lunedì 30 novembre 2015

AUTODIDATTA - Episodio #4 - FOUR

Un saluto a tutti gli amici e amiche (specialmente amiche) giunti qui per caso o per senso di masochismo!
E' un Simone ormai quasi del tutto inglobato dal bacellone mutante del virus del raffreddo che vi parla, per darvi il benvenuto al 4° appuntamento con AUTODIDATTA, la rubrica in cui vi presento i frutti degradati del mio tentativo di risolvere alcuni degli eserciti di scrittura creativa lasciati da Raymond Carver nel suo "Il mestiere di scrivere".
Questo mese l'esercizio in questione richiedeva di "scrivere un racconto in cui qualcuno abbia perso, dimenticato o dimenticato qualcosa": un tema vago il giusto, ma che non ho affatto faticato a centrare, almeno nelle intenzioni.
In FOUR i personaggi sono pochissimi, ma i modi in cui cose, persone e sensazioni sono stati persi, dimenticati o abbandonati sono diversi; sta a voi, ovviamente, il compito di scoprire quali.
Sono tre cartelle, questa volta, e so che è molto di più di quanto siate abituati a leggere qui sopra... ma se avete a cuore la mia sanità mentale, gustatevele per bene: penso di aver fatto un buon lavoro, e in ogni caso è un racconto a cui tengo molto.
In accompagnamento alla lettura, I WILL FOLLOW YOU INTO THE DARK, dei Death Cab For Cutie... e direi che, così, uno dei modi in cui ho declinato la "perdita" sia diventato già abbastanza palese...

Buona lettura,
Simone

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     "Ti stai annoiando, non è vero?"
Nessuna risposta. Marco continua a guardare fisso davanti a sé, le braccia conserte sulla superficie del tavolino di plastica nera e il mento poggiato su di esse.
Non potrebbe renderlo più chiaro nemmeno urlandolo. Sua madre faceva lo stesso, da piccola.
Ci ritento.
"Puoi dirmelo, non mi offendo mica. Anche io mi sto un po' annoiando qui con te."
Muove gli occhietti scuri verso i miei e, finalmente, sorride. E anche io sorrido.
Per fortuna il senso dell'umorismo l'ha preso dallo zio.
Mi sistemo sulla sedia, in tinta con il tavolino, e mi chiedo come facciano le altre persone sedute nel grosso dehor rettangolare che colonizza in parte la strada lastricata a non impazzire per la scomodità. I posti a sedere, in tutto una decina e divisi idealmente in tre zone da due grossi ombrelloni beige chiusi, sono completamente occupati da gruppi di giovani amici ben vestiti e da un paio di coppie di mezza età; sembrano tutti sereni e rilassati e bevono caffé e marocchino, i più arditi un analcolico alla frutta. Nessuno di loro tocca le ciotoline di ceramica piene fino all'orlo di patatine: sono quasi le due del pomeriggio e abbiamo tutti già terminato il pranzo.
Io ho optato per una rigenerante birra gelata, mentre mio nipote non ha voluto niente.
È ancora troppo arrabbiato per il fatto che mia sorella abbia avuto un contrattempo al lavoro, e lui sia stato costretto a ritardare la sua quotidiana ora di relax videoludico per rimanere in città con me. Ho quattro volte la sua età anagrafica ma potete giurarci che capisco il suo punto di vista.
Dalle casse installate all'imboccatura del dehor la radio manda l'ennesima canzone italiana del momento, in attesa che la clientela cambi in modo da poter vomitare qualche schifezza lounge inascoltabile senza l'ausilio di tre Negroni.
Ingoio rapido un nuovo sorso di birra, poi allontano la bottiglia di qualche centimetro da me: "C'era una cosa che facevo sempre, da giovane, quando mi annoiavo" gli dico, "ed era rimettere in ordine il portafoglio. Non lo faccio da un po', ti va di aiutarmi?"
"Mettere in ordine il portafoglio?"
"Sì."
"Che c'è da mettere in ordine in un portafoglio?"
"Più di quanto tu creda."
"Ma è un portafoglio. Cci sono i soldi dentro."
"Non soltanto. Fidati, da quello che tiene una persona nel portafoglio si può capire tanto di lei."
Per la prima volta si alza dal piano del tavolino e si abbandona contro lo schienale della sedia, lo sguardo perso e l'espressione confusa. Io tolgo dalla tasca dei jeans il mio vecchio portafoglio di finta pelle marrone e lo appoggio sul tavolino.
"Allora?"
Marco si sistema sulla sedia, mette la schiena dritta e si avvicina al tavolo esibendo un altro sorrisetto. E anche io sorrido.
Apro il portafoglio e insieme svuotiamo il contenuto di tutte e dieci le tasche, abbandonando poi la carcassa molliccia in disparte e dividendo il tutto in piccoli gruppetti differenziati per tipo.
C'è la pila dei soldi, composta da qualche banconota, un paio di spiccioli e un marco tedesco (retaggio di un vecchio viaggio del Liceo a Berlino), la pila dei documenti con la carta di credito, la tessera sanitaria, la patente e la carta d'identità, il grosso mucchio di biglietti dei concerti, che senza sosta riempio da circa tredici anni ininterrotti (e le stampe sbiadite e i contorni frastagliati si assicurano che non me lo dimentichi mai), e la pila più grossa, quella che contiene la gran quantità di ricevute, pezzi di carta con frasi o titoli di libri o di film da ricordare, liste della spesa e biglietti da visita di gente incontrata in qualche momento della mia vita e ormai del tutto dimenticata. Le cianfrusaglie varie, insomma.
Con calma ci soffermiamo su ogni singolo elemento di ogni singolo gruppetto, andando a creare altre due pile più generali: quella delle cose "da tenere" e quella delle cose "da buttare".
Dopo più o meno mezzora sul tavolino di plastica rimangono le due pile e l'ultimo rappresentante del gruppo "cianfrusaglie varie", una vecchia carta da gioco di "Uno", un quattro giallo sporco e smangiato. Marco lo prende in mano e lo squadra tenendolo davanti agli occhi come si farebbe con un geroglifico.
"Che cos'è?"
"A te che cosa sembra?"
"Non lo so. Una carta con il numero "4" scritto sopra."
"Non ci credo: non hai mai giocato a "Uno"? La mamma non ti ha mai insegnato?"
"Uno?"
"Sì, Uno."
"No."
"Non posso crederci! Era uno dei giochi di carte che andava per la maggiore, quando avevamo la tua età. È divertente! Sono sicuro che a casa dei nonni ci sia ancora un mazzo tutto intero, la prossima volta che ci vediamo te lo porto."
Mentre afferro la bottiglia e ingollo l'ultima sorsata di birra Marco continua a guardare la carta, pensieroso. "Se il mazzo dei nonni è intero, questa non viene da lì vero?"
Rimetto la bottiglia oltre le due pile di cianfrusaglie e annuisco.
"Non ti si può nascondere niente, eh?"
Sorride, soddisfatto. E anche io sorrido.
"Questa carta" riprendo indicando il pezzo di cartoncino giallastro, "l'ho trovata tanti anni fa, dimenticata da qualcuno o forse persa. In effetti ha una storia abbastanza curiosa."
Marco mi guarda per un po', dubbioso, poco convinto.
Quindi fa spallucce e appoggia il "4" in cima alla pila di cianfrusaglie da buttare. Impiego interi secondi a capire che no, non posso gettarlo via. Interi secondi. Odio più me stesso per la lentezza, che lui per il gesto in sé.
"Che stai facendo?" chiedo ad alta voce riprendendomi la carta con uno scatto e rivolgendogli uno sguardo rabbioso.
Mi restituisce un'espressione tra lo spaventato e il sorpreso, silenziosa.
Distolgo lo sguardo appena mi rendo conto di essere stato troppo brusco. "Scusami."
Non mi risponde, si guarda in giro come se non esistessi.
Rimango in silenzio anche io, almeno per un po'.
So bene quel che devo fare, non ci sono tante possibilità, eppure trovo difficile iniziare: non credo di averne mai parlato con qualcuno che avesse meno di vent'anni.
"Era la notte di Capodanno, il 31 dicembre. Tua mamma doveva ancora conoscere papà, i nonni erano ancora tutti e due in salute e io ero uno dei tanti studenti alla prima esperienza con la vita d'appartamento in una città decisamente più grande di quella in cui aveva sempre vissuto. Uno dei periodi più belli della mia vita! L'indipendenza, le responsabilità, l'essere adulto ma potersi ancora comportare come un ragazzino... quando arriverà il tuo momento ricordati di godertelo per bene."
"Avevo un piccolo gruppo di amici molto stretto a quel tempo. E tra di loro c'era Luca. Se gli altri li conoscevo da anni, con lui mi ero unito durante il Liceo, ma eravamo come fratelli; sentivo di completarlo, e di farmi completare da lui come mai mi era accaduto prima. Due facce opposte della stessa medaglia, e per questo incredibilmente vicine. Eravamo tutti lì, quella sera, a casa di alcuni suoi compagni di Università e tutto stava andando per il meglio."
Mentre racconto vedo Marco che torna lentamente a guardarmi, sempre più interessato, sempre più partecipe, cattura più dall'atto stesso dell'inanellare una vicenda che dalle mie vere parole.
"Finita la cena abbiamo deciso di uscire di casa per andare verso il centro della città, come tutti gli altri abitanti; faceva un freddo terribile e il fatto che fossimo in una strada male illuminata di un quartiere ben poco rassicurante rendeva la notte ancora più glaciale. Parlando e ridendo ci siamo diretti più velocemente possibile verso la stazione della metropolitana e..."
"Aspetta, aspetta! Che cos'è una metropolitana?", mi sorprende la vocetta di Marco.
"E'... un treno con un vagone solo che sta sottoterra,e collega parti lontane di città molto grandi."
Marco sbarra gli occhi e li fissa nel vuoto, l'immaginazione in volo totalmente libero.
"Va bene" mi dice dopo un paio di istanti, "continua pure!"
"Quella sera l'atrio della metropolitana era semplicemente stracolmo. Donne, uomini, bambini, ragazzi, ragazze, anziani: sembrava che tutta la popolazione si fosse incontrata in quel posto preciso, e che partissero e arrivassero continuamente: un'enorme massa con centinaia di teste, di gambe, di braccia! Ovviamente solo quando ho visto i miei amici con i loro biglietti della metropolitana mi sono ricordato di non avercelo. Lo sai anche tu come sono, no? Smemorato. Di solito, quando mi succedono cose di questo genere, pago quello che c'è da pagare e basta... ma quella notte, va' a sapere perché, non avevo intenzione di sborsare nemmeno un euro.
Concludo la frase e avvicino di qualche millimetro il volto a quello di Marco, guardandolo fisso negli occhi.
Silenzio, per alcuni istanti. Le mie palpebre si chinano un paio di volte, le sue mai, o almeno credo.
"E l'aveva capito bene Luca, che prima di raggiungere gli altri lasciandomi indietro mi disse di passare subito dietro di lui, prima che qualcuno potesse accorgersi della cosa. Con tutta la gente che c'era, subito mi sembrò un'ottima idea."
"Ma come, non c'era nessuno a controllare i biglietti?"
"Oh no, non sul momento. Nelle metropolitane si arriva ai binari attraverso varchi chiusi da due pannelli di plastica, che si allontanano l'uno dall'altra e si aprono infilando un biglietto valido in un lettore elettronico. Senza biglietto è fisicamente impossibile oltrepassarli."
Mi rendo conte che io, alla sua età, una frase in cui ci fossero le parole "lettore elettronico" non avrei avuto possibilità di capirla nemmeno sforzandomici, ma ormai l'ho detta.
Marco sembra non fare una piega.
"Ah, capito. E quindi sei passato prima che si richiudessero?"
Ci metto un po' a riprendere le fila del discorso per la sorpresa.
"Sì, siamo passati e ci siamo diretti subito verso gli altri e verso i binari. Ma all'improvviso un grosso omone vestito di nero ci si parò davanti bloccandoci sul posto: un carabiniere. Mai visti in metropolitana, probabilmente era stato messo lì per controllare che nessuno si facesse del male. Non ha detto niente, ha solo fatto un cenno verso le biglietterie alle nostre spalle."
"Senza troppa scelta siamo tornati indietro e siamo usciti comprando un nuovo biglietto; mentre camminavamo a testa bassa Luca è quasi inciampato scivolando su questo stupido pezzo di cartoncino colorato" dico puntando il dito verso il "4" giallo canarino. "L'ho tenuto io e l'ho infilato nel portafoglio, credo proprio nella tasca dove l'abbiamo trovato prima."
Smetto di parlare e non aggiungo altro, fino a quando Marco non si convince che il racconto sia davvero finito.
Rimaniamo in silenzio per un po', con le persone che ci volteggiano attorno dandosi lentamente il cambio nell'occupare gli altri tavolini del dehors. Ben più rapidi e indaffarati, i camerieri in livrea nera maneggiano i loro stanchi vassoi di acciaio. A un certo punto il ragazzino si alza dalla sedia, prende in mano la pila di "cose da buttare" e tenendola ben stretta attraversa la strada lastricata in direzione di tre grossi cassonetti dell'immondizia: con un po' di fatica, abbandona il proprio carico al di sopra di una pila di scatole di cartone. Poi, battendosi le mani come dopo un lavoro faticoso ma soddisfacente, torna sulla sedia al mio fianco.
Lo guardo, nello stesso silenzio con cui l'ho seguito negli ultimi istanti, mentre prende il mio vecchio portafoglio e lo riempie di nuovo con il contenuto della pila di "cose da tenere", attento a rimettere ogni singolo oggetto nello stesso posto da cui l'abbiamo tirato fuori pochi attimi prima.
Il "4" di cartoncino finisce subito dietro la carta di credito, in una tasca tutta sua.
Dubito abbia capito che l'episodio della metropolitana sè l'ultima cosa che ho condiviso con Luca, fagocitato da quella stessa città un paio di settimane più tardi senza alcuna ragione e in modo non ancora del tutto chiaro. Vorrei dirglielo, e se avesse qualche anno in più forse lo farei. Ma la facilità con cui si è sbarazzato delle "cose da tenere" in favore delle "cose da buttare" mi ha lasciato senza parole,
Guardare il mondo in bianco e nero, senza dover dare spiegazioni, è qualcosa che gli viene naturale, e che io ho perso da un po'. Non gli dico niente, quindi, continuo soltanto a guardarlo.
E sorrido, forse in modo un po' forzato. E sorride anche lui.

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