giovedì 24 settembre 2015

AUTODIDATTA - Episodio #2 - THE BIG HUNT

Buon pomeriggio, amiciui e amichue!
E benvenuti al secondo appuntamento con AUTODIDATTA, la piccola, nuova, rubrica mensile del blog in cui vi propongo i racconti che ho creato seguendo di volta in volta  la consegna di un particolare esercizio lasciato(mi) dal grandissimo Raymond Carver in quel suo capolavoro assoluto che è Il mestiere di scrivere.
Per questo settembre 2015 l'esercizio in questione proponeva di "scrivere un racconto in cui a delineare i personaggi fossero più le azioni che fanno all'interno del racconto stesso che il loro giudizio e/o la loro descrizione". Non male, eh?
Ve lo devo dire, non è stato facile... per nulla.
Ma, bene o male, sono abbastanza soddisfatto del risultato ottenuto oppure non vi farei perdere tempo pubblicandolo qui sul blog. Ovviamente.
Quindi vi auguro una buona lettura e, perché no, un buon divertimento... e per mettervi nella giusta condizione appiccico al nuovo racconto anche F.U.C.K. dei The Bloodhound Gang, così, come la piccola perla che effettivamente è.
Statemi bene fino al mese prossimo, eh?

Simone

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     "Tonight... i wanna give it all to you... in the darkness... there's so much i wanna do..."
Mentre la voce di Paul Stanley sparata a volume altissimo faceva vibrare impercettibilmente l'intero pub, gli occhi di Carlo erano fissati sul piccolo cerchio d'oro che roteava su se stesso al di sopra del lungo bancone di legno, minacciando di incepparsi ogni volta che incontrava uno dei suoi numerosi solchi graffiati. Le maniche della camicia arrotolate fino ai gomiti, le braccia incrociate sul bordo sbrecciato, la larga schiena curva, guardava l'anello giallo compiere instancabile il proprio moto. Solo quando questo si accasciò tintinnando sul legno riuscì a riconoscere il nome "Martina" e parte della data impressa all'interno di esso: nel corso del roteare erano diventati invisibili entrambi, come non fossero mai esistiti.
"Ehi. Sto parlando con te" disse una vocetta nasale infiltrandosi nei timpani di Carlo e sovrastando persino quella del cantante dei Kiss.
L'uomo alzò gli occhi, lentamente, includendo nel proprio campo visivo il metro e sessanta di donna che da tutta la sera se ne stava dietro il bancone. Correva veloce verso i cinquanta nonostante i chiarissimi sforzi nel maltrattare le briglie e i suoi contorni erano perfettamente delineati dalla gonna nera cortissima e dal succinto top a vita alta da cui (che lo volesse o meno) uscivano diversi centimetri di pelle spesso tatuata. Lo guardava con i suoi grossi occhi tra il verde e il marrone e con la testa leggermente reclinata a sinistra, masticando un chewing-gum e sbattendo le lunghe ciglia solo ogni tanto; tutto sommato era ancora molto bella ma in qualche momento del suo passato doveva essere stata davvero uno schianto. In mano teneva il bicchiere di vetro di Carlo sul cui fondo c'erano ancora i resti dell'ultimo Four Roses che gli aveva servito.
"Vuoi fare un altro giro?"
Espirando Carlo si raddrizzò e si stiracchiò con forza, rastrellandosi i corti capelli scuri con la mano sinistra. "Certo, perché no" rispose atono.
La donna lo squadrò ancora per qualche secondo quindi gli diede le spalle e iniziò a cercare l'etichetta giallo pergamena caratteristica di quel tipo di bourbon all'interno della scultura di vetro e carta che campeggiava maestosa dietro il bancone. Prima di ruotare sullo sgabello per voltarsi Carlo lanciò quasi senza accorgersene una rapida occhiata al suo culo. Non poté farne a meno, gli venne del tutto naturale. La sua fede nuziale rimase dov'era, sdraiata in prossimità di un'incisione che sembrava una grossa "A".


     Appoggiò la schiena al bancone e allargò leggermente i gomiti cercando una parvenza di comodità senza rischiare di cadere a terra: il Four Roses che stava per arrivare non era il primo, non era il secondo e, cazzo, non era nemmeno il terzo, nonostante il gusto gli diventasse più insopportabile sorso dopo sorso. L'ultima volta che ne aveva buttato giù così tanti, Martina non sapeva nemmeno chi fosse. E al posto del cerchiolino d'oro che avrebbe dovuto non lasciare mai il suo anulare sinistro portava una paccottiglia di ferro semi-arruginito del tutto liscia che aveva trovato per strada in un giorno di pioggia (forse persa, forse abbandonata) e che aveva deciso di tenere senza preoccuparsi più di tanto della provenienza.
All'interno del piccolo locale si trovavano un paio di gruppetti di giovani (cinque o sei, tutti tra i sedici e i trenta) e qualche coppia di amici o fidanzati. Tra questi ultimi, due ragazze forse appena maggiorenni si stavano scambiando un bacio appassionato, cosa che sul volto di Carlo dipinse un'espressione di sdegno. Che scomparve subito, però, quando si ricordò che lui, in quel posto, era venuto vestito in giacca e cravatta. Sembravano tutti, anche quelle due lesbiche, sapere qualcosa che a lui era precluso o avere qualcosa in più di lui: la superficialità scanzonata dei gruppetti più folti, la profondità quasi poetica degli amici usciti a due per una birra, la capacità delle coppie innamorate di sentirsi a proprio agio anche in un bugigattolo come quello.
Carlo osservò le loro vite più a lungo che poté con lo stesso sguardo con cui quasi ogni sera guardava i documentari di National Geographic assieme ai bambini. Poi, quando un paio di ragazzi cominciarono a guardarlo di sbieco, tornò a voltarsi verso il bancone.
Il bicchiere con l'intruglio color ocra era già lì ad aspettarlo, poco oltre il minuscolo bordo circolare dell'anello d'oro. L'odore salì forte da quel centimetrico pozzo infinito ma mentre la sua tozza mano si apprestava ad afferrarlo per tuffarvisi dentro qualcuno mosse lo sgabello alla sua destra sedendovisi con una rapida serie di mosse aggraziate.
Era qualcosa di affascinante, una mistura ad alto tasso eccitante di agilità rapace e candore innocente, irradiante sensualità in quantità del tutto fuori dalla soglia massima consentita. Era giovane, di certo molto più di Carlo, bionda quasi platino e con tratti che sembravano essere stati scolpiti da un artista consapevole di essere al lavoro sulla sua più grande opera: il lungo vestito rosso sembrava avere scritto sopra a caratteri cubitali "SONO QUI PER SBAGLIO" e lei lo portava come se qualcuno dall'Alto dei Cieli gliel'avesse delicatamente lanciato addosso.
Carlo la guardò sistemarsi a fatica sullo sgabello, alzare timidamente una mano per richiamare l'attenzione della barista e ordinare una tazza di caffé. In qualche modo sembrò non accorgersi dell'insistenza dei suoi occhi vacui e nemmeno dello sguardo sottile, tagliente, della donna oltre il bancone.
"Che diavolo ci faceva lì una ragazza del genere? Da dove veniva? Dove stava andando? Che cosa le era successo? Perché si era fermata proprio in quel pub, tra tutti quelli (migliori) che c'erano?" non potè fare a meno di chiedersi Carlo. Ma soprattutto: "che diavolo stai aspettando, idiota? E' per questo che sei qui e non a casa!"
Dopo quelli che gli sembrarono essere stati secoli staccò lo sguardo da quella visione angelica e finalmente ingollò in un'unica sorsata il bourbon ghiacciato. Percepì subito il proprio battito cardiaco accelerare, il respiro farsi più pesante e allo stesso tempo il calore espandersi dal centro del petto fino alle zone più estreme del suo grosso corpo sformato dal passare degli anni. Strinse i denti fin quasi a farli scricchiolare e gli occhi tanto da credere per un istante di aver perso la capacità di sollevare le palpebre per costringere il proprio stesso corpo a far arrivare il beverone fino allo stomaco: quando li riaprì la giovane donna stava sorseggiando con cautela il suo caffé bollente.
Era arrivato il momento.
Carlo trasse un lungo respiro... e non fece nulla. Non si mosse di un millimetro, o forse non riuscì a farlo. Rimase seduto, ogni singolo muscolo come bloccato da un malvagio incantesimo. Dopo qualche attimo la ragazza posò la tazza sul bancone assieme a un paio di euro e poi discese dallo sgabello e si avviò verso la porta del pub.
Lui la guardò semplicemente scomparire.


     Quando la somma dei Four Roses bevuti nelle ultime ore fece finalmente il suo totalizzante effetto Carlo perse del tutto la concezione del tempo e del mondo attorno a lui: i colori erano solo grossi aloni oleosi alternativamente accesissimi e opachi, i rumori si fondevano l'un l'altro in un'orgia indistinguibile che avrebbe di certo trovato insopportabile se solo fosse stato sobrio. Gli altri avventori lasciarono il pub e lui non se ne rese nemmeno conto nonostante si avvicinassero al bancone per pagare le consumazioni, parlassero con la barista e alcuni finsissero anche per rivolgere un paio di risatine sommesse in direzione di quel corpo accasciato sul bancone; non esisteva nessuno di loro, nel mondo di caos sensoriale in cui si trovava.
Solo quando la barista chiuse di colpo lo sportello della cassa Carlo tornò davvero all'interno del locale. La donna si era messa sulle spalle una giacchetta di pelle nera della sua taglia quanto la gonna e aveva in mano la bottiglia di bourbon, sempre la stessa, che mentre gli si avvicinava prese a far dondolare distrattamente a destra e a sinistra.
Con uno sforzo che percepì immane Carlo abbandonò in risposta il proprio squallido scranno.
"Ok, ho capito... quanto ti devo?"
La donna gli sorrise sorniona bloccandosi proprio davanti a lui e si appoggiò al bancone con i gomiti, sporgendosi in avanti. "Se ti va di finirla a casa mia assolutamente niente."
L'espressione che assunse il volto di Carlo dopo quella frase doveva essere uno straordinario connubio tra effetto sorpresa e stordimento alcoolico: solo appoggiando di scatto una mano sul bancone evitò di capitombolare al suolo.
La sua fede nuziale era ancora dove l'aveva lasciata minuti prima ma la sua attenzione era inevitabilmente catalizzata altrove, questa volta.
Si fece avanti di un passo e raccolse l'anello, infilandoselo con un solo gesto fluido e controllato (e insospettabile, vista la condizione in cui versava pochi attimi prima) all'interno di una tasca dei pantaloni. Incontrò con le dita il portafoglio di pelle nera che Martina gli aveva regalato per il compleanno di qualche anno fa, o forse per l'ultimo. Era bello gonfio, come al solito.
Questa volta senza barcollare assunse una posizione identica a quella della barista, i gomiti, le spalle e la testa vicini ai suoi. Forse troppo. Forse ancora poco.
"Fortuna che mi sono dimenticato di prelevare, oggi."