martedì 28 luglio 2015

AUTODIDATTA - Episodio #1 - RINGING A BELL

Buon pomeriggio, mentecatti e mentecatte!
E benvenuti al primo, vero, appuntamento con AUTODIDATTA, l'appuntamento mensile a metà tra una rubrica propriamente intesa e una palestra mia personale di scrittura creativa (per capire il senso di questa assurda accozzaglia di parole fate un salto sull'Episodio #0, se già non l'avete fatto).
L'esercizio, per questo mese, consisteva nel "scrivere un racconto che abbia al suo interno, come elemento centrale, un momento di rivelazione vissuto da uno dei personaggi"... e, beh, credo proprio di esserci riuscito.
Sì, sono particolarmente soddisfatto delle tre "cartelle" che trovate qui sotto, lo dico in tutta sincerità!
Che altro posso aggiungere se non che, alla peggio, le atmosfere evocate da questo nuovo racconto breve vi daranno un po' di sollievo in questa estate particolarmente calda e afosa?
E se non basta questo, per convincervi, allora vi resta solo più l'elettroshock.
Bando alle ciance, quindi: buona lettura e buon ascolto di "Revelations" degli Iron Maiden, che non c'azzecca nulla con il tema del racconto, ma solo con l'esercizio lasciatomi (postumo) da un inconsapevole Raimond Carver. Questa volta va così, deal with it.
Noi ci si rivede/sente/legge il mese prossimo.

Fate i bravi,
Simone

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     Proprio così: credo che la crescita come cammino progressivo dall'infanzia all'età adulta non esista.
O meglio esiste, ma per noi esseri umani non è sperimentabile, ci è invisibile a occhio nudo.
Quello che penso è che si diventi grandi tramite improvvisi e violenti squarci nella quotidiana normalità, grazie a (o a causa di) piccoli uragani personali su cui non abbiamo alcun controllo e per i quali passiamo il resto delle nostre giornate a pulire il casino che si lasciano alle spalle.
Seguendo questo ragionamento io sono diventato adulto nella notte del 24 dicembre 1983.
Avevo 5 anni. 1825 giorni vissuti nel confortevole calore di una piccola famigliola medio-borghese del Nord-Ovest, calore che i miei si sono assicurati di direzionare completamente verso di me evitando di mettere al mondo un fratellino o una sorellina (per praticità, almeno all'inizio).  
A vedermi adesso non si direbbe ma all'epoca ero uno dei bimbi più bassi e grassocci della mia classe, due caratteristiche capaci di farmi prendere immediatamente in simpatia da chiunque incontrassi. In realtà, però, ero tutto tranne che un bambino tranquillo. Non certo un delinquente, intendiamoci (come mai avrei potuto esserlo?), ma ero costantemente attanagliato dalla curiosità, dal brivido della scoperta, forse più degli altri miei già esagitati coetanei: qualunque domanda, e a quell'età ogni cosa è una domanda, rappresentava per me un'ossessione quasi irrinunciabile.
E quale poteva essere il mistero più grande di tutti, per il me cinquenne?
Quello concernente l'esistenza (o meno) del caro, vecchio, Babbo Natale, è ovvio.

     In realtà tutta la questione, fosse dipeso solo da me, non sarebbe mai nemmeno stata messa in discussione: vedere i regali crescere di grandezza, colore e qualità di anno in anno, e soprattutto vedere Lui in ogni pubblicità della Coca-Cola da ottobre a gennaio, erano prove già di per sé fondanti dal mio punto di vista. A insinuare il dubbio nella mia mente spugnosa fu un certo Gabriele, un bimbo di qualche anno più grande di me che ero solito incontrare nella Terra di Nessuno del campetto di calcio comunale in sintetico presente nella nostra cittadina.
Chissà che fine ha fatto. Lui, non il campetto.
La sua posizione sull'argomento era netta, granitica, sicura: Babbo Natale non portava i regali la notte della Vigilia ma erano i nostri genitori a farlo... e questo perché Babbo Natale non esisteva. Per sostenere questa sua dietrologica tesi portava semplicemente spocchia e arroganza, in quantità bastevoli però a insinuare il dubbio in tutti noialtri; in fondo né noi né lui avremmo mai potuto addurre prove schiaccianti e, come succedeva sempre a quei tempi, chi aveva dalla sua l'età anagrafica finiva per accaparrarsi molta della ragione senza se e senza ma.
Nei giorni prima della fatidica nottata avevo cercato di non pensare alle parole di Gabriele ma senza reali risultati: quel 24 dicembre mamma e papà mi mandarono a letto alle 23.30 come ogni altro anno ma io riuscii nell'ardua impresa di non prendere sonno nemmeno per un minuto.
Rimasi supino, coperto fino al mento dallo spesso piumone del mio letto, gli occhi sbarrati in direzione del soffitto. Quando sentii suonare le campane della chiesa per due volte presi coraggio, mi alzai e con la massima cautela sgusciai fuori dalla camera.
La casa era immersa in un'oscurità pesante e avvolgente, quasi confortevole non fosse stata anche gelidissima, caratteristica dell'inverno più profondo. Anche se, adesso, potrei muovermi al suo interno senza alcun problema anche privato di tutti e cinque i sensi, ricordo che all'epoca la struttura mi appariva come immensamente più grande del normale: le distanze erano completamente sfasate, sia in altezza che in lunghezza e per qualche attimo mi sembrò di essere all'interno di un gigantesco castello mortalmente pericoloso, come quelli che popolavano i miei sogni dopo l'immancabile favola della buona notte.
Ammetto che un paio di volte il pensiero di tornarmene indietro mi attraversò la mente, ma la curiosità sovrana non ammetteva ritirate.
Con gli occhi ogni secondo più abituati alla fioca luce dei lampioni e degli addobbi natalizi che proveniva da oltre le finestre della nostra villetta a schiera raggiunsi le scale facendo scivolare i piccoli piedi nudi sul tappeto che copriva il pianerottolo del secondo piano. Lanciai una rapida e ansiosa occhiata alla stanza dei miei genitori; la porta era socchiusa (come al solito) e dall'interno sentivo provenire soltanto il cavernoso russare di mio padre.
Bene. Sarebbe bastato evitare qualunque rumore improvviso e non si sarebbero accorti della mia gitarella notturna.
Cominciai a scendere i gradini uno alla volta, lentamente, scaricando sul corrimano la maggior parte del peso. Ogni singolo scricchiolio mi rimbombava nel cervello con la forza di un tuono, ma passetto dopo passetto riuscii a guadagnare il pavimento del piano terra. Poi seguii la luce soffusa del nostro alberello di Natale ed entrai all'interno del salotto.
Allora come adesso si trattava di una stanza rettangolare mediamente ampia, con pareti e soffitto beige pallido e il pavimento in parquet, comprendente un grosso divano coperto da una stoffa blu notte, una poltroncina (separata ma del medesimo colore), una larga televisione “ultimo-modello”, una grossa credenza di legno che conteneva il servizio di porcellana che la mamma aveva ereditato dalla nonna e una stretta libreria, una piccola torre di cultura costituita da cinque piani differenti (libri utili durante la scuola, riviste della mamma, vecchi libri di papà, fotografie di famiglia e tomi che entrambi amavano tenere in bella vista ma a cui non ricordo avessero mai cambiato posizione nel corso degli anni). Una grande finestra si apriva alle spalle del divano e tra la libreria e la televisione s'innalzava per pochi metri l'abete sintetico che mio padre aveva riesumato dal garage del suo monolocale, coperto di nastri, stelle e addobbi di ogni genere fino a rendere quasi miracoloso il suo starsene ancora dritto in piedi.
Sotto di esso non c'era nulla.
Non mi allarmai particolarmente.
Babbo Natale aveva tutto il mondo da girare in una sola notte: un po' di ritardo era concesso, fisiologico, nonostante le sue leggendarie capacità magiche.
Improvvisamente una serie di rumori provenienti dal piano superiore attirarono la mia attenzione. Qualche colpo di tosse leggero, degli strascichi, la mancanza inaspettata del sommesso ronfare di papà e poi dei passi, soffusi certo, ma inequivocabilmente in avvicinamento. Appena percepii la scala di legno riprendere a scricchiolare (ben più forte di quando a discenderla ero stato io) mi fiondai dietro il divano, raggomitolandomi con le gambe strette al petto e una mano schiacciata sulla bocca a impedirmi anche il più piccolo mugolio.
A un certo punto udii un tonfo più pesante, che coprì gli scricchiolii.
“Sssh! Fa' attenzione!”
“E datti una calmata! Sono solo scivolato... non si vede nulla, qui!”
La voce di mamma.
La voce di papà.
Che cosa ci facevano fuori dalla loro camera?
Mentre dentro di me lo spavento si mescolava alla confusione, i miei genitori entrarono nel salotto e si diressero verso la grossa credenza di legno. Si muovevano trascinando lentamente i piedi sulla moquette nella speranza (forse) di emettere meno rumori possibili, e le loro voci erano forzatamente sussurrate nonostante secondo loro io mi trovassi comodamente addormentato al piano di sopra, o forse proprio per quello. Ricordo che pensai alla gigantesca pletora di possibilità per cui i miei genitori non avrebbero voluto farsi trovare in quella situazione, sorpreso da come, nel cercare di rimanere il più furtivi possibile, continuassero comunque a parlare tra di loro con foga: papà sembrava infastidito dal fatto che mamma avesse lasciato le tende del grande finestrone dietro il divano aperte prima di salire in camera da letto. Secondo lui l'aveva fatto per mostrare ai vicini che anche casa loro era ormai immersa nel più puro e candido Spirito Natalizio.
L'idea che potesse venire a chiuderle, vedendomi, mi gettò ancora di più nel panico.
Non lo fece.
“Che fastidio ti danno aperte? Non perdi proprio occasione per lamentarti, eh?” disse mamma.
“Mi sa che è una delle poche cose che abbiamo ancora in comune.”
Silenzio.
Un silenzio pesante, che uno dei due ruppe iniziando ad armeggiare con qualcosa di simile a una chiave. Subito mi venne in mente lo sportello più basso della credenza, che da ottobre a gennaio rimaneva sempre e misteriosamente chiuso a doppia mandata.
Papà sbuffò sonoramente, come faceva sempre prima di parlare quando era stanco.
“Senti, scusami...”
“Perché? Hai ragione. È sempre stato così, abbiamo sempre avuto ben poche cose in comune. Non ricordo fosse mai stato un problema, però!”
Sentii la porticina di legno aprirsi con un leggero cigolio, quindi il tonfo di un grosso corpo adulto che si lasciava cadere sulla morbida superficie del divano, a pochi centimetri da dove ero appoggiato io. Sobbalzai per la sorpresa e mi strinsi ancora di più la mano sulla bocca per evitare di farmi scoprire; intanto, da dove sapevo esserci la credenza percepii uno sfregare continuato, quello (inconfondibile) della carta regalo fine e lucidissima. Pur se consciamente stentassi ad accettare l'idea che si stava facendo largo dentro di me, ricordo mi venne immediatamente l'acquolina in bocca.
Fu papà a riprendere a parlare.
“Neanche io. Forse abbiamo sempre sottostimato la cosa. Dio, forse abbiamo sempre saputo che non saremmo dovuti durare che, semplicemente, insieme non funzioniamo... ma sembrava brutto distruggere tutti i progetti che avevamo costruito mentre erano ancora in corso...”
Quando papà smise di parlare il salotto venne riempito soltanto con altro rumore di carta regalo in movimento, quindi dal cigolio dello sportello della credenza che tornava a chiudersi e dalla chiave che riportava i cardini della serratura al loro posto designato nell'ordine cosmico.
Stranamente quell'ultimo rumore mi diede in un fastidio enorme.
Mamma rispose dopo un po'.
“La tua pseudo-psicologia del cazzo puoi anche evitarla: l'altra notte hai chiarito abbastanza bene che tra noi è finita” disse mamma, la voce zoppicante. “Sì, è colpa nostra e sì, avremmo dovuto pensarci prima, ma lo sappiamo tutti e due: non possiamo fargli questo. È troppo piccolo.”
Ancora silenzio.
“Sì. Lo so”. La voce di papà era ancora più bassa di prima. “Non capirebbe.”
“Non capirebbe” disse mamma.
E in effetti non capii.
Ci vollero altri dieci anni e una lunga chiacchierata proprio su quel divano per illuminarmi.

     I miei rimasero ancora per qualche istante in salotto. Forse qualcosa si dissero, o forse si guardarono soltanto negli occhi chiedendosi silenziosamente chi fosse davvero la persona con cui avevano deciso di passare il resto della vita davanti a Dio, ma la verità è che non posso esserne sicuro.
In quel momento ero più concentrato sul fatto che Gabriele avesse finito per avere davvero ragione. Babbo Natale non esisteva e gli adulti ci mentivano senza vergogna, per qualche assurdo motivo. Arrivederci e grazie, ora fai i conti con tutto questo.
Io non mi mossi da dietro il divano, aspettai senza più nemmeno coprirmi la bocca con la mano.
Dopo un po' papà si alzò e i passi di mia madre la allontanarono dal salotto, leggeri.
La scalinata cominciò di nuovo a scricchiolare, proprio come quando erano scesi pochi minuti prima, e ricordo che mi parve molto strano: per come la vedevo io, non c'era alcuna somiglianza tra il mondo attuale e quello precedente.
Una volta certo di essere “fuori pericolo” me ne tornai a dormire anche io.
Ora, diversi pacchetti si trovavano al di sotto del nostro alberello di Natale, le luci che ne illuminavano la fantasia pacchiana; subito il senso di confusione che mi era sceso fino alla base dello stomaco si attenuò.
Qualunque fosse la verità, alla fine domattina avrei comunque avuto qualcosa da scartare, no?

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