lunedì 30 novembre 2015

AUTODIDATTA - Episodio #4 - FOUR

Un saluto a tutti gli amici e amiche (specialmente amiche) giunti qui per caso o per senso di masochismo!
E' un Simone ormai quasi del tutto inglobato dal bacellone mutante del virus del raffreddo che vi parla, per darvi il benvenuto al 4° appuntamento con AUTODIDATTA, la rubrica in cui vi presento i frutti degradati del mio tentativo di risolvere alcuni degli eserciti di scrittura creativa lasciati da Raymond Carver nel suo "Il mestiere di scrivere".
Questo mese l'esercizio in questione richiedeva di "scrivere un racconto in cui qualcuno abbia perso, dimenticato o dimenticato qualcosa": un tema vago il giusto, ma che non ho affatto faticato a centrare, almeno nelle intenzioni.
In FOUR i personaggi sono pochissimi, ma i modi in cui cose, persone e sensazioni sono stati persi, dimenticati o abbandonati sono diversi; sta a voi, ovviamente, il compito di scoprire quali.
Sono tre cartelle, questa volta, e so che è molto di più di quanto siate abituati a leggere qui sopra... ma se avete a cuore la mia sanità mentale, gustatevele per bene: penso di aver fatto un buon lavoro, e in ogni caso è un racconto a cui tengo molto.
In accompagnamento alla lettura, I WILL FOLLOW YOU INTO THE DARK, dei Death Cab For Cutie... e direi che, così, uno dei modi in cui ho declinato la "perdita" sia diventato già abbastanza palese...

Buona lettura,
Simone

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     "Ti stai annoiando, non è vero?"
Nessuna risposta. Marco continua a guardare fisso davanti a sé, le braccia conserte sulla superficie del tavolino di plastica nera e il mento poggiato su di esse.
Non potrebbe renderlo più chiaro nemmeno urlandolo. Sua madre faceva lo stesso, da piccola.
Ci ritento.
"Puoi dirmelo, non mi offendo mica. Anche io mi sto un po' annoiando qui con te."
Muove gli occhietti scuri verso i miei e, finalmente, sorride. E anche io sorrido.
Per fortuna il senso dell'umorismo l'ha preso dallo zio.
Mi sistemo sulla sedia, in tinta con il tavolino, e mi chiedo come facciano le altre persone sedute nel grosso dehor rettangolare che colonizza in parte la strada lastricata a non impazzire per la scomodità. I posti a sedere, in tutto una decina e divisi idealmente in tre zone da due grossi ombrelloni beige chiusi, sono completamente occupati da gruppi di giovani amici ben vestiti e da un paio di coppie di mezza età; sembrano tutti sereni e rilassati e bevono caffé e marocchino, i più arditi un analcolico alla frutta. Nessuno di loro tocca le ciotoline di ceramica piene fino all'orlo di patatine: sono quasi le due del pomeriggio e abbiamo tutti già terminato il pranzo.
Io ho optato per una rigenerante birra gelata, mentre mio nipote non ha voluto niente.
È ancora troppo arrabbiato per il fatto che mia sorella abbia avuto un contrattempo al lavoro, e lui sia stato costretto a ritardare la sua quotidiana ora di relax videoludico per rimanere in città con me. Ho quattro volte la sua età anagrafica ma potete giurarci che capisco il suo punto di vista.
Dalle casse installate all'imboccatura del dehor la radio manda l'ennesima canzone italiana del momento, in attesa che la clientela cambi in modo da poter vomitare qualche schifezza lounge inascoltabile senza l'ausilio di tre Negroni.
Ingoio rapido un nuovo sorso di birra, poi allontano la bottiglia di qualche centimetro da me: "C'era una cosa che facevo sempre, da giovane, quando mi annoiavo" gli dico, "ed era rimettere in ordine il portafoglio. Non lo faccio da un po', ti va di aiutarmi?"
"Mettere in ordine il portafoglio?"
"Sì."
"Che c'è da mettere in ordine in un portafoglio?"
"Più di quanto tu creda."
"Ma è un portafoglio. Cci sono i soldi dentro."
"Non soltanto. Fidati, da quello che tiene una persona nel portafoglio si può capire tanto di lei."
Per la prima volta si alza dal piano del tavolino e si abbandona contro lo schienale della sedia, lo sguardo perso e l'espressione confusa. Io tolgo dalla tasca dei jeans il mio vecchio portafoglio di finta pelle marrone e lo appoggio sul tavolino.
"Allora?"
Marco si sistema sulla sedia, mette la schiena dritta e si avvicina al tavolo esibendo un altro sorrisetto. E anche io sorrido.
Apro il portafoglio e insieme svuotiamo il contenuto di tutte e dieci le tasche, abbandonando poi la carcassa molliccia in disparte e dividendo il tutto in piccoli gruppetti differenziati per tipo.
C'è la pila dei soldi, composta da qualche banconota, un paio di spiccioli e un marco tedesco (retaggio di un vecchio viaggio del Liceo a Berlino), la pila dei documenti con la carta di credito, la tessera sanitaria, la patente e la carta d'identità, il grosso mucchio di biglietti dei concerti, che senza sosta riempio da circa tredici anni ininterrotti (e le stampe sbiadite e i contorni frastagliati si assicurano che non me lo dimentichi mai), e la pila più grossa, quella che contiene la gran quantità di ricevute, pezzi di carta con frasi o titoli di libri o di film da ricordare, liste della spesa e biglietti da visita di gente incontrata in qualche momento della mia vita e ormai del tutto dimenticata. Le cianfrusaglie varie, insomma.
Con calma ci soffermiamo su ogni singolo elemento di ogni singolo gruppetto, andando a creare altre due pile più generali: quella delle cose "da tenere" e quella delle cose "da buttare".
Dopo più o meno mezzora sul tavolino di plastica rimangono le due pile e l'ultimo rappresentante del gruppo "cianfrusaglie varie", una vecchia carta da gioco di "Uno", un quattro giallo sporco e smangiato. Marco lo prende in mano e lo squadra tenendolo davanti agli occhi come si farebbe con un geroglifico.
"Che cos'è?"
"A te che cosa sembra?"
"Non lo so. Una carta con il numero "4" scritto sopra."
"Non ci credo: non hai mai giocato a "Uno"? La mamma non ti ha mai insegnato?"
"Uno?"
"Sì, Uno."
"No."
"Non posso crederci! Era uno dei giochi di carte che andava per la maggiore, quando avevamo la tua età. È divertente! Sono sicuro che a casa dei nonni ci sia ancora un mazzo tutto intero, la prossima volta che ci vediamo te lo porto."
Mentre afferro la bottiglia e ingollo l'ultima sorsata di birra Marco continua a guardare la carta, pensieroso. "Se il mazzo dei nonni è intero, questa non viene da lì vero?"
Rimetto la bottiglia oltre le due pile di cianfrusaglie e annuisco.
"Non ti si può nascondere niente, eh?"
Sorride, soddisfatto. E anche io sorrido.
"Questa carta" riprendo indicando il pezzo di cartoncino giallastro, "l'ho trovata tanti anni fa, dimenticata da qualcuno o forse persa. In effetti ha una storia abbastanza curiosa."
Marco mi guarda per un po', dubbioso, poco convinto.
Quindi fa spallucce e appoggia il "4" in cima alla pila di cianfrusaglie da buttare. Impiego interi secondi a capire che no, non posso gettarlo via. Interi secondi. Odio più me stesso per la lentezza, che lui per il gesto in sé.
"Che stai facendo?" chiedo ad alta voce riprendendomi la carta con uno scatto e rivolgendogli uno sguardo rabbioso.
Mi restituisce un'espressione tra lo spaventato e il sorpreso, silenziosa.
Distolgo lo sguardo appena mi rendo conto di essere stato troppo brusco. "Scusami."
Non mi risponde, si guarda in giro come se non esistessi.
Rimango in silenzio anche io, almeno per un po'.
So bene quel che devo fare, non ci sono tante possibilità, eppure trovo difficile iniziare: non credo di averne mai parlato con qualcuno che avesse meno di vent'anni.
"Era la notte di Capodanno, il 31 dicembre. Tua mamma doveva ancora conoscere papà, i nonni erano ancora tutti e due in salute e io ero uno dei tanti studenti alla prima esperienza con la vita d'appartamento in una città decisamente più grande di quella in cui aveva sempre vissuto. Uno dei periodi più belli della mia vita! L'indipendenza, le responsabilità, l'essere adulto ma potersi ancora comportare come un ragazzino... quando arriverà il tuo momento ricordati di godertelo per bene."
"Avevo un piccolo gruppo di amici molto stretto a quel tempo. E tra di loro c'era Luca. Se gli altri li conoscevo da anni, con lui mi ero unito durante il Liceo, ma eravamo come fratelli; sentivo di completarlo, e di farmi completare da lui come mai mi era accaduto prima. Due facce opposte della stessa medaglia, e per questo incredibilmente vicine. Eravamo tutti lì, quella sera, a casa di alcuni suoi compagni di Università e tutto stava andando per il meglio."
Mentre racconto vedo Marco che torna lentamente a guardarmi, sempre più interessato, sempre più partecipe, cattura più dall'atto stesso dell'inanellare una vicenda che dalle mie vere parole.
"Finita la cena abbiamo deciso di uscire di casa per andare verso il centro della città, come tutti gli altri abitanti; faceva un freddo terribile e il fatto che fossimo in una strada male illuminata di un quartiere ben poco rassicurante rendeva la notte ancora più glaciale. Parlando e ridendo ci siamo diretti più velocemente possibile verso la stazione della metropolitana e..."
"Aspetta, aspetta! Che cos'è una metropolitana?", mi sorprende la vocetta di Marco.
"E'... un treno con un vagone solo che sta sottoterra,e collega parti lontane di città molto grandi."
Marco sbarra gli occhi e li fissa nel vuoto, l'immaginazione in volo totalmente libero.
"Va bene" mi dice dopo un paio di istanti, "continua pure!"
"Quella sera l'atrio della metropolitana era semplicemente stracolmo. Donne, uomini, bambini, ragazzi, ragazze, anziani: sembrava che tutta la popolazione si fosse incontrata in quel posto preciso, e che partissero e arrivassero continuamente: un'enorme massa con centinaia di teste, di gambe, di braccia! Ovviamente solo quando ho visto i miei amici con i loro biglietti della metropolitana mi sono ricordato di non avercelo. Lo sai anche tu come sono, no? Smemorato. Di solito, quando mi succedono cose di questo genere, pago quello che c'è da pagare e basta... ma quella notte, va' a sapere perché, non avevo intenzione di sborsare nemmeno un euro.
Concludo la frase e avvicino di qualche millimetro il volto a quello di Marco, guardandolo fisso negli occhi.
Silenzio, per alcuni istanti. Le mie palpebre si chinano un paio di volte, le sue mai, o almeno credo.
"E l'aveva capito bene Luca, che prima di raggiungere gli altri lasciandomi indietro mi disse di passare subito dietro di lui, prima che qualcuno potesse accorgersi della cosa. Con tutta la gente che c'era, subito mi sembrò un'ottima idea."
"Ma come, non c'era nessuno a controllare i biglietti?"
"Oh no, non sul momento. Nelle metropolitane si arriva ai binari attraverso varchi chiusi da due pannelli di plastica, che si allontanano l'uno dall'altra e si aprono infilando un biglietto valido in un lettore elettronico. Senza biglietto è fisicamente impossibile oltrepassarli."
Mi rendo conte che io, alla sua età, una frase in cui ci fossero le parole "lettore elettronico" non avrei avuto possibilità di capirla nemmeno sforzandomici, ma ormai l'ho detta.
Marco sembra non fare una piega.
"Ah, capito. E quindi sei passato prima che si richiudessero?"
Ci metto un po' a riprendere le fila del discorso per la sorpresa.
"Sì, siamo passati e ci siamo diretti subito verso gli altri e verso i binari. Ma all'improvviso un grosso omone vestito di nero ci si parò davanti bloccandoci sul posto: un carabiniere. Mai visti in metropolitana, probabilmente era stato messo lì per controllare che nessuno si facesse del male. Non ha detto niente, ha solo fatto un cenno verso le biglietterie alle nostre spalle."
"Senza troppa scelta siamo tornati indietro e siamo usciti comprando un nuovo biglietto; mentre camminavamo a testa bassa Luca è quasi inciampato scivolando su questo stupido pezzo di cartoncino colorato" dico puntando il dito verso il "4" giallo canarino. "L'ho tenuto io e l'ho infilato nel portafoglio, credo proprio nella tasca dove l'abbiamo trovato prima."
Smetto di parlare e non aggiungo altro, fino a quando Marco non si convince che il racconto sia davvero finito.
Rimaniamo in silenzio per un po', con le persone che ci volteggiano attorno dandosi lentamente il cambio nell'occupare gli altri tavolini del dehors. Ben più rapidi e indaffarati, i camerieri in livrea nera maneggiano i loro stanchi vassoi di acciaio. A un certo punto il ragazzino si alza dalla sedia, prende in mano la pila di "cose da buttare" e tenendola ben stretta attraversa la strada lastricata in direzione di tre grossi cassonetti dell'immondizia: con un po' di fatica, abbandona il proprio carico al di sopra di una pila di scatole di cartone. Poi, battendosi le mani come dopo un lavoro faticoso ma soddisfacente, torna sulla sedia al mio fianco.
Lo guardo, nello stesso silenzio con cui l'ho seguito negli ultimi istanti, mentre prende il mio vecchio portafoglio e lo riempie di nuovo con il contenuto della pila di "cose da tenere", attento a rimettere ogni singolo oggetto nello stesso posto da cui l'abbiamo tirato fuori pochi attimi prima.
Il "4" di cartoncino finisce subito dietro la carta di credito, in una tasca tutta sua.
Dubito abbia capito che l'episodio della metropolitana sè l'ultima cosa che ho condiviso con Luca, fagocitato da quella stessa città un paio di settimane più tardi senza alcuna ragione e in modo non ancora del tutto chiaro. Vorrei dirglielo, e se avesse qualche anno in più forse lo farei. Ma la facilità con cui si è sbarazzato delle "cose da tenere" in favore delle "cose da buttare" mi ha lasciato senza parole,
Guardare il mondo in bianco e nero, senza dover dare spiegazioni, è qualcosa che gli viene naturale, e che io ho perso da un po'. Non gli dico niente, quindi, continuo soltanto a guardarlo.
E sorrido, forse in modo un po' forzato. E sorride anche lui.

lunedì 26 ottobre 2015

AUTODIDATTA - Episodio #3 - RETRIBUITION

Ma zalve, cari mentecatti e mentecatte!
Come ve la passate? E' andato bene questo ultimo mese? Vi siete abituati alla discesa in picchiata delle temperature e all'esplosione dei colori autunnali al di fuori delle vostre finestre sporche?
Spero che la risposta sia "sì" in tutti e tre i casi.
Esatto, anche per la prima domanda.
Io, da parte mia, ho vissuto un ottobre molto tranquillo: mi sono rilassato, ho sistemato un paio di questioni ancora "appese", ho scritto un po' di cosette, ho lavorato (molto)... e, come forse saprete, ho dato inizio ai lavori di "pre-produzione" (per la serie "usiamo termini cinematografici a buffo") per il libro nuovo, prossimo e venturo!
Presto o tardi ve ne parlerò, eh, tranquilli, solo che ora è tutto ancora molto... fumoso, diciamo così.
Ma non sono qui per questo, quindi bando alle ciance e benvenuti al terzo appuntamento con AUTODIDATTA, il mio personale angolino di studio della scrittura creativa, dei cui frutti ogni mese da un po' di tempo a questa parte potete godere in totale libertà.
La consegna che lo spirito di Raimond Carver mi ha lasciato per questo ottobre 2015 era di "scrivere un racconto in cui qualcuno venisse minacciato, spaventato o addirittura aggredito fisicamente".
Compito semplice, direte voi.
E devo dire che lo è stato, per esempio rispetto a quello dello scorso appuntamento... fatto che mi ha permesso di prendere il tutto un po' più alla leggera, di divertirmi un pochino di più: credo proprio che alcuni di voi, nel profondo buio della propria anima, si ritroveranno in almeno uno dei personaggi presentati qui sotto. Se non in entrambi.
Vi auguro quindi una buona lettura: prima, dopo o durante, non dimenticate di dare un ascolto a KEVIN SPACEY del buon, caro, vecchio Caparezza, senza cui dubito ci sarebbe stato questo racconto. So che non mi stai ascoltando, Salvemini, ma grazie comunque!

Simone

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     Un violento taglio di luce mi colpisce con forza improvvisa, spingendomi fuori dalla fase REM verso il mondo reale. Il dolore è un'ancora perfetta, anche se quello agli occhi scompare presto per lasciare il suo spazio ad un altro tipo più acuto e continuo, che subito non riesco a identificare.
Il chiarore proveniente dal vecchio lampadario appeso al soffitto, rovesciato come un anomalo pipistrello, si schianta sulle pareti beige pallido di quello che riconosco come lo stretto cucinino di casa mia, scivolando poi sul lavello e sull'angolo cottura come sui girasoli stinti della tovaglia di plastica che copre il tavolo di legno. Quel triste sudario ormai ampiamente passato di moda è di mia madre: me l'ha portato la prima volta che lei e papà sono venuti a farmi visita, mesi fa, quasi a testimoniare l'inizio della nuova parte della mia carriera scolastica. Sopra di esso c'è la scatola di plastica rettangolare di un dvd di cui non riesco a vedere bene la copertina e attorno al tavolo si trovano le solite, vecchie, sedie di legno. Sono seduto proprio su una di queste.
Riesco finalmente a localizzare l'origine di quel dolore interminabile: ho i polsi legati tra di loro dietro lo schienale e ciascuna caviglia alla relativa gamba di legno attraverso qualcosa di freddo e duro, molto stretto. Credo siano fascette di plastica, ma non posso esserne sicuro. Sono scalzo e addosso ho solo i pantaloncini corti e la maglietta con cui so essere andato a dormire chissà quanto tempo fa (l'unico orologio presente in casa è proprio dietro le mie spalle).
Ben svegliato!”
Una voce familiare, conosciuta, amichevole rompe il silenzio, più che ben accetta.
Seguo la voce con gli occhi e incontro una figura stretta in una tuta di marca nera, con la schiena appoggiata al piccolo frigorifero attaccato al gas elettrico, i capelli rasati sulle tempie perfettamente in ordine, il viso sbarbato capace di rendere il riconoscimento della sua età anagrafica quasi impossibile e lo sguardo ben fisso su di me: è Giacomo, compagno di classe (e di banco) da sempre e coinquilino dall'inizio dell'Università.
Cosa... cosa succede?”
Parlo lentamente, per qualche ragione ho la gola riarsa e le labbra asciutte.
Niente” risponde lui lasciando il frigorifero. “Ho solo sciolto il mio Felison nella bottiglia d'acqua che tieni sul comodino.”
Il... Felison? Ma che cazzo dici?! Perché l'hai fatto?”
Non risponde, rimane impassibile, inespressivo.
Non c'è traccia, adesso, del simpatico cazzone a cui si deve la mia totale ignoranza degli enunciati filosofici di Kant o delle unità di misura astronomiche: non l'ho mai visto così in tanti anni.
Ci provo comunque, ad appellarmi all'amico che conosco.
Dai ma che è 'sta cazzata? Possiamo parlarne un attimo? Dimmi che ti ho fatto!”
Parlare?” dice lui facendo scorrere verso di me la copertina di plastica del dvd e sedendosi su una delle altre sedie. “Perché no. D'altronde è quello che ti riesce meglio”.
Il dvd è uno dei miei. Riconosco senza difficoltà i personaggi di “The Rubber Man”, la serie tv più in voga in tutto il mondo civilizzato da circa un paio d'anni. E' quello della prima stagione.
Giacomo si prende qualche attimo prima di iniziare.
A che puntata sei arrivato, tu?”
Lo sai che sono in pari. La decima della quarta serie.”
Annuisce.
E io? Sai a che puntata sono io?”
La... terza della seconda stagione, tipo? Qualcosa del genere?”
Questa volta sorride, mostrando ancora lo sfregio artefatto di poco prima.
Sei stato tu a convincermi a iniziarla, te lo ricordi? A dirmi che mi avrebbe catturato subito, che non avrei più voluto parlare d'altro, che avrei faticato persino a dormire.”
Sì.”
E sai quanto è alta la probabilità di incorrere in qualche spoiler, di questi tempi? Quanto odi ciascuno di essi con tutto il mio cuore?”
Sì!”
E sai che da quando ho iniziato “The Rubber Man” mi sono praticamente disconnesso dal mondo civilizzato? Che ho bloccato il mio account facebook ed evitato twitter e youtube come la peste? ”
Sì, lo so!”
E allora perché l'hai fatto?!” esplode Giacomo alzandosi in piedi e sbattendo una mano sul tavolo.
Ci guardiamo negli occhi per un po', scossi dai tremiti.
Lui di rabbia, io di sincera paura.
Cedo e parlo per primo.
Ma fatto cosa? Non ti ho mai detto un cazzo! Niente!”
Giacomo si allontana e riprende il controllo di sé, rallentando il respiro senza smettere di guardarmi negli occhi.
Vorrei che fosse vero.”
Lo osservo mentre apre la custodia del dvd, gettandola a terra con noncuranza dopo aver estratto il piccolo contenitore di byte circolare. Quindi, con un po' di sforzo, lo piega su se stesso fino a romperlo in due metà malamente sbrecciate ma quasi perfette, due identici semicerchi di plastica dai bordi frastagliati; uno lo scaraventa verso la custodia.
Urlo il mio rabbioso disappunto per quel gesto insensato ma non sortisco alcun effetto su di lui, che torna ad avvicinarsi.
Credo fosse per qualcuno in pari con la serie, il messaggio vocale che mi hai inviato questa mattina. Oh, non che sia davvero importante, visto che per rendermene conto ho dovuto ascoltarlo.
Ci metto un po' a ricollegare i pezzi.
Ecco perché Diego non mi ha risposto.
Giacomo ormai sovrasta il mio corpo con il suo.
Mi preme il braccio sinistro sulla fronte, piegandomi con forza la testa all'indietro come se volesse spezzare anche me. La luce del lampadario mi ferisce di nuovo: tra le lacrime non riconosco più i dettagli del mio coinquilino, ora soltanto una gigantesca macchia nera. Poi inizia a schiacciare le dita nude di uno dei miei piedi con una delle sue ciabatte. All'inizio stringo i denti ma poi non riesco a trattenermi e spalanco la bocca; è in quel momento che lui lascia la presa sulla fronte, arpionandomi rapido la lingua con le dita e tirandola fino a farla uscire completamente dalla bocca.
Provo a dire qualcosa, invano.
Oh no, certo. Non ricapiterà. Ci puoi giurare.”
La punta della metà di dvd stretta nella sua mano inizia a premere sulle mie papille gustative.

giovedì 24 settembre 2015

AUTODIDATTA - Episodio #2 - THE BIG HUNT

Buon pomeriggio, amiciui e amichue!
E benvenuti al secondo appuntamento con AUTODIDATTA, la piccola, nuova, rubrica mensile del blog in cui vi propongo i racconti che ho creato seguendo di volta in volta  la consegna di un particolare esercizio lasciato(mi) dal grandissimo Raymond Carver in quel suo capolavoro assoluto che è Il mestiere di scrivere.
Per questo settembre 2015 l'esercizio in questione proponeva di "scrivere un racconto in cui a delineare i personaggi fossero più le azioni che fanno all'interno del racconto stesso che il loro giudizio e/o la loro descrizione". Non male, eh?
Ve lo devo dire, non è stato facile... per nulla.
Ma, bene o male, sono abbastanza soddisfatto del risultato ottenuto oppure non vi farei perdere tempo pubblicandolo qui sul blog. Ovviamente.
Quindi vi auguro una buona lettura e, perché no, un buon divertimento... e per mettervi nella giusta condizione appiccico al nuovo racconto anche F.U.C.K. dei The Bloodhound Gang, così, come la piccola perla che effettivamente è.
Statemi bene fino al mese prossimo, eh?

Simone

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     "Tonight... i wanna give it all to you... in the darkness... there's so much i wanna do..."
Mentre la voce di Paul Stanley sparata a volume altissimo faceva vibrare impercettibilmente l'intero pub, gli occhi di Carlo erano fissati sul piccolo cerchio d'oro che roteava su se stesso al di sopra del lungo bancone di legno, minacciando di incepparsi ogni volta che incontrava uno dei suoi numerosi solchi graffiati. Le maniche della camicia arrotolate fino ai gomiti, le braccia incrociate sul bordo sbrecciato, la larga schiena curva, guardava l'anello giallo compiere instancabile il proprio moto. Solo quando questo si accasciò tintinnando sul legno riuscì a riconoscere il nome "Martina" e parte della data impressa all'interno di esso: nel corso del roteare erano diventati invisibili entrambi, come non fossero mai esistiti.
"Ehi. Sto parlando con te" disse una vocetta nasale infiltrandosi nei timpani di Carlo e sovrastando persino quella del cantante dei Kiss.
L'uomo alzò gli occhi, lentamente, includendo nel proprio campo visivo il metro e sessanta di donna che da tutta la sera se ne stava dietro il bancone. Correva veloce verso i cinquanta nonostante i chiarissimi sforzi nel maltrattare le briglie e i suoi contorni erano perfettamente delineati dalla gonna nera cortissima e dal succinto top a vita alta da cui (che lo volesse o meno) uscivano diversi centimetri di pelle spesso tatuata. Lo guardava con i suoi grossi occhi tra il verde e il marrone e con la testa leggermente reclinata a sinistra, masticando un chewing-gum e sbattendo le lunghe ciglia solo ogni tanto; tutto sommato era ancora molto bella ma in qualche momento del suo passato doveva essere stata davvero uno schianto. In mano teneva il bicchiere di vetro di Carlo sul cui fondo c'erano ancora i resti dell'ultimo Four Roses che gli aveva servito.
"Vuoi fare un altro giro?"
Espirando Carlo si raddrizzò e si stiracchiò con forza, rastrellandosi i corti capelli scuri con la mano sinistra. "Certo, perché no" rispose atono.
La donna lo squadrò ancora per qualche secondo quindi gli diede le spalle e iniziò a cercare l'etichetta giallo pergamena caratteristica di quel tipo di bourbon all'interno della scultura di vetro e carta che campeggiava maestosa dietro il bancone. Prima di ruotare sullo sgabello per voltarsi Carlo lanciò quasi senza accorgersene una rapida occhiata al suo culo. Non poté farne a meno, gli venne del tutto naturale. La sua fede nuziale rimase dov'era, sdraiata in prossimità di un'incisione che sembrava una grossa "A".


     Appoggiò la schiena al bancone e allargò leggermente i gomiti cercando una parvenza di comodità senza rischiare di cadere a terra: il Four Roses che stava per arrivare non era il primo, non era il secondo e, cazzo, non era nemmeno il terzo, nonostante il gusto gli diventasse più insopportabile sorso dopo sorso. L'ultima volta che ne aveva buttato giù così tanti, Martina non sapeva nemmeno chi fosse. E al posto del cerchiolino d'oro che avrebbe dovuto non lasciare mai il suo anulare sinistro portava una paccottiglia di ferro semi-arruginito del tutto liscia che aveva trovato per strada in un giorno di pioggia (forse persa, forse abbandonata) e che aveva deciso di tenere senza preoccuparsi più di tanto della provenienza.
All'interno del piccolo locale si trovavano un paio di gruppetti di giovani (cinque o sei, tutti tra i sedici e i trenta) e qualche coppia di amici o fidanzati. Tra questi ultimi, due ragazze forse appena maggiorenni si stavano scambiando un bacio appassionato, cosa che sul volto di Carlo dipinse un'espressione di sdegno. Che scomparve subito, però, quando si ricordò che lui, in quel posto, era venuto vestito in giacca e cravatta. Sembravano tutti, anche quelle due lesbiche, sapere qualcosa che a lui era precluso o avere qualcosa in più di lui: la superficialità scanzonata dei gruppetti più folti, la profondità quasi poetica degli amici usciti a due per una birra, la capacità delle coppie innamorate di sentirsi a proprio agio anche in un bugigattolo come quello.
Carlo osservò le loro vite più a lungo che poté con lo stesso sguardo con cui quasi ogni sera guardava i documentari di National Geographic assieme ai bambini. Poi, quando un paio di ragazzi cominciarono a guardarlo di sbieco, tornò a voltarsi verso il bancone.
Il bicchiere con l'intruglio color ocra era già lì ad aspettarlo, poco oltre il minuscolo bordo circolare dell'anello d'oro. L'odore salì forte da quel centimetrico pozzo infinito ma mentre la sua tozza mano si apprestava ad afferrarlo per tuffarvisi dentro qualcuno mosse lo sgabello alla sua destra sedendovisi con una rapida serie di mosse aggraziate.
Era qualcosa di affascinante, una mistura ad alto tasso eccitante di agilità rapace e candore innocente, irradiante sensualità in quantità del tutto fuori dalla soglia massima consentita. Era giovane, di certo molto più di Carlo, bionda quasi platino e con tratti che sembravano essere stati scolpiti da un artista consapevole di essere al lavoro sulla sua più grande opera: il lungo vestito rosso sembrava avere scritto sopra a caratteri cubitali "SONO QUI PER SBAGLIO" e lei lo portava come se qualcuno dall'Alto dei Cieli gliel'avesse delicatamente lanciato addosso.
Carlo la guardò sistemarsi a fatica sullo sgabello, alzare timidamente una mano per richiamare l'attenzione della barista e ordinare una tazza di caffé. In qualche modo sembrò non accorgersi dell'insistenza dei suoi occhi vacui e nemmeno dello sguardo sottile, tagliente, della donna oltre il bancone.
"Che diavolo ci faceva lì una ragazza del genere? Da dove veniva? Dove stava andando? Che cosa le era successo? Perché si era fermata proprio in quel pub, tra tutti quelli (migliori) che c'erano?" non potè fare a meno di chiedersi Carlo. Ma soprattutto: "che diavolo stai aspettando, idiota? E' per questo che sei qui e non a casa!"
Dopo quelli che gli sembrarono essere stati secoli staccò lo sguardo da quella visione angelica e finalmente ingollò in un'unica sorsata il bourbon ghiacciato. Percepì subito il proprio battito cardiaco accelerare, il respiro farsi più pesante e allo stesso tempo il calore espandersi dal centro del petto fino alle zone più estreme del suo grosso corpo sformato dal passare degli anni. Strinse i denti fin quasi a farli scricchiolare e gli occhi tanto da credere per un istante di aver perso la capacità di sollevare le palpebre per costringere il proprio stesso corpo a far arrivare il beverone fino allo stomaco: quando li riaprì la giovane donna stava sorseggiando con cautela il suo caffé bollente.
Era arrivato il momento.
Carlo trasse un lungo respiro... e non fece nulla. Non si mosse di un millimetro, o forse non riuscì a farlo. Rimase seduto, ogni singolo muscolo come bloccato da un malvagio incantesimo. Dopo qualche attimo la ragazza posò la tazza sul bancone assieme a un paio di euro e poi discese dallo sgabello e si avviò verso la porta del pub.
Lui la guardò semplicemente scomparire.


     Quando la somma dei Four Roses bevuti nelle ultime ore fece finalmente il suo totalizzante effetto Carlo perse del tutto la concezione del tempo e del mondo attorno a lui: i colori erano solo grossi aloni oleosi alternativamente accesissimi e opachi, i rumori si fondevano l'un l'altro in un'orgia indistinguibile che avrebbe di certo trovato insopportabile se solo fosse stato sobrio. Gli altri avventori lasciarono il pub e lui non se ne rese nemmeno conto nonostante si avvicinassero al bancone per pagare le consumazioni, parlassero con la barista e alcuni finsissero anche per rivolgere un paio di risatine sommesse in direzione di quel corpo accasciato sul bancone; non esisteva nessuno di loro, nel mondo di caos sensoriale in cui si trovava.
Solo quando la barista chiuse di colpo lo sportello della cassa Carlo tornò davvero all'interno del locale. La donna si era messa sulle spalle una giacchetta di pelle nera della sua taglia quanto la gonna e aveva in mano la bottiglia di bourbon, sempre la stessa, che mentre gli si avvicinava prese a far dondolare distrattamente a destra e a sinistra.
Con uno sforzo che percepì immane Carlo abbandonò in risposta il proprio squallido scranno.
"Ok, ho capito... quanto ti devo?"
La donna gli sorrise sorniona bloccandosi proprio davanti a lui e si appoggiò al bancone con i gomiti, sporgendosi in avanti. "Se ti va di finirla a casa mia assolutamente niente."
L'espressione che assunse il volto di Carlo dopo quella frase doveva essere uno straordinario connubio tra effetto sorpresa e stordimento alcoolico: solo appoggiando di scatto una mano sul bancone evitò di capitombolare al suolo.
La sua fede nuziale era ancora dove l'aveva lasciata minuti prima ma la sua attenzione era inevitabilmente catalizzata altrove, questa volta.
Si fece avanti di un passo e raccolse l'anello, infilandoselo con un solo gesto fluido e controllato (e insospettabile, vista la condizione in cui versava pochi attimi prima) all'interno di una tasca dei pantaloni. Incontrò con le dita il portafoglio di pelle nera che Martina gli aveva regalato per il compleanno di qualche anno fa, o forse per l'ultimo. Era bello gonfio, come al solito.
Questa volta senza barcollare assunse una posizione identica a quella della barista, i gomiti, le spalle e la testa vicini ai suoi. Forse troppo. Forse ancora poco.
"Fortuna che mi sono dimenticato di prelevare, oggi."  

martedì 28 luglio 2015

AUTODIDATTA - Episodio #1 - RINGING A BELL

Buon pomeriggio, mentecatti e mentecatte!
E benvenuti al primo, vero, appuntamento con AUTODIDATTA, l'appuntamento mensile a metà tra una rubrica propriamente intesa e una palestra mia personale di scrittura creativa (per capire il senso di questa assurda accozzaglia di parole fate un salto sull'Episodio #0, se già non l'avete fatto).
L'esercizio, per questo mese, consisteva nel "scrivere un racconto che abbia al suo interno, come elemento centrale, un momento di rivelazione vissuto da uno dei personaggi"... e, beh, credo proprio di esserci riuscito.
Sì, sono particolarmente soddisfatto delle tre "cartelle" che trovate qui sotto, lo dico in tutta sincerità!
Che altro posso aggiungere se non che, alla peggio, le atmosfere evocate da questo nuovo racconto breve vi daranno un po' di sollievo in questa estate particolarmente calda e afosa?
E se non basta questo, per convincervi, allora vi resta solo più l'elettroshock.
Bando alle ciance, quindi: buona lettura e buon ascolto di "Revelations" degli Iron Maiden, che non c'azzecca nulla con il tema del racconto, ma solo con l'esercizio lasciatomi (postumo) da un inconsapevole Raimond Carver. Questa volta va così, deal with it.
Noi ci si rivede/sente/legge il mese prossimo.

Fate i bravi,
Simone

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     Proprio così: credo che la crescita come cammino progressivo dall'infanzia all'età adulta non esista.
O meglio esiste, ma per noi esseri umani non è sperimentabile, ci è invisibile a occhio nudo.
Quello che penso è che si diventi grandi tramite improvvisi e violenti squarci nella quotidiana normalità, grazie a (o a causa di) piccoli uragani personali su cui non abbiamo alcun controllo e per i quali passiamo il resto delle nostre giornate a pulire il casino che si lasciano alle spalle.
Seguendo questo ragionamento io sono diventato adulto nella notte del 24 dicembre 1983.
Avevo 5 anni. 1825 giorni vissuti nel confortevole calore di una piccola famigliola medio-borghese del Nord-Ovest, calore che i miei si sono assicurati di direzionare completamente verso di me evitando di mettere al mondo un fratellino o una sorellina (per praticità, almeno all'inizio).  
A vedermi adesso non si direbbe ma all'epoca ero uno dei bimbi più bassi e grassocci della mia classe, due caratteristiche capaci di farmi prendere immediatamente in simpatia da chiunque incontrassi. In realtà, però, ero tutto tranne che un bambino tranquillo. Non certo un delinquente, intendiamoci (come mai avrei potuto esserlo?), ma ero costantemente attanagliato dalla curiosità, dal brivido della scoperta, forse più degli altri miei già esagitati coetanei: qualunque domanda, e a quell'età ogni cosa è una domanda, rappresentava per me un'ossessione quasi irrinunciabile.
E quale poteva essere il mistero più grande di tutti, per il me cinquenne?
Quello concernente l'esistenza (o meno) del caro, vecchio, Babbo Natale, è ovvio.

     In realtà tutta la questione, fosse dipeso solo da me, non sarebbe mai nemmeno stata messa in discussione: vedere i regali crescere di grandezza, colore e qualità di anno in anno, e soprattutto vedere Lui in ogni pubblicità della Coca-Cola da ottobre a gennaio, erano prove già di per sé fondanti dal mio punto di vista. A insinuare il dubbio nella mia mente spugnosa fu un certo Gabriele, un bimbo di qualche anno più grande di me che ero solito incontrare nella Terra di Nessuno del campetto di calcio comunale in sintetico presente nella nostra cittadina.
Chissà che fine ha fatto. Lui, non il campetto.
La sua posizione sull'argomento era netta, granitica, sicura: Babbo Natale non portava i regali la notte della Vigilia ma erano i nostri genitori a farlo... e questo perché Babbo Natale non esisteva. Per sostenere questa sua dietrologica tesi portava semplicemente spocchia e arroganza, in quantità bastevoli però a insinuare il dubbio in tutti noialtri; in fondo né noi né lui avremmo mai potuto addurre prove schiaccianti e, come succedeva sempre a quei tempi, chi aveva dalla sua l'età anagrafica finiva per accaparrarsi molta della ragione senza se e senza ma.
Nei giorni prima della fatidica nottata avevo cercato di non pensare alle parole di Gabriele ma senza reali risultati: quel 24 dicembre mamma e papà mi mandarono a letto alle 23.30 come ogni altro anno ma io riuscii nell'ardua impresa di non prendere sonno nemmeno per un minuto.
Rimasi supino, coperto fino al mento dallo spesso piumone del mio letto, gli occhi sbarrati in direzione del soffitto. Quando sentii suonare le campane della chiesa per due volte presi coraggio, mi alzai e con la massima cautela sgusciai fuori dalla camera.
La casa era immersa in un'oscurità pesante e avvolgente, quasi confortevole non fosse stata anche gelidissima, caratteristica dell'inverno più profondo. Anche se, adesso, potrei muovermi al suo interno senza alcun problema anche privato di tutti e cinque i sensi, ricordo che all'epoca la struttura mi appariva come immensamente più grande del normale: le distanze erano completamente sfasate, sia in altezza che in lunghezza e per qualche attimo mi sembrò di essere all'interno di un gigantesco castello mortalmente pericoloso, come quelli che popolavano i miei sogni dopo l'immancabile favola della buona notte.
Ammetto che un paio di volte il pensiero di tornarmene indietro mi attraversò la mente, ma la curiosità sovrana non ammetteva ritirate.
Con gli occhi ogni secondo più abituati alla fioca luce dei lampioni e degli addobbi natalizi che proveniva da oltre le finestre della nostra villetta a schiera raggiunsi le scale facendo scivolare i piccoli piedi nudi sul tappeto che copriva il pianerottolo del secondo piano. Lanciai una rapida e ansiosa occhiata alla stanza dei miei genitori; la porta era socchiusa (come al solito) e dall'interno sentivo provenire soltanto il cavernoso russare di mio padre.
Bene. Sarebbe bastato evitare qualunque rumore improvviso e non si sarebbero accorti della mia gitarella notturna.
Cominciai a scendere i gradini uno alla volta, lentamente, scaricando sul corrimano la maggior parte del peso. Ogni singolo scricchiolio mi rimbombava nel cervello con la forza di un tuono, ma passetto dopo passetto riuscii a guadagnare il pavimento del piano terra. Poi seguii la luce soffusa del nostro alberello di Natale ed entrai all'interno del salotto.
Allora come adesso si trattava di una stanza rettangolare mediamente ampia, con pareti e soffitto beige pallido e il pavimento in parquet, comprendente un grosso divano coperto da una stoffa blu notte, una poltroncina (separata ma del medesimo colore), una larga televisione “ultimo-modello”, una grossa credenza di legno che conteneva il servizio di porcellana che la mamma aveva ereditato dalla nonna e una stretta libreria, una piccola torre di cultura costituita da cinque piani differenti (libri utili durante la scuola, riviste della mamma, vecchi libri di papà, fotografie di famiglia e tomi che entrambi amavano tenere in bella vista ma a cui non ricordo avessero mai cambiato posizione nel corso degli anni). Una grande finestra si apriva alle spalle del divano e tra la libreria e la televisione s'innalzava per pochi metri l'abete sintetico che mio padre aveva riesumato dal garage del suo monolocale, coperto di nastri, stelle e addobbi di ogni genere fino a rendere quasi miracoloso il suo starsene ancora dritto in piedi.
Sotto di esso non c'era nulla.
Non mi allarmai particolarmente.
Babbo Natale aveva tutto il mondo da girare in una sola notte: un po' di ritardo era concesso, fisiologico, nonostante le sue leggendarie capacità magiche.
Improvvisamente una serie di rumori provenienti dal piano superiore attirarono la mia attenzione. Qualche colpo di tosse leggero, degli strascichi, la mancanza inaspettata del sommesso ronfare di papà e poi dei passi, soffusi certo, ma inequivocabilmente in avvicinamento. Appena percepii la scala di legno riprendere a scricchiolare (ben più forte di quando a discenderla ero stato io) mi fiondai dietro il divano, raggomitolandomi con le gambe strette al petto e una mano schiacciata sulla bocca a impedirmi anche il più piccolo mugolio.
A un certo punto udii un tonfo più pesante, che coprì gli scricchiolii.
“Sssh! Fa' attenzione!”
“E datti una calmata! Sono solo scivolato... non si vede nulla, qui!”
La voce di mamma.
La voce di papà.
Che cosa ci facevano fuori dalla loro camera?
Mentre dentro di me lo spavento si mescolava alla confusione, i miei genitori entrarono nel salotto e si diressero verso la grossa credenza di legno. Si muovevano trascinando lentamente i piedi sulla moquette nella speranza (forse) di emettere meno rumori possibili, e le loro voci erano forzatamente sussurrate nonostante secondo loro io mi trovassi comodamente addormentato al piano di sopra, o forse proprio per quello. Ricordo che pensai alla gigantesca pletora di possibilità per cui i miei genitori non avrebbero voluto farsi trovare in quella situazione, sorpreso da come, nel cercare di rimanere il più furtivi possibile, continuassero comunque a parlare tra di loro con foga: papà sembrava infastidito dal fatto che mamma avesse lasciato le tende del grande finestrone dietro il divano aperte prima di salire in camera da letto. Secondo lui l'aveva fatto per mostrare ai vicini che anche casa loro era ormai immersa nel più puro e candido Spirito Natalizio.
L'idea che potesse venire a chiuderle, vedendomi, mi gettò ancora di più nel panico.
Non lo fece.
“Che fastidio ti danno aperte? Non perdi proprio occasione per lamentarti, eh?” disse mamma.
“Mi sa che è una delle poche cose che abbiamo ancora in comune.”
Silenzio.
Un silenzio pesante, che uno dei due ruppe iniziando ad armeggiare con qualcosa di simile a una chiave. Subito mi venne in mente lo sportello più basso della credenza, che da ottobre a gennaio rimaneva sempre e misteriosamente chiuso a doppia mandata.
Papà sbuffò sonoramente, come faceva sempre prima di parlare quando era stanco.
“Senti, scusami...”
“Perché? Hai ragione. È sempre stato così, abbiamo sempre avuto ben poche cose in comune. Non ricordo fosse mai stato un problema, però!”
Sentii la porticina di legno aprirsi con un leggero cigolio, quindi il tonfo di un grosso corpo adulto che si lasciava cadere sulla morbida superficie del divano, a pochi centimetri da dove ero appoggiato io. Sobbalzai per la sorpresa e mi strinsi ancora di più la mano sulla bocca per evitare di farmi scoprire; intanto, da dove sapevo esserci la credenza percepii uno sfregare continuato, quello (inconfondibile) della carta regalo fine e lucidissima. Pur se consciamente stentassi ad accettare l'idea che si stava facendo largo dentro di me, ricordo mi venne immediatamente l'acquolina in bocca.
Fu papà a riprendere a parlare.
“Neanche io. Forse abbiamo sempre sottostimato la cosa. Dio, forse abbiamo sempre saputo che non saremmo dovuti durare che, semplicemente, insieme non funzioniamo... ma sembrava brutto distruggere tutti i progetti che avevamo costruito mentre erano ancora in corso...”
Quando papà smise di parlare il salotto venne riempito soltanto con altro rumore di carta regalo in movimento, quindi dal cigolio dello sportello della credenza che tornava a chiudersi e dalla chiave che riportava i cardini della serratura al loro posto designato nell'ordine cosmico.
Stranamente quell'ultimo rumore mi diede in un fastidio enorme.
Mamma rispose dopo un po'.
“La tua pseudo-psicologia del cazzo puoi anche evitarla: l'altra notte hai chiarito abbastanza bene che tra noi è finita” disse mamma, la voce zoppicante. “Sì, è colpa nostra e sì, avremmo dovuto pensarci prima, ma lo sappiamo tutti e due: non possiamo fargli questo. È troppo piccolo.”
Ancora silenzio.
“Sì. Lo so”. La voce di papà era ancora più bassa di prima. “Non capirebbe.”
“Non capirebbe” disse mamma.
E in effetti non capii.
Ci vollero altri dieci anni e una lunga chiacchierata proprio su quel divano per illuminarmi.

     I miei rimasero ancora per qualche istante in salotto. Forse qualcosa si dissero, o forse si guardarono soltanto negli occhi chiedendosi silenziosamente chi fosse davvero la persona con cui avevano deciso di passare il resto della vita davanti a Dio, ma la verità è che non posso esserne sicuro.
In quel momento ero più concentrato sul fatto che Gabriele avesse finito per avere davvero ragione. Babbo Natale non esisteva e gli adulti ci mentivano senza vergogna, per qualche assurdo motivo. Arrivederci e grazie, ora fai i conti con tutto questo.
Io non mi mossi da dietro il divano, aspettai senza più nemmeno coprirmi la bocca con la mano.
Dopo un po' papà si alzò e i passi di mia madre la allontanarono dal salotto, leggeri.
La scalinata cominciò di nuovo a scricchiolare, proprio come quando erano scesi pochi minuti prima, e ricordo che mi parve molto strano: per come la vedevo io, non c'era alcuna somiglianza tra il mondo attuale e quello precedente.
Una volta certo di essere “fuori pericolo” me ne tornai a dormire anche io.
Ora, diversi pacchetti si trovavano al di sotto del nostro alberello di Natale, le luci che ne illuminavano la fantasia pacchiana; subito il senso di confusione che mi era sceso fino alla base dello stomaco si attenuò.
Qualunque fosse la verità, alla fine domattina avrei comunque avuto qualcosa da scartare, no?

martedì 30 giugno 2015

AUTODIDATTA - Episodio #0 - POUND FOR POUND

Un salutoso saluto a tutti voi mentecatti/e che ve ne state dall'altra parte dello schermo!
Io sono il vostro eiaculatore precoce della narrativa preferito... ed è con grandissimo orgoglio che vi introduco a una nuova, piccola, rubrica di "Conati di Anima": AUTODIDATTA!
Ebbene sì, amici (ma soprattutto amiche), un nuovissimo appuntamento mensile che ci terrà compagnia fino all'anno prossimo, ovvero fino a febbraio 2016; 7 episodi, 7 racconti brevi da leggere, 7 canzoni con cui farsi accompagnare nel viaggio.
Questo appuntamento nasce da un mio personalissimo bisogno fisico e mentale, e cioè quello di prendermi un po' di relax: con la scrittura di NULLA SI DISTRUGGE, la conseguente promozione (che ovviamente ancora non è finita...), la scrittura di un nuovo libro su commissione per il comune montano di Roaschia e la collaborazione sempre più stretta con il Collettivo Eclisse comincio a sentire proprio il bisogno di tirare un po' il freno, diciamo così.
Tirare il freno, continuando a fare quello che mi piace, ovviamente.
Ho così deciso di dedicare i prossimi 7 mesi all'affrontare altrettanti esercizi di scrittura creativa presi dal libro "Il mestiere di scrivere" di Raymond Carver; come tutti gli esercizi fatti in solitaria, non ci sarà alcun maestro/insegnante a correggerli, ma soltanto il mio senso critico come Giudice Finale... per questo, il titolo "AUTODIDATTA".
Spero sinceramente che l'idea vi appassioni quanto, adesso come adesso, appassiona me.
Altrimenti, ci si risente l'anno prossimo e amici come prima.

Per dare il via alla rubrica, vi propongo qualcosa che è a metà tra i futuri appuntamenti e quelli passati: POUND FOR POUND, che trovate qui sotto, è un puro e semplice esercizio di stile, ma non è riferito ad alcuno spunto preso dal libro.
Semplicemente, avevo voglia di scrivere una cosa del genere, tutto qui.
In più, è molto breve, quindi buon per voi.
Per mettervi nel giusto "mood", ascoltatevi anche "Cells", dei The Servant: se non vi mette voglia di trovarvi in una bella rissa da bar, allora significa che siete morti dentro.

Buona lettura.
Simone

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     Il violento manrovescio mi colpisce in pieno mandandomi a sbattere contro il muro ruvido e duro e azzurro pallido. Sento il cranio vibrare e mi pare anche di percepire uno scricchiolio, da qualche parte dentro di me. Seguendo il contraccolpo piombo di schiena sulla superficie del tavolo di legno; attorno a me si alza subito una piccola nuvola di polvere, che forse attutisce un po' la picchiata.
Non saprei dirlo con certezza: male ha fatto male, potete giurarci.
Cazzo, sono troppo vecchia per queste cose. Volevo soltanto farmi un paio di sorsi in santa pace!
Per alcuni secondi trovo difficile anche pensare, mentre il mondo non è altro che un insieme vorticante e indistinguibile di rumori mescolati e di gigantesche macchie colorate, spezzato solo ogni tanto da brevi flash di luce intensa. Dopo istanti dilatati all'infinito riesco a rimettermi in piedi.
Lo stronzo colpisce duro, glielo concedo. Non è da tutti ridurmi così.
Forse l'ho sottovalutato. Beh, certo che l'ho fatto: in che modo entrare dalla finestra e andargli subito addosso sperando che non riuscisse a reagire poteva rivelarsi una buona idea?
Ma chi si aspetterebbe mai che un venticinquenne di 70 chili con i riccioli e gli occhiali sappia pestare così? Insomma, chi gliel'ha insegnato? A guardarlo sembrava proprio che questo fosse il suo "primo rodeo".
Devo riprendermi, e in fretta anche. Merda, devo muovermi.
Uno alla volta i suoni iniziano a farsi più nitidi e comprensibili. Sento la voce del ragazzo, senza però riuscire a comprendere le sue parole, quindi un rumore strascicato. Ci metto un paio di secondi a capire che sono le gambe di una sedia che scorrono sul parquet sporco e rigato.
No. No, Dio, no. Cazzo.
Un istante più tardi lo vedo in piedi, che mi guarda dall'alto al basso con quelle due grosse palle bianche perfettamente rotonde che si ritrova in mezzo alla faccia. Il pugno, che calando avrebbe dovuto colpirmi in pieno, si abbatte invece sul tavolo: con uno sforzo immane riesco ad allontanarmi appena in tempo, mettendo i contorni del letto a una piazza sfatto tra me e lui.
"Ok, pezzo di merda, ora si ricomincia da capo" penso mentre cerco di ritrovare un po' di lucidità. Mi muovo continuamente, volteggio su me stessa e attorno a lui e lungo il perimetro della stanza senza mai perdere di vista quei 173 centimetri di giovane adulto stretti nella t-shirt scolorita e nei pantaloncini a righe bianche e azzurre. Lo studio, cerco di interpretare la sua prossima mossa, di capire il suo stato d'animo: che combattere sia un mix di intelligenza e cattiveria io ce l'ho scritto nel sangue. A modo suo anche lui tenta in tutti i modi di fare lo stesso, la bocca semi-aperta e lo sguardo corruciato. Sono troppo veloce, mi vede solo a tratti.
Quasi mi dispiace per lui. No non è vero: se l'è cercata, doveva solo lasciarmi fare.
Con circospezione il ragazzo si piega giù, verso terra, raccogliendo una scarpa di gomma e tela rosso brillante, buttata a casaccio, sporca sulla punta e strappata su un lato.
Ha perso concentrazione, brutta idea.
In quell'istante capisco che è il momento giusto per riprovarci.
Mi faccio sotto a gran velocità, l'aria che mi fischia attorno isola la mia attenzione da qualunque cosa non siano i suoi centimetri di pelle scoperta. Raggiungo il magrissimo braccio e mi preparo per colpirlo, finalmente, ma lui si accorge della mia presenza e inizia a divincolarsi con forza; per qualche secondo riesco a mantenere la presa ma poi vengo sbalzata via, atterrando sul pavimento, incolume ma ancora una volta stordita.
Lo vedo di nuovo che troneggia su di me mentre scuoto la testa, lo vedo alzare con lentezza il braccio e la mano che regge la scarpa rossa. Dice qualcosa che ha il tono di un'esultanza sollevata.
Faccio per muovere le ali, ma non sento arrivare da esse nessuna risposta. Sì, qualcosa ha davvero scricchiolato, prima.
Con il rosso della scarpa che avvicinandosi si fa sempre più nitido, mi rendo conto con una chiarezza cristallina che per qualche ragione questa volta non riuscirò a spostarmi in tempo.
Merda, sto per morire. Ma immagino fosse solo questione di tempo, no?
D'altronde ho già vissuto sei, lunghi, mesi.
SQUISH

lunedì 18 maggio 2015

NEGAZIONE

What's up, bitches?!
E' con enorme contentezza e anche con un pizzico di commozione che vi saluto, dandovi il benvenuto al primissimo racconto breve del 2015 qui su "Conati di Anima"!
Che vi piaccia o meno l'esperienza del Blogtour è finita, e mentre procedo alla promozione quasi "batteriologica" di NULLA SI DISTRUGGE non posso certo esimermi dal continuare a esercitarmi nell'arte narrativa breve: quindi ecco a voi una nuova storiella, che segue la precedente di soltanto di 5 mesi ("Intervallo" lo trovate qua, eh).
Il titolo di questo nuovo racconto breve, certo non vi sarà sfuggito, è "Negazione".
Ma "negazione" di cosa, chiederete voi? Beh, in realtà di tutto... ma lo vedrete leggendo!
Per il ritorno degli appuntamenti con i racconti brevi qui sul blog, vi offro un'impaginazione del racconto stesso tutta nuova e probabilmente più snella (almeno così credo io!), e una piccola storiellina che va ad allacciarsi ancora una volta al personaggio di Alessandra "Alex" Di Giacomo, una sorta di investigatrice dell'occulto un po' sfatta che si muove in una Torino altrettanto devastata, e in zone limitrofe dotate della stessa mancanza di colore e speranza.
Ci sono già un paio di altri racconti con protagonista Alex (se volete leggerli sono questo e questo), e chissà quanti altri ce ne potranno essere in futuro...

In ogni caso, come al solito, ecco per voi una bella canzone d'accompagnamento al racconto: "Who can it be now", di quel vecchio volpone australiano di Colin Hay.

Buon ascolto e buona lettura, noi ci sentiamo presto. Spero.

Simone

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     " Dio. Potremmo andare avanti così per sempre. "
Alex tornò a tamburellare con le dita sul bicchiere di birra che aveva appena terminato di scolare quello che nella sua testa era il motivo del ritornello di Space Oddity. Era una cosa che faceva spesso quand'era annoiata nonostante fosse certa che, dall'esterno, nessuno sarebbe riuscito a capire la canzone che tentava di riprodurre. A conti fatti non gliene importava proprio un cazzo.
Mentre procedeva con il suo personalissimo concertino mentale guardò l'orologio appeso sopra la finestra del pub, un vecchio cerchio di vetro sudato in cui le lancette e i numeri nerastri erano a malapena leggibili. Un quarto d'ora. Erano passati solo quindici minuti da quando aveva aperto la striminzita porta del locale, fatto serpeggiare i suoi occhi eterocromi lungo la manciata di tavolini circolari di legno e sui suoi ancora meno numerosi occupanti (uomini soli, per lo più) e aveva deciso di prendere posto in uno di essi. Messo storto a lato del bancone, era raggiunto a stento dai faretti al neon che costellavano il soffitto... ed era già occupato.
L'uomo che le stava davanti era basso e asciutto, navigava letteralmente all'interno dei vecchi jeans scoloriti e nel maglione infeltrito. Proprio come nel caso di Alex, con i suoi pantaloni  consunti e la felpa strappata, sembrava che qualcuno avesse tirato un telo di pallida pelle umana sopra le ossa di quel tizio, per poi ricoprirlo con stracci fuori moda: non fosse stato per i capelli rossicci e riccioluti, così diversi da quelli neri e lisci della donna, qualcuno avrebbe potuto pensare fossero imparentati.
In realtà non si conoscevano affatto e questo rendeva ancora più atipico che condividessero quel quadratino di legno appiccicoso e graffiato: a Torino non ti siedi vicino a qualcuno che non conosci, mai e in nessun caso. Già da diverso tempo l'uomo avrebbe dovuto alzarsi piccato, sussurrare qualche insulto inudibile e poi sedersi a un altro tavolo poco lontano.
Riccardo Bruzzoni, così si chiamava, invece non aveva reagito in alcun modo.
In effetti non aveva degnato Alex nemmeno di uno sguardo; era rimasto seduto, in silenzio, gli occhi e la mani fissi sulla superficie del tavolino.
Dall'esterno, rispetto a tutti gli altri clienti del pub, Riccardo sembrava solo un po' più strambo.
Posti come quello Torino ne aveva a decine: raccoglievano un sacco di gente simile a lui, insomma, andavano avanti grazie a disperati del genere. Ma Alex anche questa volta aveva fatto i compiti.
Si chiamava "Sindrome di Cotard", ed era un raro disturbo mentale per cui una persona smetteva di percepire davvero ciò che accadeva attorno o dentro di sé, finendo per negare l'esistenza di una parte del proprio corpo, di un bisogno fisiologico, di una persona cara o di se stessa. La totale apatia di Riccardo rientrava nell'ultimo caso e, addirittura, lui aveva la convinzione di non esistere affatto, di essere del tutto invisibile alle altre persone.
Ad Alex non era certo sfuggita l'ironia della situazione: aveva fatto tanta fatica solo per incontrare un uomo inesistente.

***

     Alex interruppe di colpo il tamburellio delle dita e la voce del Duca Bianco scomparve dalla sua mente. " Ehi! La facciamo finita? "
Riccardo non si mosse. " Sto parlando con te ", aggiunse. Ancora niente.
Allungò allora di scatto una mano e strinse con forza la sua.  A Riccardo servì comunque del tempo per sollevare lo sguardo: nel tragitto, la maschera che era stata il suo volto fino a quell'istante cambiò, sorpresa.
" T-tu puoi vedermi? " chiese l'uomo.
" Direi di sì. Alessandra, piacere. Puoi chiamarmi Alex se ti va. "
" Ma... com'è possibile Io non... "
" Sì, lo so. Beh, mettiamola così", disse Alex alzando gli occhi al cielo. "Sono una specie di strega. Vedere cose che non esistono è il mio lavoro. "
In un certo senso era vero.
O meglio, "strega" era uno dei modi in cui Alex era stata chiamata nel corso degli anni. Specificare di essere un'investigatrice privata con qualche nozione sull'occulto e un abbonamento a casi del tutto assurdi le sembrava un po' fuori luogo in quel momento. Come aveva previsto, per fortuna, la notizia non sembrò sconvolgere Riccardo più di tanto: avere davanti una strega poteva sembrare davvero così strano per un uomo convinto di non esistere?
" Che cosa vuoi da me? " chiese lui dopo un po'.
Alex si prese qualche secondo per riordinare le idee, senza abbandonare il contatto visivo con lui. Mentre camminava verso il pub, si era preparata quel che avrebbe dovuto dire per far sì che tutta quella storia finisse nel modo meno triste possibile, ma ora faticava a ripescare le parole. Non era mai stata una grande attrice e anche quella volta stava facendo fin troppo affidamento sulle sue scarse capacità ipnotiche.
" Tranquillo, amico: non sono io ad avere bisogno di te, ma il contrario. "
Silenzio. 
" Ti stanno cercando ", continuò lei, " e non hanno buone intenzioni. "
" Mi stanno... chi? "
" La Polizia, ma anche medici e infermieri. Vogliono farti tornare alla "casa bianca". "
Il terrore esplose nelle viscere dell'ometto, irrefrenabile come il sangue da una ferita profonda.
La "casa bianca".
Secondo la fonte principale di Alex sul caso, cioè lo spirito di una vecchia babysitter di Riccardo recentemente deceduta, era così che lui chiamava l'ospedale psichiatrico in cui aveva passato la maggior parte della sua infanzia: non era una brutta struttura, abbordabile e competente, ma un bambino l'avrebbe comunque trovata un inferno.
Il corpicino fragile di Riccardo prese a tremare e i suoi occhi a spostarsi di scatto a destra e a sinistra, ben attenti a cogliere qualsiasi cenno di pericolo.
" Non voglio tornare lì. Non voglio. Perché non mi lasciano in pace? Perché adesso? "
Alex tornò a stringergli con forza la mano fino a quando non ebbe di nuovo ottenuto la sua completa attenzione. Era necessaria per far valere la suggestione.
" Lo sai. " gli disse. " Per quello che è successo a Carola. "
Riccardo boccheggiò, confuso come se Alex avesse citato uno schema d'attacco di pallacanestro in una dissertazione sull'esistenza di Dio. Guardandolo dritto in volto, l'investigatrice immaginò di sentire le sinapsi del suo cervello scoppiettare nella speranza di elaborare quell'informazione: dopo qualche attimo, l'uomo socchiuse gli occhi, sconfitto dall'aver finalmente raggiunto il traguardo.
Alex si scoprì contenta di avere a che fare con una mente così incredibilmente incasinata.
Se quella di Riccardo fosse stata una follia più lucida, più colpevole, lei gli avrebbe di certo ricordato come in un raptus di follia avesse ucciso Carola, giovane vicina di casa colpevole (come il resto del mondo) di dimenticarsi il suo volto cinque secondo dopo averlo incontrato: si conosceva, non avrebbe resistito alla tentazione di vomitargli addosso tutti i dettagli più cruenti, solo per vedere se la sua espressione soddisfatta fosse cambiata di una virgola.
L'aveva già fatto. Molti dei tizi con cui aveva a che fare erano pazzi bastardi di quel tipo.
Per fortuna, non era quello il caso. Neanche lontanamente.
Il basso mugugnare del suo compagno di tavolo portò l'investigatrice fuori dai suoi pensieri.
" Io non volevo... ma perché stanno cercando proprio me? "
Alex deglutì a fatica. Si era preparata anche per quello.
Gli spiegò che la Polizia si stava avvalendo dell'aiuto di un'altra "strega", che era riuscita a sapere di lui; per quanto potesse sembrare incredibile, quindi, presto gli sarebbero stati addosso anzi, sicuramente stavano già setacciando la città. Ancora una volta la verità non ebbe spazio nella messinscena che Alex stava terminando di allestire: non era necessario Riccardo capisse che, "non esistendo", non si era posto il problema di ripulire la scena del crimine e che quindi l'appartamento di Carola fosse pieno del suo DNA, tra impronte digitali più o meno intere, capelli, sangue, sudore e saliva.
Sul loro piccolo tavolo condiviso tornò a calare il silenzio.
Ansia e timore sembravano aver abbandonato Riccardo, che aveva ripreso a osservare il legno scheggiato con rassegnata concentrazione. Alex non lo interruppe. Non se la sentiva di fargli fare l'ultimo salto, l'ultimo sforzo, nonostante fosse ormai quasi sicura di averlo convito del tutto, o forse proprio per questo. Ancora una volta lui fece tutto da solo.
" E tu v-vorresti aiutarmi? "
"Senti, lo so che è stato un incidente, ok? E conosco la "collega" ingaggiata dalla Polizia e le sue capacità. Posso prendere tempo per pensare a una soluzione di qualche tipo, ma ho bisogno che tu venga a stare da me. Per sicurezza."
Riccardo si prese un paio di minuti di pausa, quindi annuì poco convinto, alzandosi di scatto e dirigendosi subito verso la porta del locale. Alex gli andò dietro, fermandosi soltanto per tirare fuori dalle tasche gli spiccioli da dare al gigantesco uomo barbuto che se ne stava dall'altra parte del bancone, pagandosi la birra. Il ciccione sembrava avere addosso la stessa polvere che copriva le pile di bicchieri di vetro alle sue spalle; accettò il denaro quasi senza rivolgerle un'occhiata, ma quando capì che usciva seguendo il più inquietante dei suoi avventori rimase stupefatto.
Purtroppo, il semplice incantesimo di confusione della memoria che Alex aveva impresso su una delle monete gli avrebbe impedito di ricordare quell'evento storico.

***

La luce malsana dell'insegna del pub colpì le cornee di Alex e Riccardo senza pietà.
Con un cenno, l'investigatrice guidò l'ometto verso una traversa buia e isolata, lasciando che le tenebre inghiottissero entrambi: quando spuntò di nuovo sotto lo sguardo giallastro dei lampioni dalla parte opposta, però, era sola. Di Riccardo non c'era traccia.
Tossendo e schiarendosi la voce, Alex si incamminò verso il centro della città e verso la sua abitazione, le mani affondate nelle tasche dei jeans.
C'era ancora una cosa che aveva evitato di rivelare a Riccardo, e cioè quanto il suo caso clinico fosse incredibilmente unico. Il fantasma della sua babysitter, infatti, gli aveva rivelato che per i sintomi legati alla "Sindrome di Cotard" per lui ci fosse una spiegazione tutt'altro che scientifica, riferita piuttosto a un piccolo scherzetto esoterico dovuto a sua madre e alla sua giovanile mancanza di qualunque cazzo di buon senso.
Anche lei morta ma qualche anno prima della babysitter, nel 1970, e sicuramente fatta o ubriaca, la madre di Riccardo aveva contattato assieme a qualche amichetta un paio di creature occulte nel corso di una serie di serate; piccoli demoni, roba del genere, assolutamente niente di preoccupante... se avessero saputo come gestirla. Eccitate e incuriosite si erano fatte trascinare da uno di questi esseri, che le aveva convinte a stringere un patto: il dono di un desiderio ciascuna in cambio dell'obbligo a chiamare il proprio primogenito con un nome scelto da lui.
Lo spirito della babysitter non aveva saputo dire se avessero accettato tutte quante.
Di certo Alex poteva immaginare quanto avessero trovato divertente quell'esperienza. C'era passata anche lei, in un certo modo.
Solo che a conti fatti non c'era proprio niente di divertente nel fare una cosa del genere: non è un caso che quando si inizia a studiare l'occulto, trovarsi un nome finto da usare in transazioni di questo tipo sia la prima regola, una specie di assicurazione sulla vita. Il nome delle cose, e in questo caso delle persone, era ciò che ne definiva l'essenza, la consistenza nel mondo reale, lo scopo; non possederne la padronanza come nel caso di Riccardo, significava non avere nulla di tutto questo, significava essere un'immagine ritagliata da una fotografia e poi appiccicata su di un'altra.
Un fotomontaggio vivente. Esserci e allo stesso tempo non esserci affatto.
Altro che decenni di terapia psichiatrica.
Nel giro di ore qualcuno avrebbe trovato Riccardo steso a terra in quel vicolo, con una mano stretta al petto, la testa china e gli occhi chiusi.  Non ci sarebbe stata giustizia nel lasciarlo nelle mani della Polizia ma solo altro dolore, di questo Alex era sicura.
Ed era anche sicura che a questo si sarebbe aggrappata, come faceva sempre, per dimenticare tutta quella storia e aspettare che iniziasse la prossima.
In lontananza, improvviso, esplose il suono della sirena di una volante.
Alex affrettò istintivamente il passo.
La sirena ci mise solo qualche attimo prima di cessare.

lunedì 27 aprile 2015

NULLA SI DISTRUGGE: BLOGTOUR #10 - Season Finale

Un caldo abbraccio a tutti quegli scansafatiche che sono in questo momento dall'altra parte dello schermo! E benvenuti all'ultimo appuntamento con l'intenso quanto superficiale viaggio all'interno di NULLA SI DISTRUGGE, il mio nuovo racconto breve disponibile sia in formato cartaceo che in quello ebook su tutti gli store di questo mondo e di quell'altro.
Sì, lo so. Siamo tutti tristi perché il BLOGTOUR, più seguito di quanto mi aspettassi, è arrivato al termine della propria breve esistenza; ma alla fine della fiera i viaggi sono fondamentalmente belli per due cose principalmente: la partenza e l'arrivo.
Ogni viaggio deve avere una fine, perché altrimenti non è possibile comprendere gli effetti che ha avuto su chi l'ha compiuto... e ce ne sono sempre, che siano positivi o negativi. Ovviamente, spero che portare a termine questo vi abbia lasciato qualcosa di bello, ma non si può mai sapere.

Allora allora, nonostante le apparenze, è stato un cammino bello lungo quello che abbiamo fatto all'interno del racconto e di ciò che l'ha portato alla nascita e alla diffusione.
Abbiamo analizzato quale idea si trovi dietro la narrazione, e cioé la mia personale sul concetto di morte, che cosa abbia fatto scaturire il processo creativo, sotto quali diverse fasi sia passato NULLA SI DISTRUGGE nel corso dei due anni e mezzo che ho impiegato per vederlo pubblicato: da sceneggiatura per una storia breve a fumetti, a racconto lungo.
Vi ho poi parlato di come e perché abbia scelto il titolo e di come e perché abbia realizzato la copertina, due passaggi fondamentali per la creazione fisica del libro stesso, che spesso diverse persone guardano con pochissimo interesse ma che invece (soprattutto in senso commerciale) hanno un peso non indifferente. Titolo, copertina e idea di fondo ci hanno poi portati a parlare un po' della scelta del genere e del mezzo espressivo, ovvero, sostanzialmente, vi ho spiegato perché abbia deciso di scrivere un racconto breve di genere fantascientifico (due scelte una più controproducente dell'altra... sempre parlando in senso commerciale): posso solo sperare che, nell'addentrarmi in questi argomenti, i miei vaneggiamenti su tasteria siano riusciti a darvi realmente il senso mio personale.
Infine, mi sono spostato un po' sul piano tecnico e vi ho parlato del perché abbia scelto di autoprodurmi, e in particolare di farlo attraverso il service Youcanprint; magari questa parte non fregava un cazzo a nessuno, ma mi sentivo comunque in dovere di farla... sai mai che qualche "collega", ancora indeciso se autopubblicarsi o meno, possa prendere le mie parole per buone e acquistare un po' di coraggio.

Questi, più o meno, i temi che abbiamo toccato. Lo ripeto: in ciascuna tappa del BLOGTOUR sono stato il più possibile conciso e sbrigativo, ho soltanto espresso le mie opinioni e di certo quello che ho fatto non è niente di diverso da una chiacchierata fra amici telematica, ma nel caso voleste saperlo, mi ha fatto molto piacere farla.
Non ho idea, davvero, se sia servita o meno per aumentare in qualche modo il bacino dei miei lettori, oppure se abbia convinto quelli già esistenti a darmi qualche altra chance in futuro... non lo so. E, sinceramente, ho un po' paura della risposta, qualunque essa sia. Quello che so, però, è che ogni volta che ho la possibilità di dire la mia su qualcosa di cui penso di saperne un minimo, lo faccio. Ma, quando hai qualcuno che ti ascolta e magari anche senza condividere quel che dici ti sostiene, beh, è tutta un'altra cosa.
Quindi non posso che ringraziare ciascuno di voi.
Chi ha letto tutte le tappe e chi soltanto una, chi ha condiviso gli aggiornamenti e i link, chi ha messo un "Mi piace", un "+1" oppure ancora una qualsiasi altra dimostrazione di apparezzamento nel mondo dei social network, chi mi ha fatto i complimenti a voce, oppure chi l'ha fatto silenziosamente. Non siete molti. Forse non lo sarete mai, ma non me ne frega poi molto: ormai lo sapete, faccio quel che faccio per altri motivi. Nel corso dell'ultimo Torino Comics (e no, non farò un post sulla fiera, sarebbe soltanto una sequela di insulti), un ragazzo che ha comprato e letto NULLA SI DISTRUGGE è venuto allo stand di Eclisse a parlarmi.
"Ho letto il libro nuovo", mi ha detto, "Tanta roba". "Tanta roba", capite? E' solo una goccia nell'oceano, ma non mi serve altro.

Bene, basta anche con i sentimentalismi: questa volta vi saluto per davvero, e non vi darò appuntamento a nessuna nuova puntata del BLOGTOUR.
Per CONATI DI ANIMA il futuro vede la probabile ripresa dei racconti mensili e della rubrica di "recensioni-flash" ALTRI CONATI, come anche qualche sporadico appuntamento con qualcosa di nuovo e mai visto/letto. Come sempre, qualunque cosa interessi me e la scrittura verrà comunque riportata sulla mia pagina facebook personale e "da autore": quando non vedrete aggiornamenti per un po', iniziate a preoccuparvi, ma fino a quel momento continuate a condividere e spolliciare e diffondere, che qui in qualche modo si deve mangiare.
Per finire, la canzone. Quale poteva adattarsi meglio alla fine del nostro viaggio, se non quella che le ha dato inizio? Ecco a voi, di nuovo, "The Passenger", Iggy Pop.

A presto,
Simone