesso di uscire pochissimo, e adesso comprendeva il perché: in posti così lontani da casa, forse anche di giorno, si nascondevano pericoli di ogni genere, proprio come gli avevano sempre detto tutti gli adulti.
     Dopo un po’ le siepi ai due lati del sentiero si fecero sempre più rade fino a scomparire del tutto, solo per essere sostituite da un piccolo vialetto di alberi rachitici, pallidi nel buio della notte. Poco più avanti, essi lasciarono a loro volta spazio a un leggero portone di ferro, tanto graffiato quanto sostanzialmente inutile, dato che lungo il viale non c’era alcun altro tipo di ringhiera o protezione.
     Era arrivato.
     Il parco giochi della città si trovava oltre quella soglia. Il suo nemico, il suo obiettivo, si trovavano oltre quella soglia. Tutti gli altri suoi coetanei consideravano quel luogo il più felice di tutto il paese ma Michele, nonostante ci fosse stato solo un’altra volta, conosceva la verità.
     Lì, sulla soglia del portoncino, la paura si fece più forte che mai.
     Desiderò che non fosse più sua, ma non riuscì a scacciarla, e forse era giusto così; in tutte le storie che aveva letto nella solitudine della sua cameretta quando mamma e papà erano al lavoro o da qualche altra parte e lui non sapeva cosa fare, il momento più difficile l’eroe lo provava un istante prima di affrontare la prova finale, ma riusciva sempre a proseguire. E così doveva fare lui, perché in gioco c’erano le vite di tutti quegli altri bambini.
     L’erba era bassa e ben tenuta all'interno del parco, e l’aria profumava del classico odore frizzantino che precede un temporale. Tra sé e sé, Michele sperò che non venisse davvero a piovere, o avrebbe dovuto rimandare del tutto la sua missione. Il parco era diviso in due zone, se lo ricordava perfettamente anche se in quel momento era difficile distinguerle. La prima, a sinistra dell’entrata, era occupata da diversi tavolini di legno coperti da tettoie e da altri totalmente allo scoperto, e il ridicolo corso di un fiume appena abbozzato si snodava oltre di loro sciabordando con tutta la forza che aveva a disposizione. La seconda zona, invece, sulla destra, non era altro che uno sterminato prato con uno striminzito parco giochi come unico punto di riferimento, che comprendeva soltanto un paio di altalene, e un piccolo castello di legno con annesso uno scivolo di plastica arancione nella forma di un gigantesco serpente dalla bocca spalancata e con occhi a palla bianchi e sbarrati.
     Accelerando il passo, Michele si diresse proprio verso quest’ultimo.
     I colori della plastica del serpente, illuminati da lontano dalla minuscola torcia, sembravano smorti e spettrali e terrificanti.
     Svelavano la sua vera identità.
     Quella giostra era la cosa più orribile di tutto il parco, il motivo per cui Michele era lì in quel momento. E non era per nulla qualcosa di divertente come credevano gli altri bambini e i loro genitori, non poteva esserlo: le fauci orrendamente aperte erano di certo capaci di inghiottire ogni cosa, e gli occhi, fissi e privi di qualsiasi espressività. Soltanto nelle sue fiabe e nelle sue storie, Michele aveva visto qualcosa di così terribile.
     Ricordava bene il momento in cui aveva compreso la verità sul serpente.
     Era uno dei soliti pomeriggi in cui era solo in casa, e improvvisamente si era accorto di non avere voglia di mettersi a leggere come al solito. Quindi, facendo molta attenzione a non farsi vedere dalla donna delle pulizie, impegnata in un bagno di certo meritato in piscina, era uscito e per qualche ragione era andato proprio al parco.
     Certo, era rimasto a un passo di distanza dal portoncino, ma aveva seguito ogni singolo bambino a lungo, guardando le smorfie di felicità e divertimento, susseguirsi rapide sui loro piccoli volti e aveva desiderato più di ogni altra cosa al mondo di sostituirsi a loro anche solo per un istante. Poi aveva posato lo sguardo sul serpente. E aveva cambiato idea. Un gran numero di bambini continuava ininterrottamente a salire le scalette del castello e a lanciarsi all'interno della struttura di plastica. Sparivano per qualche istante, le loro urla che si percepivano soffocate anche dall'esterno, e poi ricomparivano con un largo sorriso schiaffato sui volti e ricominciavano daccapo come se niente fosse. Per Michele, questo continuo rituale era del tutto senza senso, e per questo spaventoso. Era chiaro che ogni singolo bambino entrasse all'interno del serpente subisse un qualche tipo di incantesimo oscuro, che lo spingeva a rigettarsi nelle fauci della creatura stessa nonostante la sua evidente malvagità.
     Era un circolo continuo e vizioso, che nessuno sembrava essere neanche lontanamente disposto a interrompere.
     Avrebbe dovuto pensarci lui, si era convinto nel corso dei giorni.
     Quando il castello fu abbastanza vicino, si fermò, quindi.
     Puntando la torcia dritta contro la mostruosa creatura, Michele appoggiò a terra lo zainetto e cercò tentoni la cerniera. Buttò poi all'interno la manina grassoccia e tirò fuori una bottiglietta; anche se al buio non poteva vederla bene, sapeva che il contenuto era rosa slavato e che sull'etichetta arancione era riportato il simbolo nero di una fiamma. Era uno dei prodotti che si trovavano nascosti sopra il mobile del secondo bagno di casa sua, e che tutti lo ammonivano sempre di non toccare senza spiegargli mai il perché, ma era anche l’arma migliore a sua disposizione.
     Mentre il fascio di luce colpiva i due occhi bianchi del serpente, Michele lo aggirò lentamente, spruzzandolo a più riprese con il contenuto della bottiglia.
     Per sicurezza, fece due volte il giro, bagnando anche la struttura del castello di legno.
     Poi ritornò allo zainetto, ripose la bottiglietta all'interno ed estrasse una scatola di fiammiferi. Ne accese uno: lo sfrigolio del fuoco nascente riverberò con forza nel silenzio della notte. Guardò per lunghi istanti la fiamma, teso come mai era stato in tutta la sua vita. Quindi gettò il fiammifero direttamente contro il corpo di plastica del serpente; con un sibilo tanto forte da sembrare un ruggito, il fuoco afferrò l’intera struttura nella propria morsa.
     Michele rimase a guardare per un bel po’, rapito dalla selvaggia asimmetria delle fiamme, ma poi il caldo divenne insopportabile.
     Voltò le spalle al castello e riprese a camminare verso l’entrata del parco. 
     Allontanandosi, nell'aria gli sembrò di percepire i lamenti del mostro, continui e cantilenanti, sotto il cigolio e gli strappi del legno.
     Ce l’aveva fatta.
     Aveva portato a termine la sua missione, liberato la città dalla minaccia di quell'essere mostruoso una volta e per tutte. Nessuno l’avrebbe mai ringraziato, perché nessuno avrebbe mai saputo ciò che aveva fatto, ma non era poi così importante.
     Nell'istante stesso in cui uscì dal sentiero sterrato delimitato dalle siepi, Michele sentì i lamenti del mostro farsi sempre più forti e vicini, tanto da paralizzarlo sul posto.
     Improvvisamente, poi, la piccola luce della sua torcia fu inghiottita da due più grandi e forti, con bagliori blu e rossi all'interno.