lunedì 1 settembre 2014

L'INEVITABILE

Whattzzapp, motherfoker?
Nonostante tutto quello che le condizioni meteorologiche hanno cercato di farci credere, agosto è finalmente arrivato, e l'estate sta ufficialmente per finire. Siete tristi, abbattuti, depressi per questo?
Per me questi tre mesi non sono stati particolarmente positivi, quindi mi dico "meglio così".
Beh, in realtà a conti fatti lo sono stati sotto più aspetti, ma sapete, sul momento è dura vedere le cose con una certa freddezza.
Comunque sia, benvenuti di nuovo su CONATI DI ANIMA!
Se siete qui, sono certo, è per gustarvi il mio nuovo racconto breve: si intitola L'INEVITABILE, ed è la seconda avventura con protagonista "Alex", l'investigatrice dell'occulto "made in Torino" che alcuni di voi hanno già incontrato nel racconto LEGAME (se non l'avete letto correte subito a leggerlo!).
Ebbene sì, questo è il secondo, piccolo, passo nella creazione del concetto di serialità in alcuni miei racconti; è un esperimento, nulla di più, e con L'INEVITABILE potrete scoprire qualche elemento in più di questo universo narrativo.
Alcune risposte, ancora più domande: this is it.

In accompagnamento al racconto, ascoltatevi "I just don't think i'll ever get over you", di COLIN HAY: l'atmosfera è tutta diversa rispetto a quella della narrazione... ma il tema è sostanzialmente lo stesso.
Mentre leggete, versatevi qualcosa da bere e fate un brindisi ai rapporti umani, la cosa più fottutamente assurda della nostra vita.

Buona lettura,
Simone

-------------------------------------------------------------------------------------------


     "Quanti cucchiaini ci vuole?", chiese Luca aprendo una delle ante della cucina e afferrando una grossa zuccheriera verde pisello.
     "Due. E dammi del tu, non sono poi tanto più vecchia di te", rispose lei passandosi una mano tra i lunghi capelli illuni. Non era vero. Alessandra di Giacomo, detta "Alex", probabilmente unica investigatrice dell'occulto di Torino, era molto più vecchia di lui e della maggior parte delle persone presenti in città in quel momento (anche se era quasi impossibile accorgersene).
     Luca, il suo nuovo cliente, era un laureando in psicologia all'ultimo anno, un giovanotto non molto alto e abbastanza robusto, con profondi occhi scuri e una zazzera di capelli riccioluti castani; portava un paio di vecchie ciabatte di cuoio, pantaloncini grigi e una maglia con sopra il logo di una serie tv, Alex non avrebbe saputo dire quale: la vita per lei era già abbastanza complicata anche senza la televisione. Era quasi indistinguibile da ogni altro suo "collega" e comunque lei non gli toglieva di dosso i suoi due occhi eterocromi, blu elettrico quello sinistro e verde scuro l'altro, fin da quando l'aveva fatta entrare.
     Non sembrava proprio essere questo il caso, ma spesso chi le chiedeva di risolvere qualche "casino occulto" veniva fuori esserne il diretto fautore.
     Il trilocale in cui si trovavano era in via Maria Vittoria, a qualche minuto a piedi dalla sede di psicologia e, come spesso capitava nel caso degli studenti comuni, era uno stranissimo miscuglio di passato e presente: la tappezzeria slavata e il portatile di ultima generazione appoggiato sul forno a microonde nero, una doccia dell'anteguerra e una grossa borsa a tracolla dell'Adidas, un parquet che più rigato non sarebbe stato possibile e i due bicchieri della Nutella colmi di caffè che Luca stava posando in quello stesso momento sul tavolo della cucina. Quegli aspetti cronologicamente così diversi riuscivano a convivere solo sotto la morsa dell'ordine; tutto nell'appartamento sembrava essere stato riassettato di recente, con una cura affatto scontata.
     In un silenzio esitante, Luca e Alex bevvero il caffè.
     La bevanda nera e bollente graffiò la gola dell'investigatrice, lasciandosi dietro la solita, piacevole, sensazione di appagamento, che questa volta accolse con ancora più avidità del solito per i suoi pochi secondi di durata.
     Cristo, quant'era giù di corda.
     Era un'estate stranamente fredda e piovosa, quella, che oltre a tediarla e a renderla ancora più cupa e scontrosa del normale gliene ricordava una di quasi cinque anni prima, quella che aveva accompagnato gli ultimi istanti della sua storia con Miquél. Poteva sembrare assurdo, data la scorza dura che si era costruita nel tempo accatastando dramma personale su dramma personale, ma per Alex era ancora difficile smettere di pensare a come l'avesse abbandonata per seguire le proprie oscure ossessioni. Una presa di posizione, urla, il rumore di una porta sbattuta e di passi in lontananza: questo era tutto ciò che le rimaneva di lui.
     Dopo aver riposto le tazze sporche nel lavello, Luca si schiarì la voce.
     "Beh, prima di tutto grazie per essere venuta", le disse, chiaramente a disagio. Alex non rispose, sistemandosi più comodamente sulla sedia e incrociando le braccia al petto.
     "Davvero, non so da che parte cominciare. Ho sentito parlare di te da un mio compagno di corso, Ricciardi, e fino a qualche giorno fa non mi sarebbe passato nemmeno per il cervello di chiamarti... ma credo che, nella mia situazione, una possibilità sia meglio di nessuna possibilità, giusto?". "Vedi, non ho sempre vissuto solo, qui. Fino a un paio di settimane fa c'era anche Giulia, la mia ragazza storica. Sette anni insieme, ci puoi credere, ai giorni nostri? E poi mi sveglio una mattina e mi sembra di avere vicino un'estranea: se ne è andata quando ho smesso di fingere che ci fosse ancora qualcosa che mi legasse a lei. Ma non la biasimo, biasimo me stesso. Ho perso qualcosa e tu devi aiutarmi a ritrovarla".
     Giusto prima che Luca terminasse di parlare, Alex distolse lo sguardo dal suo e si passò una mano sul volto. Un classico: chi le chiedeva aiuto e non sapeva nulla dell'occulto era convinto che significasse "nessuna regola, puoi fare tutto ciò che vuoi".
     E, porca miseria, se le cose non stavano così.
     "Mi dispiace", disse l'investigatrice sistemandosi la maglia beige con le maniche lunghe e piantando saldamente a terra le converse scure per alzarsi, "Non credo sia di me che hai bisogno". La verità era che anche se avesse pensato il contrario, aiutare un ragazzino a innamorarsi di nuovo non era proprio il genere di caso che si sentiva di affrontare in quel periodo dell'anno.
     "Aspetta, non mi sono spiegato", la voce di Luca si era fatta in un attimo più acuta e ansiosa, "Io credo che l'amore per Giulia mi sia stato portato via". Già quasi in piedi, Alex si bloccò, guardandolo incuriosita. "Dalla sera dopo la scomparsa del sentimento", proseguì Luca, "Ho cominciato a fare un sogno ricorrente in cui una... ombra, è il miglior modo in cui posso descriverla, entra di nascosto nella mia camera da letto strappandomi via il cuore. Non penso sia un caso, ecco perché ti ho chiamata".
     Come succedeva sempre quando finiva invischiata in un affare misterioso e spesso più grande e pericoloso di lei, la mente di Alex cominciò a riempirsi d’ipotesi e supposizioni. Il sogno era chiaramente simbolico, ma il significato poteva essere solo quello che lo stesso Luca aveva interpretato, sempre che non si stesse inventando tutto.
     Ma perché avrebbe dovuto, poi?
     Diavolo, qualunque fosse stata la verità, ormai aveva la sua attenzione.
     Con un lungo sospiro, riprese lentamente ad alzarsi.
     "E va bene", gli disse, "Ma se mi stai mentendo, me ne andrò così rapidamente che ti chiederai chi abbia usato l'altro bicchiere nel lavello". Luca abbozzò di rimando un sorriso in sua direzione, il primo da molti giorni.
     Negli istanti successivi, Alex gli fece accendere quattro candele e le dispose nei rispettivi angoli della sua camera da letto. Quindi gli chiese di aspettare fuori dalla stanza mentre lei avrebbe cercato di capire quel che era successo davvero quella notte.
     "Ogni evento, specialmente quelli occulti o violenti, rimane impresso per qualche tempo nei luoghi fisici in cui avviene", spiegò l'investigatrice al ragazzo facendo per entrare nella stanza, "Quel che farò sarà obbligare i residui psichici ancora presenti a mostrarmi la verità, cioè se qualcosa è davvero avvenuto".
     Per tutta risposta, Luca le ritornò un'espressione incredula e inebetita.
     Era incredibile che quasi tutte le persone vicine alla mentalità "scientifica" avessero così tanta difficoltà nel riconoscere la grandezza e il potere delle proprie facoltà mentali. Incredibile ma vero. Intimandogli ancora una volta di non interromperla per nessun motivo, Alex s'infilò nella camera e si richiuse la porta alle spalle, trovandosi finalmente sola.
     Nella penombra squarciata dalle fiammelle delle quattro candele, si distinguevano le vecchie coperte scure del letto matrimoniale, uno stretto armadio addossato alla parete e uno striminzito comodino di legno dall'aspetto un po' più moderno rispetto al resto. Qualche quadro era appeso alle pareti, probabilmente zeppo di fotografie di Luca e Giulia, e un gruppo di sei faretti messi in fila erano ancorati al soffitto. Alex si appoggiò a una delle pareti, chiuse gli occhi e lasciò che il fumo delle candele riempisse il suo olfatto, che le penetrasse nel corpo attraverso ogni singolo poro, che la permeasse in modo talmente profondo da confondersi con la sua stessa anima. Quindi, obbligando mentalmente le energie presenti nella stanza a rivelarsi, aprì di colpo gli occhi.
     La camera si trovava ora immersa nel buio più assoluto, le candele si erano spente.
     Si guardò attorno per alcuni secondi, sufficienti a farle dubitare di non essere stata abbastanza convincente ma poi, sdraiate sul letto, cominciarono a delinearsi due figure. Erano come disegni sempre più dettagliati con il passare dei secondi, creati da quelle fiamme che fino a poco prima erano sopra ciascuna candela. Una delle due era senza dubbio Luca, l'altra invece rappresentava una giovane donna dai capelli riccioluti e il fisico ben proporzionato che non poteva essere altri che Giulia.
     L'investigatrice sorrise trionfante. Aveva funzionato.
     Per un po' le due figure fiammeggianti rimasero gli unici elementi degni di nota. Quindi ne comparve una terza, materializzandosi all'improvviso proprio davanti alla porta d'ingresso. La nuova immagine era molto meno definita delle altre due e rappresentava un uomo di media statura e molto magro dai cortissimi capelli.
     No, quella non era una "ombra", comprese immediatamente Alex.
     Il terzo incomodo si avvicinò lentamente alle due figure ancora sdraiate sul letto, guardandosi attorno febbrilmente come se non fosse a proprio agio, come se quella fosse la prima volta in cui si trovava in una situazione simile. Dopo un po' s'infilò una mano in quelle che probabilmente erano state tasche di un paio di pantaloni ed estrasse un piccolo oggetto rotondo legato a un cordicino sottile, che applicò con estrema attenzione sulla fronte dell'immagine di Luca. Il ciondolo brillò per due volte di una luce bianchissima, quindi il nuovo arrivato lo rimise a posto; con cautela, poi, imboccò nuovamente la porta della camera, scomparendo alla vista.
     Alex rimase ancora per qualche istante immersa nel buio poi, ormai sicura che non avrebbe più assistito a nient'altro di rilevante, accese i faretti della stanza.
     Le immagini di Luca e Giulia scomparvero e le candele si riaccesero immediatamente.
     Uscendo dalla stanza trovò Luca seduto a terra nel corridoio che collegava gli ambienti dell'appartamento. Aveva la testa tra le mani e Alex si chiese come doveva sentirsi, a disperarsi per la scomparsa di qualcosa che razionalmente non voleva più. Doveva essere devastante. Per un attimo vide le relazioni dal punto di vista di chi se ne va: non era il suo caso, e quindi non sarebbe riuscita davvero a capire cosa provasse, ma guardandolo era chiaro che doveva essere difficile tanto quanto starsene dall'altra parte.
     Quando la porta della camera si richiuse con un leggero tonfo, Luca si volse a guardarla. "Ok, non è stato un sogno", gli disse. "Il tuo amore per Giulia è stato davvero rubato, ma da una persona fisica, come te... e me".
     Luca la guardò esterrefatto, confuso dalla mole di quelle informazioni.
     "Ma che diavolo ci fa un'altra persona con un mio sentimento?"
     "A questa domanda ti saprò rispondere quando avrò risolto il caso", disse ancora Alex, afferrandolo per un braccio e aiutandolo a rimettersi in piedi.
     Eh sì, era proprio ora di mettersi di nuovo al lavoro.



     L’investigatrice lasciò casa di Luca poco dopo, con la promessa di farsi sentire non appena avesse avuto qualcosa in mano. Proseguì a piedi lungo via Maria Vittoria verso piazza San Carlo, quindi svoltò a sinistra in via Lagrange ed entrò in un minuscolo bar al lato della strada: era quasi l’una e aveva una fame terribile. Il locale era completamente vuoto. Ordinò una birra media (purtroppo ne avevano solo di bionda) e un’insalata di pollo e prese posto in uno dei piccoli tavolini di plastica del dehors, appoggiando i gomiti alla sua superficie e prendendo a massaggiarsi le tempie.
     Cercò di rilassarsi, di fare mente locale, di riportare a galla i ricordi della visione.
     Non l'aveva detto a Luca, ma l'immagine del ladro gli era sembrata subito famigliare e non aveva fatto fatica a risalire alla sua identità grazie a un dito della mano destra monco per metà. Lo chiamavano Mickey, quel tizio, a causa della maglietta di Topolino che sembrava portare sempre e in qualsiasi occasione, ed era uno dei numerosissimi piccoli delinquenti di città per cui furti di basso valore, scippi e altri reati minori non erano vizi ma veri e propri stili di vita. A differenza della maggior parte dei propri “colleghi”, però, Mickey possedeva una certa conoscenza dell’occulto, sufficiente a facilitargli la vita nel conseguimento della sua professione. Solitamente non era una minaccia, ma un'operazione di quell'entità era un po' fuori dai suoi soliti schemi e la cosa la preoccupava non poco; il vero problema, però, era rintracciarlo. In quel momento poteva essere davvero ovunque.
     Alex comprese subito che le serviva un aiuto.
     E, purtroppo, sapeva bene di che genere.
     L’arrivo della giovane cameriera con la birra e l’insalata di pollo la strappò alle sue elucubrazioni. Consumò il pasto con la sua solita, grande, voracità, quindi tornò dentro per pagare e poi uscì nuovamente in strada.
     Ci volle qualche minuto per trovarne uno abbastanza vicino da poter essere contattato, ma a un certo punto lo vide. Un tronfio piccione grigio-azzurro se ne stava appollaiato sulla ringhiera arrugginita di uno stretto balcone, fissando altezzoso il panorama al di sotto.
     Alex si fermò e lo guardò con insistenza fino a quando finalmente non si accorse di lei. I due si osservarono silenziosamente per un po', quindi il volatile s’infilò agilmente dentro il portone di un palazzo lasciato semi-aperto, con lei al seguito, che si guardava intorno per cercare di non dare nell'occhio.
     Alex non aveva un rapporto particolarmente buono con quelle "gonfie carcasse alate", il classico "amore-odio" da gente di città... che nel suo caso, però, era ulteriormente esasperato dal conoscere la verità su di loro. Quel che la maggior parte degli esseri umani ignorava, infatti, era che i comunissimi piccioni possedessero una vera e propria organizzazione sociale di tipo militare gestita in modo molto rigido e che monitorassero la nostra per scopi tanto precisi quanto segreti; erano creature ben più intelligenti di quanto ci si sarebbe aspettato che, se trattate con la dovuta attenzione, potevano fungere da utilissimi informatori.
     Il volatile atterrò sul primo scalino del pianerottolo, sedendosi sulle zampe posteriori e mantenendo il collo ben dritto.
     “Che cosa vuoi?”, disse, le sue parole silenziose che raggiungevano la mente di Alex senza produrre alcun suono.
     “Sai chi sono?”, chiese di rimando lei, conoscendo già la risposta.
     “Certo. Quindi, che cosa vuoi?”.
     “Mi serve l’indirizzo di un certo Mickey. Piccolo criminale, l’ultima volta che l'ho incontrato stava a Porta Susa”
     Il piccione tacque per un secondo. Poi scattò in piedi e uscì di nuovo dal portone svolazzando febbrilmente. Rimase via per un po’ e quando tornò riprese la stessa, identica, posizione di prima sullo scalino.
     “Il tizio sta nel magazzino di un elettrauto in via XI Febbraio”.
     Alex lo guardò stupita. “Il magazzino di un elettrauto? Mi prendi in giro?”.
     Il piccione non rispose, ma piegò la testa di lato di scatto. Nulla da eccepire, pensò lei silenziosamente: con un rapido cenno di saluto, uscì nuovamente in strada.



     Un autobus e quasi venti minuti più tardi (la sua vecchia Fiat 124 grigio-argento era a secco da settimane), e Alex si ritrovò davanti all'insegna dell’unico elettrauto di via XI Febbraio. Sulla saracinesca abbassata era appeso un foglio di carta con scritto, a pennarello nero, “Chiuso per lutto”.
     Guardandosi attorno per assicurarsi di essere sola, bussò con forza sulla saracinesca.
     Nessuno rispose, e nessuno lo fece neanche la seconda volta.
     “Mickey sono Alex, so che ti ricordi di me. Vedi di aprire” disse spazientita dopo qualche istante. Tutto tacque per lunghi attimi, poi la saracinesca prese lentamente ad alzarsi: si sollevò per un quarto, lasciando intravedere le secche gambe pelose del ladruncolo e un paio di vecchi calzini scuri.
     “Che diavolo vuoi?”, balbettò Mickey a voce bassa, chiaramente in ansia.
     “Solo parlare”, rispose lei cercando di mantenere un tono di voce calmo e tranquillo, così da non indispettirlo. Fortunatamente, funzionò e la saracinesca si alzò ancora, permettendo ad Alex di entrare.
     All'interno del magazzino i contorni dei diversi attrezzi appesi alle pareti e posati a terra in larghe cassette d'acciaio, come degli scatoloni di carta e dei pezzi di ricambio per automobili sparsi un po’ dappertutto, erano distinguibili grazie all'unione della stanca luce di una lampadina appesa malamente al soffitto e a quella proveniente dalla metà di saracinesca aperta: ogni cosa era coperta inoltre da una spessa coltre di polvere, che non sembrava avere alcuna intenzione di andarsene. Mickey era in un angolo, in piedi, nel bel mezzo di un cerchio disegnato sul pavimento con del sale grosso; con lui all'interno c’erano una vecchia poltrona di pelle, un mini-frigorifero bianco attaccato a una presa e una pila di quotidiani e giornalini su cui era abbandonato con noncuranza lo stesso ciondolo che Alex aveva visto nella visione fiammeggiante. Un incantesimo di occultamento semplicissimo in un posto abbandonato probabilmente da mesi: idea ingegnosa. Addosso, Mickey portava la sua solita maglietta nera di Topolino e un paio di slip rossi e teneva puntata contro di lei, con entrambe le mani, una pistola.
     Alex avanzò lentamente verso di lui. “Che diavolo stai facendo?” gli chiese, indicando la pistola. Mickey non si mosse di un millimetro ma iniziò a tremare.
     “Mettila giù. Lo sai cosa succede se spazzo via un po’ di sabbia, vero?”.
     “E tu lo sai cosa succede se premo il grilletto, vero?”, rispose lui balbettando.
     “Andiamo, ho detto che voglio solo parlare. Sarà dura trovare un altro posto, per te”.
     Quando il ladruncolo abbassò lo sguardo, Alex trasse un sospiro di sollievo. Avere a che fare con assurde creature d'incubo era più semplice di quanto potesse sembrare, in qualche modo spesso capiva i loro comportamenti. Erano gli esseri umani a dimostrarsi sempre dei fottuti casini di emotività repressa.
     Mickey la accolse finalmente dentro la sua striminzita dimora circolare, lasciandole il posto sulla poltrona e sedendosi a terra. Impaziente, le chiese subito di cosa volesse parlare.
     “Hai qualcosa che non ti appartiene”. Diretta al punto, come suo solito.
     Lui abbozzò un sorrisetto. “Dovrai specificare meglio”
     “Un’emozione, un sentimento." ribatté subito Alex, indicando il ciondolo sulla pila di giornali. "Hai rubato l’amore di uno studente, e lui lo rivuole”.
     Fu come se Mickey fosse stato colpito di sorpresa con una potente scarica elettrica: lo sbandato si alzò di scatto da terra, agitando la pistola febbrilmente.
     “Oh Dio... te ne devi andare! Te ne devi andare subito!”, disse ad alta voce.
     Alex rimase ferma, seduta sulla sedia. “Che ti prende?”.
     “Te ne devi andare!”.
     “Non senza quella cosa. Che te ne fai, poi? Ti senti troppo solo qui?”.
     “Ascolta, non è per me, ok?”.
     “Un committente, certo. Chi è, Mickey? Per chi l’hai rubata?”.
     “No, senti, non puoi essere qui quando arriveranno”.
     Alex si alzò e lo afferrò per le spalle, guardandolo dritto negli occhi. “Di chi stai parlando?".
     Le sue ultime parole furono coperte dall'improvviso, potente e acuto suono di uno strappo. Nel bel mezzo dello spazio del magazzino, a poca distanza dal cerchio di sabbia in cui si trovavano Mickey e Alex, l'aria fu squarciata a metà e una ferita di un giallo abbacinante si aprì pochi centimetri sopra il pavimento: dal suo interno, con un po' di fatica, uscirono un uomo e una donna alti e mostruosamente muscolosi. Erano completamente nudi e glabri, portavano un panno rossastro legato dietro la nuca a coprire gli occhi e stretti collari di quello che pareva essere sottilissimo vetro ai polsi, alle caviglie e al collo; di certo avrebbero potuto spezzarli senza troppa difficoltà, ma non sembravano riuscire nemmeno ad accorgersene. La donna, in mano, portava una  ventiquattrore nera dall'aspetto assolutamente comune.
     Alex li guardò esterrefatta. Dio, Mickey si era messo in un vero casino. E anche lei.
     Senza staccare gli occhi di dosso dalle due mostruosità, Alex strappò la pistola dalle mani del ladruncolo, puntandola immediatamente contro di loro. "Ok, ecco come andrà", disse ad alta voce, "Voi ve ne ritornerete dal vostro padrone, mentre io prenderò quello che cerco e lo restituirò al legittimo proprietario. Mi sono spiegata?".
     I due energumeni, ovviamente, non accennarono a fermarsi.
     Alex digrignò i denti e imprecò silenziosamente. Già, sarebbe stato un vero miracolo se le cose fossero andate davvero così. Mirando alla testa dell'uomo, tirò quindi il grilletto della pistola... che non emise nient'altro che un sordo "click". Scarica.  Si voltò di scatto verso Mickey. "Davvero?", chiese incredula lasciando cadere la pistola a terra. Prima che lui potesse risponderle, però, si gettò alla carica verso le due figure, placcando quella maschile e gettandola a terra, indietro, per qualche metro.
     Tra i due iniziò uno scambio di colpi violento, crudele e sgraziato in cui Alex, approfittando dell'effetto sorpresa, riuscì a sedersi sopra il corpo muscoloso dell'avversario, colpendolo rabbiosamente e più volte al busto e al volto; non era mai stata molto brava nel corpo a corpo, non aveva mai seguito alcun tipo di corso e non aveva mai pensato di irrobustire la sua corporatura eccezionalmente asciutta, perché (fortunatamente) gli esseri con cui trattava di solito non avrebbero fatto una piega davanti a un pugno o a un calcio. Ma quello con cui stava combattendo in quel momento era un essere umano, o almeno lo era stato in qualche momento della propria esistenza, e la sua speranza in quel momento era di dimostrarsi più cattiva di lui nel minor tempo possibile. Non propriamente una grande idea. Il vantaggio dell'investigatrice durò solo fino a quando la grande differenza fisica con il proprio avversario non cominciò a farsi sentire per davvero, quindi non più di qualche secondo. Con un impressionante colpo di reni, e bloccandole del tutto le braccia, l'energumeno rovesciò la situazione e si mise a sua volta sopra di lei, premendole un braccio contro il collo e immobilizzandola a terra. Poi, con la mano libera, si abbassò il panno sugli occhi rivelando due pupille completamente opache e risplendenti di una luce violaceo-azzurra: quando iniziò a parlare, la sua voce era lontana e ineffabile, del tutto soprannaturale.
     "Oh, ma guarda chi c'è. Alessandra... la pecora nera della famiglia.".
     Alex riconobbe immediatamente il suo vero interlocutore. Si trattava del "boss" dei due energumeni, lo Schiavista, una delle entità occulte più pericolose di tutte e tra le cose più simile ai “demoni” spiritualmente intesi esistesse per davvero nell'universo reale.
     Cercò di divincolarsi dalla stretta con tutte le proprie forze, invano.
     "Lascia stare, piccola, non ce la farai", riprese la voce soprannaturale. "In questo momento Mickey sta ricevendo più soldi di quanti possa sperare di rimediarne in uno qualsiasi dei suoi lavoretti, e continuerà a stare in affari con me fino alla fine dei suoi giorni. Ecco come stanno andando per davvero le cose".
     "Perché fai questo?" chiese Alex sforzandosi di far uscire la voce dalla gola schiacciata sotto l'avambraccio del proprio avversario.
     Era una domanda stupida, ma anche l'unica che le balenasse in testa in quel momento.
     "Perché è quello che faccio, dall'alba dei tempi. Tu non riesci a capire quanto sia gustoso per me seguire i rapporti degli esseri umani, distruggerli, e poi costringerli a crearne di nuovi! L'amore, come qualsiasi altra cosa, è una merce. Non può rimanere immutato in eterno, deve muoversi, fluttuare, cambiare direzione e orientamento... ormai dovreste esserci tutti abituati. E poi, dove troverei questi miei simpatici aiutanti, se non nella disperazione più cupa?”.
     Mentre l'energumeno si rimetteva il panno sugli occhi, Lo Schiavista disse ancora: "So che sei abituata a metterci i bastoni tra le ruote, ma questa volta non ci puoi fare proprio nulla".
     Quindi, colpì Alex in volto con tutta la forza a propria disposizione.
     L'investigatrice riaprì gli occhi soltanto alcune ore più tardi.
     La luce che filtrava dalla saracinesca, adesso aperta del tutto, era molto più debole e bassa di prima. Il magazzino era vuoto: Mickey e i due energumeni se ne erano andati e il cerchio di sabbia ormai spezzato in più punti con dentro le povere vestigia della vita precedente del ladruncolo era tutto ciò che rimaneva, assieme alle poche macchie di sangue che imbrattavano il pavimento nei pressi del punto in cui si trovava Alex.
     Lentamente, si rimise in piedi.
     La testa le faceva male quasi quanto le braccia e la mascella e dovette impiegare qualche istante per riacquistare completamente l'equilibrio, per uscire dal magazzino a piccoli passi.
     Appena fuori, tirò un lungo sospiro gonfio di tutto, tranne che di sollievo.
     Aveva perso, non era riuscita a portare a termine il caso.
     Come l'avrebbe detto a Luca? Un ragazzo poco più che ventenne sarebbe mai riuscito a capire davvero che non c'era alcuna soluzione alla scomparsa del suo sentimento, e che avrebbe dovuto passarci sopra, costruirsi una vita per conto proprio, altrimenti si sarebbe trasformato in un mostruoso ammasso di muscoli al servizio di uno dei peggiori figli di puttana dell'universo?
     Mentre metteva in azione i piedi quasi senza rendersene conto, la risposta gli passò davanti agli occhi senza alcuna difficoltà. Certo che sì. Per sua stessa ammissione, lo Schiavista faceva il suo giochetto con le emozioni da quando esistevano gli esseri umani: tutti l’avevano superata, e ci sarebbe riuscito anche lui, probabilmente senza nemmeno accorgersene.
     Dopo un paio di minuti, Alex riuscì finalmente a rendersi conto del cammino che avevano intrapreso le sue gambe inconsciamente. Era in corso San Maurizio, diretta verso il luogo che più preferiva in tutta Torino, la piazza della Gran Madre di Dio. Sorrise debolmente. Il suo corpo sapeva bene ciò che le serviva in quel momento: alcool e un po' di pace nel bel mezzo del centro esoterico della città.
     Improvvisamente, si sentì stringere con forza una spalla.
     Si voltò di scatto, pronta di nuovo a combattere, ma si trovò davanti un uomo sui settantanni basso e molto stempiato, con una camicia a quadri color ocra e un paio di spessi pantaloni tenuti su da una cintura di cuoio. Guardando il suo volto gonfio e tumefatto attraverso le spesse lenti dei suoi occhiali, l'uomo le indicò il semaforo dall'altra parte della strada.
     La luce rossa era accesa.
     Alex gli rispose con un cenno imbarazzato e cercò di calmarsi. Si guardò attorno, squadrando i diversi negozi che si aprivano lungo il corso lastricato del marciapiede. Il suo sguardo si fermò sui led lampeggianti dell'insegna verde bottiglia di una farmacia, che segnava alternativamente l'ora, la temperatura e la data di quel giorno.
     Come accadeva sempre, sembrava che ogni elemento sul pianeta facesse a gara per ricordarle quel che aveva perso; la sua mente corse senza che potesse impedirlo a Miquèl.
     Chissà dove si trovava, in quel momento.
     Chissà quanto ancora sarebbe durato questo suo sentirsi incompleta e fragile.
     Forse per sempre.
     Già, Luca aveva ancora tutta la vita davanti, e in qualche modo sarebbe uscito da tutto quel casino.
     Ma lei?