lunedì 18 maggio 2015

NEGAZIONE

What's up, bitches?!
E' con enorme contentezza e anche con un pizzico di commozione che vi saluto, dandovi il benvenuto al primissimo racconto breve del 2015 qui su "Conati di Anima"!
Che vi piaccia o meno l'esperienza del Blogtour è finita, e mentre procedo alla promozione quasi "batteriologica" di NULLA SI DISTRUGGE non posso certo esimermi dal continuare a esercitarmi nell'arte narrativa breve: quindi ecco a voi una nuova storiella, che segue la precedente di soltanto di 5 mesi ("Intervallo" lo trovate qua, eh).
Il titolo di questo nuovo racconto breve, certo non vi sarà sfuggito, è "Negazione".
Ma "negazione" di cosa, chiederete voi? Beh, in realtà di tutto... ma lo vedrete leggendo!
Per il ritorno degli appuntamenti con i racconti brevi qui sul blog, vi offro un'impaginazione del racconto stesso tutta nuova e probabilmente più snella (almeno così credo io!), e una piccola storiellina che va ad allacciarsi ancora una volta al personaggio di Alessandra "Alex" Di Giacomo, una sorta di investigatrice dell'occulto un po' sfatta che si muove in una Torino altrettanto devastata, e in zone limitrofe dotate della stessa mancanza di colore e speranza.
Ci sono già un paio di altri racconti con protagonista Alex (se volete leggerli sono questo e questo), e chissà quanti altri ce ne potranno essere in futuro...

In ogni caso, come al solito, ecco per voi una bella canzone d'accompagnamento al racconto: "Who can it be now", di quel vecchio volpone australiano di Colin Hay.

Buon ascolto e buona lettura, noi ci sentiamo presto. Spero.

Simone

-------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------


     " Dio. Potremmo andare avanti così per sempre. "
Alex tornò a tamburellare con le dita sul bicchiere di birra che aveva appena terminato di scolare quello che nella sua testa era il motivo del ritornello di Space Oddity. Era una cosa che faceva spesso quand'era annoiata nonostante fosse certa che, dall'esterno, nessuno sarebbe riuscito a capire la canzone che tentava di riprodurre. A conti fatti non gliene importava proprio un cazzo.
Mentre procedeva con il suo personalissimo concertino mentale guardò l'orologio appeso sopra la finestra del pub, un vecchio cerchio di vetro sudato in cui le lancette e i numeri nerastri erano a malapena leggibili. Un quarto d'ora. Erano passati solo quindici minuti da quando aveva aperto la striminzita porta del locale, fatto serpeggiare i suoi occhi eterocromi lungo la manciata di tavolini circolari di legno e sui suoi ancora meno numerosi occupanti (uomini soli, per lo più) e aveva deciso di prendere posto in uno di essi. Messo storto a lato del bancone, era raggiunto a stento dai faretti al neon che costellavano il soffitto... ed era già occupato.
L'uomo che le stava davanti era basso e asciutto, navigava letteralmente all'interno dei vecchi jeans scoloriti e nel maglione infeltrito. Proprio come nel caso di Alex, con i suoi pantaloni  consunti e la felpa strappata, sembrava che qualcuno avesse tirato un telo di pallida pelle umana sopra le ossa di quel tizio, per poi ricoprirlo con stracci fuori moda: non fosse stato per i capelli rossicci e riccioluti, così diversi da quelli neri e lisci della donna, qualcuno avrebbe potuto pensare fossero imparentati.
In realtà non si conoscevano affatto e questo rendeva ancora più atipico che condividessero quel quadratino di legno appiccicoso e graffiato: a Torino non ti siedi vicino a qualcuno che non conosci, mai e in nessun caso. Già da diverso tempo l'uomo avrebbe dovuto alzarsi piccato, sussurrare qualche insulto inudibile e poi sedersi a un altro tavolo poco lontano.
Riccardo Bruzzoni, così si chiamava, invece non aveva reagito in alcun modo.
In effetti non aveva degnato Alex nemmeno di uno sguardo; era rimasto seduto, in silenzio, gli occhi e la mani fissi sulla superficie del tavolino.
Dall'esterno, rispetto a tutti gli altri clienti del pub, Riccardo sembrava solo un po' più strambo.
Posti come quello Torino ne aveva a decine: raccoglievano un sacco di gente simile a lui, insomma, andavano avanti grazie a disperati del genere. Ma Alex anche questa volta aveva fatto i compiti.
Si chiamava "Sindrome di Cotard", ed era un raro disturbo mentale per cui una persona smetteva di percepire davvero ciò che accadeva attorno o dentro di sé, finendo per negare l'esistenza di una parte del proprio corpo, di un bisogno fisiologico, di una persona cara o di se stessa. La totale apatia di Riccardo rientrava nell'ultimo caso e, addirittura, lui aveva la convinzione di non esistere affatto, di essere del tutto invisibile alle altre persone.
Ad Alex non era certo sfuggita l'ironia della situazione: aveva fatto tanta fatica solo per incontrare un uomo inesistente.

***

     Alex interruppe di colpo il tamburellio delle dita e la voce del Duca Bianco scomparve dalla sua mente. " Ehi! La facciamo finita? "
Riccardo non si mosse. " Sto parlando con te ", aggiunse. Ancora niente.
Allungò allora di scatto una mano e strinse con forza la sua.  A Riccardo servì comunque del tempo per sollevare lo sguardo: nel tragitto, la maschera che era stata il suo volto fino a quell'istante cambiò, sorpresa.
" T-tu puoi vedermi? " chiese l'uomo.
" Direi di sì. Alessandra, piacere. Puoi chiamarmi Alex se ti va. "
" Ma... com'è possibile Io non... "
" Sì, lo so. Beh, mettiamola così", disse Alex alzando gli occhi al cielo. "Sono una specie di strega. Vedere cose che non esistono è il mio lavoro. "
In un certo senso era vero.
O meglio, "strega" era uno dei modi in cui Alex era stata chiamata nel corso degli anni. Specificare di essere un'investigatrice privata con qualche nozione sull'occulto e un abbonamento a casi del tutto assurdi le sembrava un po' fuori luogo in quel momento. Come aveva previsto, per fortuna, la notizia non sembrò sconvolgere Riccardo più di tanto: avere davanti una strega poteva sembrare davvero così strano per un uomo convinto di non esistere?
" Che cosa vuoi da me? " chiese lui dopo un po'.
Alex si prese qualche secondo per riordinare le idee, senza abbandonare il contatto visivo con lui. Mentre camminava verso il pub, si era preparata quel che avrebbe dovuto dire per far sì che tutta quella storia finisse nel modo meno triste possibile, ma ora faticava a ripescare le parole. Non era mai stata una grande attrice e anche quella volta stava facendo fin troppo affidamento sulle sue scarse capacità ipnotiche.
" Tranquillo, amico: non sono io ad avere bisogno di te, ma il contrario. "
Silenzio. 
" Ti stanno cercando ", continuò lei, " e non hanno buone intenzioni. "
" Mi stanno... chi? "
" La Polizia, ma anche medici e infermieri. Vogliono farti tornare alla "casa bianca". "
Il terrore esplose nelle viscere dell'ometto, irrefrenabile come il sangue da una ferita profonda.
La "casa bianca".
Secondo la fonte principale di Alex sul caso, cioè lo spirito di una vecchia babysitter di Riccardo recentemente deceduta, era così che lui chiamava l'ospedale psichiatrico in cui aveva passato la maggior parte della sua infanzia: non era una brutta struttura, abbordabile e competente, ma un bambino l'avrebbe comunque trovata un inferno.
Il corpicino fragile di Riccardo prese a tremare e i suoi occhi a spostarsi di scatto a destra e a sinistra, ben attenti a cogliere qualsiasi cenno di pericolo.
" Non voglio tornare lì. Non voglio. Perché non mi lasciano in pace? Perché adesso? "
Alex tornò a stringergli con forza la mano fino a quando non ebbe di nuovo ottenuto la sua completa attenzione. Era necessaria per far valere la suggestione.
" Lo sai. " gli disse. " Per quello che è successo a Carola. "
Riccardo boccheggiò, confuso come se Alex avesse citato uno schema d'attacco di pallacanestro in una dissertazione sull'esistenza di Dio. Guardandolo dritto in volto, l'investigatrice immaginò di sentire le sinapsi del suo cervello scoppiettare nella speranza di elaborare quell'informazione: dopo qualche attimo, l'uomo socchiuse gli occhi, sconfitto dall'aver finalmente raggiunto il traguardo.
Alex si scoprì contenta di avere a che fare con una mente così incredibilmente incasinata.
Se quella di Riccardo fosse stata una follia più lucida, più colpevole, lei gli avrebbe di certo ricordato come in un raptus di follia avesse ucciso Carola, giovane vicina di casa colpevole (come il resto del mondo) di dimenticarsi il suo volto cinque secondo dopo averlo incontrato: si conosceva, non avrebbe resistito alla tentazione di vomitargli addosso tutti i dettagli più cruenti, solo per vedere se la sua espressione soddisfatta fosse cambiata di una virgola.
L'aveva già fatto. Molti dei tizi con cui aveva a che fare erano pazzi bastardi di quel tipo.
Per fortuna, non era quello il caso. Neanche lontanamente.
Il basso mugugnare del suo compagno di tavolo portò l'investigatrice fuori dai suoi pensieri.
" Io non volevo... ma perché stanno cercando proprio me? "
Alex deglutì a fatica. Si era preparata anche per quello.
Gli spiegò che la Polizia si stava avvalendo dell'aiuto di un'altra "strega", che era riuscita a sapere di lui; per quanto potesse sembrare incredibile, quindi, presto gli sarebbero stati addosso anzi, sicuramente stavano già setacciando la città. Ancora una volta la verità non ebbe spazio nella messinscena che Alex stava terminando di allestire: non era necessario Riccardo capisse che, "non esistendo", non si era posto il problema di ripulire la scena del crimine e che quindi l'appartamento di Carola fosse pieno del suo DNA, tra impronte digitali più o meno intere, capelli, sangue, sudore e saliva.
Sul loro piccolo tavolo condiviso tornò a calare il silenzio.
Ansia e timore sembravano aver abbandonato Riccardo, che aveva ripreso a osservare il legno scheggiato con rassegnata concentrazione. Alex non lo interruppe. Non se la sentiva di fargli fare l'ultimo salto, l'ultimo sforzo, nonostante fosse ormai quasi sicura di averlo convito del tutto, o forse proprio per questo. Ancora una volta lui fece tutto da solo.
" E tu v-vorresti aiutarmi? "
"Senti, lo so che è stato un incidente, ok? E conosco la "collega" ingaggiata dalla Polizia e le sue capacità. Posso prendere tempo per pensare a una soluzione di qualche tipo, ma ho bisogno che tu venga a stare da me. Per sicurezza."
Riccardo si prese un paio di minuti di pausa, quindi annuì poco convinto, alzandosi di scatto e dirigendosi subito verso la porta del locale. Alex gli andò dietro, fermandosi soltanto per tirare fuori dalle tasche gli spiccioli da dare al gigantesco uomo barbuto che se ne stava dall'altra parte del bancone, pagandosi la birra. Il ciccione sembrava avere addosso la stessa polvere che copriva le pile di bicchieri di vetro alle sue spalle; accettò il denaro quasi senza rivolgerle un'occhiata, ma quando capì che usciva seguendo il più inquietante dei suoi avventori rimase stupefatto.
Purtroppo, il semplice incantesimo di confusione della memoria che Alex aveva impresso su una delle monete gli avrebbe impedito di ricordare quell'evento storico.

***

La luce malsana dell'insegna del pub colpì le cornee di Alex e Riccardo senza pietà.
Con un cenno, l'investigatrice guidò l'ometto verso una traversa buia e isolata, lasciando che le tenebre inghiottissero entrambi: quando spuntò di nuovo sotto lo sguardo giallastro dei lampioni dalla parte opposta, però, era sola. Di Riccardo non c'era traccia.
Tossendo e schiarendosi la voce, Alex si incamminò verso il centro della città e verso la sua abitazione, le mani affondate nelle tasche dei jeans.
C'era ancora una cosa che aveva evitato di rivelare a Riccardo, e cioè quanto il suo caso clinico fosse incredibilmente unico. Il fantasma della sua babysitter, infatti, gli aveva rivelato che per i sintomi legati alla "Sindrome di Cotard" per lui ci fosse una spiegazione tutt'altro che scientifica, riferita piuttosto a un piccolo scherzetto esoterico dovuto a sua madre e alla sua giovanile mancanza di qualunque cazzo di buon senso.
Anche lei morta ma qualche anno prima della babysitter, nel 1970, e sicuramente fatta o ubriaca, la madre di Riccardo aveva contattato assieme a qualche amichetta un paio di creature occulte nel corso di una serie di serate; piccoli demoni, roba del genere, assolutamente niente di preoccupante... se avessero saputo come gestirla. Eccitate e incuriosite si erano fatte trascinare da uno di questi esseri, che le aveva convinte a stringere un patto: il dono di un desiderio ciascuna in cambio dell'obbligo a chiamare il proprio primogenito con un nome scelto da lui.
Lo spirito della babysitter non aveva saputo dire se avessero accettato tutte quante.
Di certo Alex poteva immaginare quanto avessero trovato divertente quell'esperienza. C'era passata anche lei, in un certo modo.
Solo che a conti fatti non c'era proprio niente di divertente nel fare una cosa del genere: non è un caso che quando si inizia a studiare l'occulto, trovarsi un nome finto da usare in transazioni di questo tipo sia la prima regola, una specie di assicurazione sulla vita. Il nome delle cose, e in questo caso delle persone, era ciò che ne definiva l'essenza, la consistenza nel mondo reale, lo scopo; non possederne la padronanza come nel caso di Riccardo, significava non avere nulla di tutto questo, significava essere un'immagine ritagliata da una fotografia e poi appiccicata su di un'altra.
Un fotomontaggio vivente. Esserci e allo stesso tempo non esserci affatto.
Altro che decenni di terapia psichiatrica.
Nel giro di ore qualcuno avrebbe trovato Riccardo steso a terra in quel vicolo, con una mano stretta al petto, la testa china e gli occhi chiusi.  Non ci sarebbe stata giustizia nel lasciarlo nelle mani della Polizia ma solo altro dolore, di questo Alex era sicura.
Ed era anche sicura che a questo si sarebbe aggrappata, come faceva sempre, per dimenticare tutta quella storia e aspettare che iniziasse la prossima.
In lontananza, improvviso, esplose il suono della sirena di una volante.
Alex affrettò istintivamente il passo.
La sirena ci mise solo qualche attimo prima di cessare.